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Gas a martello

Per diventare una leggenda, nello sport, bisogna sfruttare a pieno il potenziale del proprio talento, sfidare i limiti, e superarli. Si devono compiere imprese straordinarie e gesti eroici, quelli che poi i nonni raccontano con voce enfatica ai nipoti, o di cui si ha nostalgia parlandone con gli amici la sera al bar. 

Loris Capirossi ha dedicato la propria vita alla sua più grande passione: la moto.

Dai weekend trascorsi in sella, con la famiglia e il cestino del picnic dietro, a una carriera costellata di trofei e traguardi, fino al ritiro dalle gare per dedicarsi a se stesso e alla sicurezza degli altri piloti.

I sorpassi, le vittorie, ma anche gli errori e le sconfitte, sono diventati storie e miti. E così, Loris Capirossi è diventato una leggenda.

Farei un bel salto nel passato, per cominciare dall’inizio. Come ti sei appassionato alle moto?

È un amore che senza dubbio mi ha trasmesso il mio babbo: lui era un grande appassionato, e quando avevo solo 4 anni mi ha costruito la prima moto. Non sono più sceso, poi sono arrivati la motocross e i tornei importanti.

Ricordo che i miei dopo aver lavorato instancabilmente tutta la settimana prendevano il furgone, caricavano le moto, e guidavano il venerdì notte per portarci a fare le prove in circuito di sabato. 

Hai cominciato a 4 anni? Assurdo!

Sisi, a manetta!

Qual è uno dei tuoi primi ricordi in sella?

Avevo circa 7 anni e ogni settimana non vedevo l’ora che arrivasse il weekend. I miei tornavano dal lavoro, avevamo una moto ciascuno e andavamo a fare lunghi giri in campagna, con il cestino del picnic dietro.  

© Alessandro Digaetano / LUZ

Anche la mamma?

Assolutamente. Mia mamma ha 68 anni e va ancora in giro in moto.

Farei un altro salto nel tempo. Cosa ti è passato per la testa quando a 17 anni sei diventato campione del mondo? (record d’età che ancora oggi ti appartiene)

In realtà per me in quel momento era tutto abbastanza normale. Il mio obiettivo era quello di essere sempre veloce e di vincere, e forse non mi rendevo realmente conto di quello che stava succedendo: ero un ragazzino che si è trovato in cima al mondo.

Penso di aver realizzato quanto fosse grande la mia impresa solamente arrivato in paese: mi avevano organizzato una festa incredibile, c’erano tutti. È stato tutto molto strano e surreale, davvero una favola a lieto fine.

Quindi quando sei rientrato a Riolo Terme eri già diventato una vera e propria celebrità!

Per festeggiare, in 65 avevano acceso una sorta di montagna di lampadine, da film. Erano tutti lì per me: tutti mi cercavano e volevano farmi un’intervista dopo l’altra. Stavo vivendo una vita che non mi apparteneva. 

E la tua vita da lì com’è cambiata?

Direi che non è cambiata molto, ero tranquillo e felice. Che poi non avevo neanche la patente, giravo ancora con la mia Ape 50, dove andavo? (ride, ndr)

Ero contento di tornare dalla mia famiglia e dai miei amici, ero un campione del mondo ma vivevo la vita di prima.

Mi fa molto ridere pensare che uno guidi mezzi potentissimi, sfrecciando a 300 all’ora, ma che poi non possa ancora prendere la patente.

Sì, è incredibile. Davvero.

Da ragazzo la moto ti ha dato molto, cosa ti ha tolto invece?

Beh, alla fine ho sacrificato una parte importante della mia infanzia e della mia adolescenza. I miei coetanei andavano in discoteca, io avevo la testa solo per la moto. Ti confesso di essermi ubriacato forse 2 volte in tutta la mia vita.

La tua passione ti ha portato in giro per il mondo. Cosa ti mancava quando eri lontano da casa?

La cucina romagnola di mia mamma, sicuramente: cappelletti, tagliatelle, pasta tirata a mano e sempre tanto Parmigiano Reggiano.

Qual è il tuo cavallo di battaglia?

Questa è difficile. Direi tortelli ripieni di carne e ragù, una cosa spaziale.

E tu cucini? Il tuo piatto forte?

Io amo la cucina e credo di poter dire di essere un buon cuoco. Da buon romagnolo so fare anche la pasta a mano, ma me la cavo meglio con la carne e, soprattutto, con i dolci: sono molto goloso e faccio un tiramisù che è uno spettacolo.

Tornando alla tua carriera, hai ottenuto grandissimi risultati e tante vittorie, ma è anche stata segnata da parecchi incidenti e infortuni. Cosa ti ha spinto a continuare, nonostante i grandi traguardi già raggiunti?

L’adrenalina che la moto ti dà, la voglia di portarla sempre al limite, non finisce mai. Io mi sono ritirato 10 anni fa, e ancora oggi non mi do pace: quando riesco vado in pista.

Quando mi facevo male la mia mentalità era quella di salire in sella anche il giorno dopo, di correre ad ogni costo. Una volta ho gareggiato con la mano rotta e due fratture scomposte, riuscendo ad arrivare terzo. 

Vai in pista con la Ducati del 2003 che hai in casa?

No no, uso quelle degli altri che si rovinano. Le mie le tengo parcheggiate così rimangono perfette (ride, ndr)

Qual è la vittoria più bella della tua carriera?

Direi proprio quella del mio primo Mondiale nel ’90, o altrimenti Assen nel ’99, quando io e Valentino ci siamo dati battaglia sorpassandoci almeno 10 volte nell’ultimo giro, e all’ultima curva sono riuscito a superarlo e vincere. Ma anche la prima vittoria con Ducati nel 2003, a Barcellona.

Ciascuna vittoria ha la propria storia, i propri ricordi.

E la sconfitta che ti ha insegnato di più?

Tutte. Ho imparato da ogni sconfitta, da ogni singolo errore. Per questo ho sempre accettato con onore le sconfitte: è quando impari a perdere che diventi un uomo.

Foto copertina e gallery © Alessandro Digaetano / LUZ, Foto gallery courtesy of Loris Capirossi

Leggende dello sport

Da sempre il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano sostiene lo sport e gli atleti italiani. Lo facciamo come sponsor delle leggende dello sport, ma lo facciamo, soprattutto, producendo un alimento fondamentale per la dieta degli sportivi. Un piccolo ma grande aiuto per raggiungere insieme traguardi importanti.

In questi ultimi due anni gli atleti di tutto il mondo hanno messo in pausa le proprie attività, si sono – come tutti – dovuti fermare. Scaglie, nell’attesa delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ha incontrato alcuni degli sportivi italiani più importanti del nostro secolo. 

La prima leggenda di questo capitolo è Elisa Di Francisca, schermitrice e campionessa olimpica, considerata una delle più forti italiane di sempre. Elisa ci ha raccontato del suo percorso e dei sacrifici che l’hanno portata a raggiungere traguardi immensi fino a conquistare l’oro olimpico a Londra, nel 2012. Con lei abbiamo parlato anche della sua scelta difficile e coraggiosa di non partecipare ai prossimi Giochi Olimpici (Tokyo, 2021) per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Ora, Elisa ha lo sguardo volto al futuro – ricco di progetti e ambizioni – pronta più che mai ad affrontare nuove sfide.

Dal fioretto siamo passati alle due ruote, andando a scoprire la grande passione di Loris Capirossi – ex pilota motociclistico e Campione Mondiale. Siamo partiti con lui sulla moto dei ricordi, ripercorrendo i passi che l’hanno portato dai primi giri in sella con la famiglia fino al primo Mondiale vinto, stabilendo il record d’età a soli 17 anni. Una carriera costellata da podi e traguardi ma anche da cadute e infortuni, dai quali lui, però, si è sempre rialzato a testa alta senza mai mollare.

Siamo poi sfrecciati via dai circuiti per arrivare sui campi di pallavolo, dove un tempo giganteggiava Luca Cantagalli con le sue potenti schiacciate, valse il soprannome di “Bazooka”. Nel suggestivo Palazzo dello Sport di Modena, casa del Modena Volley, Luca ci ha parlato delle emozioni vissute, dei tortelli della mamma, e della sua “Generazione dei Fenomeni” – ovvero il team della Nazionale Italiana che negli anni ’90 dominò le vette della pallavolo mondiale.

Abbiamo incontrato questi eroi popolari per scoprire cosa li ha resi delle leggende dello sport. Quello che abbiamo capito è che non sono stati i successi e le vittorie a temprarli ma le sconfitte, le delusioni e i sacrifici.