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Il trucco c’è

“Toni al matt” (Antonio il matto, in dialetto reggiano) così era chiamato a Gualtieri Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento. Dell’artista si contano centinaia di autoritratti, così noi per capire meglio la sua figura abbiamo parlato con chi ha dovuto studiare ogni sua ruga.

Lorenzo Tamburini è un truccatore italiano specializzato in prosthetic make-up, che ha permesso la metamorfosi di Elio Germano nel film Volevo Nascondermi (2020) di Giorgio Diritti. Da una professione poco riconosciuta alla funzionalità narrativa delle protesi, il trucco c’è e ci permette di vedere ed entrare nel personaggio di Ligabue.

Hai lavorato e lavori con registi, sceneggiatori e produttori di fama internazionale. Quand’è che ti sei interessato al trucco e come hai iniziato?

Credo di aver avuto, fin da bambino, una grandissima attrazione per l’estetica e l’armonia delle cose. Mi piacevano la tv e i movimenti dei piedi dei pugili, ma principalmente ero affascinato dai mostri come Frankenstein e Dracula. Ho sempre visto il cinema come qualcosa di guardare e non da fare, pensavo non potesse essere un lavoro. Vivevo in Trentino, frequentavo un liceo scientifico e guardavo film neorealisti, non avevo idea di che cosa fosse il trucco, non c’era neanche Internet all’epoca, nessun sito o tutorial che potesse illuminarmi. Poi sono andato negli Stati Uniti, a Seattle e a Los Angeles, dove ho scoperto l’esistenza delle scuole di trucco.

Verso la fine degli anni Novanta ho iniziato a lavorare sui set pubblicitari, poi in tv – dal programma di Celentano a Mai dire Gol, fino ad arrivare al grande cinema con Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro. È stata la prima volta in cui ho potuto lavorare con “gli effetti veri”, quelli che fino ad allora potevo solo guardare nei making of dei DVD.

Domanda per i non-cultori dell’argomento: tu come ti definisci, “truccatore”? Qual è la differenza tra un make-up artist e un prosthetic make-up designer?

La differenza fondamentalmente sta nella specializzazione in un ramo o in un altro del trucco. Quando ho iniziato ho fatto anche dei trucchi beauty, per shooting e sfilate o film italiani, quelli che chiameremmo trucchi “normali”.

Il prosthetic subentra quando con il trucco non riesci a ottenere determinati risultati e ad accontentare le richieste e le esigenze del regista. È a questo punto che si usano le protesi in gel di silicone, il che richiede un’altra preparazione: c’è dietro un lavoro di laboratorio di scultura, di stampi e creazione delle protesi da applicare. Di sicuro sono contento di aver avuto modo di approfondire un po’ tutto, perché mi ha permesso di avere una visione d’insieme di tutte le possibilità del trucco, anche quello pittorico e teatrale. Ma ora tendo a lavorare principalmente su trucchi speciali, specie con l’uso delle protesi. 

Con il lavoro che hai svolto per Dogman (2018, Garrone) hai vinto premi per il miglior trucco e come miglior truccatore (EFA, David di Donatello). Credi che in Italia ci sia il giusto riconoscimento di questa professione?

No, assolutamente, è come se non esistesse. In realtà non c’è ancora nessun riconoscimento della professione, ma un po’ in tutto il mondo, forse l’unica eccezione sono i BAFTA, British Academy Film Award. In Italia non si parla spesso del truccatore speciale, neanche a livello sindacale, risultiamo come “truccatori”, senza nessun’altra differenza. Con Dogman, però, devo dire che qualcosa è cambiato, perché agli European Film Awards hanno candidato sia la truccatrice, Dalia Colli, che me. Non molti conoscevano l’attore Edoardo Pesce, e non tutti quindi avevano capito il mio tipo di intervento – ma lui ha avuto sia la fronte che il naso finti per tutto il film. Fino a qualche anno fa probabilmente avrebbe vinto solo Dalia, che non si era occupata dell’intervento su Pesce. Ma oggi qualcosa sta – lentamente – cambiando, a partire dai David di Donatello, in cui è stata inserita la voce “trucco speciale” nelle schede di valutazione. Se l’intervento prostetico è presente sul protagonista dalla prima scena fino alla fine del film, è giusto che venga riconosciuto alla mia categoria.

E parlando di protesi applicate dalla prima all’ultima scena, che tipologia di trucco preferisci realizzare? Meglio i mostri che amavi da bambino, come alieni e zombie, o personaggi storici?

Ancora adesso i mostri mi piacciono molto, ma quando li fanno gli altri. I film che faccio fatica a rifiutare sono quelli che richiedono un intervento prostetico, per un invecchiamento o per un trucco naturale. La reputo un’altra tipologia di sfida, perché è complesso rendere reale un viso e le sue espressioni. Siamo abituati a vedere ogni tipologia di volto, e se il trucco speciale non è fatto bene l’occhio non lo inganni, lo spettatore se ne accorge e risulta tutto finto.

Uno zombie, ad esempio, puoi sporcarlo un po’ con il sangue o con la sabbia, oppure se pensiamo a un alieno, nessuno l’ha mai visto, quindi se anche ci fosse qualcosa nella struttura anatomica che non è perfetta comunque ci passi sopra con più leggerezza.

Mettiamo che io debba lavorare per un film in cui un’attrice deve interpretare la biografia di un’altra attrice, magari devo applicarle un mento e sopra un trucco beauty, sarei decisamente teso, soprattutto per mantenerlo tutto il giorno tra i tempi morti, le luci, il sudore e così via.

L’anno scorso è uscito Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti, un film che racconta la storia di Antonio Ligabue, pittore e scultore dalla vita piuttosto travagliata. Immagino che tu abbia dovuto studiare approfonditamente la sua figura per trasformare Elio Germano. Che ricerca hai svolto? 

Di solito quando mi capitano questo tipo di lavori la mia domanda è sempre la stessa: quanto dev’essere somigliante?

Aspetto la risposta del regista e da lì iniziamo un po’ a discuterne. Nel caso di Volevo Nascondermi, abbiamo concordato di lasciare qualcosa dell’attore, di Elio, senza cercare la somiglianza precisa e maniacale – se no infatti avrei dovuto allargare la fronte, la forma della testa, le proporzioni. Ho iniziato studiando i materiali della sua vecchiaia, non c’era tantissimo. Le poche foto erano in bianco e nero, non troppo definite, spesso in espressione, poi ho trovato qualche filmato di quando sono andati a intervistarlo a casa sua per girare un documentario. E da lì ho usato principalmente quelli per tirar fuori le sue caratteristiche fisiche principali.

Quali sono gli step che hai seguito per effettuare questa metamorfosi?

Dopo essere entrato in sintonia con i lineamenti di Ligabue ho studiato e modellato il viso di Elio, secondo quello che in base ai cedimenti della pelle potrebbe essere proprio il suo invecchiamento. Questo per rendere il trucco più naturale e far sì che seguisse anche meglio la sua mimica facciale, poi su questa base ho aggiunto alcuni volumi che richiamavano di più i tratti di Antonio Ligabue: il mento, il labbro inferiore, anche aiutato dai denti storti, le orecchie più grandi e a sventola, i bargigli ai lati della bocca più spessi e, ovviamente, il naso. 

Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così.

Di solito come reagiscono gli attori alle protesi?

La maggior parte ne è terrorizzata. Immaginate di aver studiato per anni ogni singola micro-espressione, poi ti viene incollato tutto il viso e hai paura di non riuscire a muovere la faccia, e che le protesi nascondano l’espressività. Una volta visto che non è così l’approccio in linea di massima diventa abbastanza positivo. Certo, dev’essere anche pesante, perché per queste operazioni bisogna arrivare molto presto sul set, tenere il trucco tutto il giorno e impiegare almeno un’ora per rimuoverlo.

Elio, in particolare, è stato molto collaborativo, tranquillo e preciso, per niente drama queen

Le protesi hanno un colore tipo manichino, più traslucido, ma ovviamente senza macchie né colore, quindi mentre le applicavo Elio vedeva questi pezzi di gomma chiari che non gli permettevano di capire bene il risultato finale. Poi, dopo aver colorato tutto e avergli appoggiato la parrucca, è arrivato il momento in cui ho provato più soddisfazione: ho visto Elio guardarsi allo specchio ed entrare nel suo personaggio. Dalla perplessità iniziale gli occhi si sono trasformati in espressione, e credo che il trucco sia d’aiuto in questo processo.

Per l’interpretazione Elio Germano ha ricevuto l’Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino. Che ruolo gioca il trucco prostetico nella resa di un personaggio storico?

Dipende, sia dal film che dallo scopo del trucco. Per esempio in Tutti per 1 – 1 per tutti (2020, Veronesi) ho messo un naso da Cyrano de Bergerac a Guido Caprino, ma non era determinante per il racconto del personaggio, era più un vezzo estetico. Invece ne Il traditore (2019, Bellocchio), abbiamo scelto di raccontare gli interventi di chirurgia estetica a cui si era sottoposto Tommaso Buscetta negli anni e, in questo caso, l’adozione delle protesi su Pierfrancesco Favino era funzionale al racconto della psicologia del personaggio. Il trucco delle volte può avere una certa importanza narrativa, permette di documentare determinate fasi, o aiutare gli attori a entrare meglio nel personaggio.

Elio Germano ha detto che ha potuto dimenticarsi di controllare molte cose, perché già solo il trucco faceva molto, ma credo sia importante considerarlo sempre un lavoro corale.

Se si vuole raccontare un invecchiamento o una malattia, il trucco prostetico è l’unica via percorribile, ma sta tanto anche all’attore che lo indossa, lo interpreta, e che gli dà vita.

E così ha preso vita anche Antonio Ligabue. Tu che idea ti sei fatto dell’artista?

Sono innamorato di Ligabue. Mi ricordo di aver visto da bambino lo sceneggiato Rai su Ligabue (1977, Nocita), mi aveva abbastanza scioccato. Mi era rimasto piuttosto impresso come personaggio, poi crescendo onestamente me lo sono dimenticato. Una volta arrivata la proposta del film ho approfondito la sua storia e sul set ho incontrato diversi anziani che conoscevano Ligabue. Essendo morto nel 1965, non troppi anni fa insomma, ho sentito tantissimi aneddoti su di lui, era straordinario. Del suo lavoro d’artista amo molto le sculture e, in quanto personaggio ammiro la sua rivincita professionale, se così la possiamo definire, su chi lo trattava come un reietto. Mi sembra ci fosse un barbiere che lo mandava sempre via e, dopo aver guadagnato riconoscimento, fama e ricchezza, chiedeva al suo autista di passare con la macchina davanti a quel negozio, avanti e indietro ripetutamente, per mostrargli il suo successo. Era una rivalsa. E mi piace in particolare il fatto che abbia sempre fatto arte per sé, secondo i suoi interessi.

È sempre rimasto fedele ai suoi interessi. Mi viene in mente una scena del film in cui mostra un quadro in cui i cavalli sono imbizzarriti a causa di un fulmine, durante un temporale. Gli viene chiesto perché non piovesse sui cavalli, e lui risponde che piove dietro i cavalli, perché lui rispetta i cavalli!

Sì, era fantastico, una volta arrivato in Emilia, dalla Svizzera, ha passato molto tempo nel bosco con loro, una sorta di Tarzan; amava gli animali e ci teneva a rispettarli anche nell’arte. E lui ha sempre fatto quello che si sentiva, poi certo sperava anche di vendere qualche quadro o barattarlo per qualcosa da mangiare o da vestire, però non si preoccupava né si è mai piegato a ciò che richiedesse il mercato di Guastalla in quel periodo. Fa ridere detta così, ma tante volte avrebbe potuto adattarsi alle richieste, anche per evitare gli scherni, ma lui è andato dritto per la sua strada a fare ciò che gli piaceva e, di tanto in tanto, distruggeva anche quello che creava. Mi è rimasto dentro.

Foto © Chico De Luigi

Connessioni

arte e architettura nel territorio del Parmigiano Reggiano

Da sempre il nostro territorio si è contraddistinto per le sue sperimentazioni artistiche e i suoi risultati culturali. Pensiamo ai Carracci, al Duomo di Modena o a Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese che cantò Ludovico Ariosto.

Nel nuovo capitolo di Scaglie vogliamo cantare l’arte e l’architettura che si sono stratificate nella storia dei nostri luoghi, e che sono riconosciute in tutto il mondo.

L’Italia, infatti, conta 55 siti UNESCO ed è il Paese con il maggior numero di riconoscimenti nella lista dei patrimoni dell’umanità – in prima posizione con la Cina. Tra questi ben nove siti sono emiliani e quest’anno si discuterà anche della candidatura dei Portici di Bologna.

È così che abbiamo esplorato una parte dell’arte e dell’architettura nella terra del Parmigiano Reggiano, per raccontare come l’Emilia Romagna continua a ispirare pittori, scultori e architetti.

Siamo partiti dall’arte naïf di Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento, e abbiamo conosciuto un nuovo tipo di arte: quella del trucco prostetico, con cui il truccatore speciale Lorenzo Tamburini ha trasformato Elio Germano in Ligabue nel film Volevo Nascondermi (2020, Giorgio Diritti). Pennelli, pazienza e protesi in gel di silicone ci hanno permesso di immergerci nella vita travagliata di questo artista, tra la tenerezza che ha dimostrato e le incomprensioni che ha sofferto. Il pluripremiato prosthetic make-up designer ci ha parlato delle difficoltà della sua professione, e ci ha riportato anche qualche aneddoto sulla figura di Ligabue:

“Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così”.

Poi ci siamo persi, o forse ci siamo ritrovati, nel Labirinto della Masone per mostrare attraverso un video-racconto il più grande labirinto del mondo, dove il direttore Edoardo Pepino ci ha spiegato come arte e architettura si intersecano in un dialogo continuo tra il nostro territorio e il turismo internazionale. La storia del labirinto nasce con un viaggio in Provenza, che ha portato Franco Maria Ricci a scegliere 200mila piante di bambù per dare vita a un luogo che è anche topos letterario, da Minosse a Jorge Luis Borges.

Infine ci siamo meravigliati della bellezza e della funzionalità dell’architettura di condivisione, ascoltando Guido Canali, architetto vincitore – tra i numerosi premi – del Compasso d’oro, del Premio Inarch e di una Menzione d’onore alla Medaglia d’Oro dell’Architettura italiana. Nell’intervista Canali ha raccontato anche della collaborazione con il nostro Consorzio volta a “creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità”. I suoi sono progetti che dimostrano l’essenza dell’architettura, dall’estetica all’ergonomia, una disciplina coltivata nel parmigiano che ribadisce l’importanza dei luoghi.

Concludo prendendo in prestito le parole di Canali: una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle possibilità che ha. Per questo mi auguro che in questi tempi incerti il mondo del turismo possa rivolgersi alle nostre aree, perché il nostro è un territorio ricco con una cultura artistica tutta da scoprire e da cui rimanere affascinati, ogni volta.