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ARTE E ARCHITETTURA NEL TERRITORIO DEL PARMIGIANO REGGIANO

Connessioni

di Nicola Bertinelli, 30 Marzo 2021
Tempo di lettura: 6 minuti
Connessioni

Da sempre il nostro territorio si è contraddistinto per le sue sperimentazioni artistiche e i suoi risultati culturali. Pensiamo ai Carracci, al Duomo di Modena o a Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese che cantò Ludovico Ariosto.

Nel nuovo capitolo di Scaglie vogliamo cantare l’arte e l’architettura che si sono stratificate nella storia dei nostri luoghi, e che sono riconosciute in tutto il mondo.

L’Italia, infatti, conta 55 siti UNESCO ed è il Paese con il maggior numero di riconoscimenti nella lista dei patrimoni dell’umanità – in prima posizione con la Cina. Tra questi ben nove siti sono emiliani e quest’anno si discuterà anche della candidatura dei Portici di Bologna.

È così che abbiamo esplorato una parte dell’arte e dell’architettura nella terra del Parmigiano Reggiano, per raccontare come l’Emilia Romagna continua a ispirare pittori, scultori e architetti.

Siamo partiti dall’arte naïf di Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento, e abbiamo conosciuto un nuovo tipo di arte: quella del trucco prostetico, con cui il truccatore speciale Lorenzo Tamburini ha trasformato Elio Germano in Ligabue nel film Volevo Nascondermi (2020, Giorgio Diritti). Pennelli, pazienza e protesi in gel di silicone ci hanno permesso di immergerci nella vita travagliata di questo artista, tra la tenerezza che ha dimostrato e le incomprensioni che ha sofferto. Il pluripremiato prosthetic make-up designer ci ha parlato delle difficoltà della sua professione, e ci ha riportato anche qualche aneddoto sulla figura di Ligabue:

“Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così”.

Poi ci siamo persi, o forse ci siamo ritrovati, nel Labirinto della Masone per mostrare attraverso un video-racconto il più grande labirinto del mondo, dove il direttore Edoardo Pepino ci ha spiegato come arte e architettura si intersecano in un dialogo continuo tra il nostro territorio e il turismo internazionale. La storia del labirinto nasce con un viaggio in Provenza, che ha portato Franco Maria Ricci a scegliere 200mila piante di bambù per dare vita a un luogo che è anche topos letterario, da Minosse a Jorge Luis Borges.

Infine ci siamo meravigliati della bellezza e della funzionalità dell’architettura di condivisione, ascoltando Guido Canali, architetto vincitore – tra i numerosi premi – del Compasso d’oro, del Premio Inarch e di una Menzione d’onore alla Medaglia d’Oro dell’Architettura italiana. Nell’intervista Canali ha raccontato anche della collaborazione con il nostro Consorzio volta a “creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità”. I suoi sono progetti che dimostrano l’essenza dell’architettura, dall’estetica all’ergonomia, una disciplina coltivata nel parmigiano che ribadisce l’importanza dei luoghi.

Concludo prendendo in prestito le parole di Canali: una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle possibilità che ha. Per questo mi auguro che in questi tempi incerti il mondo del turismo possa rivolgersi alle nostre aree, perché il nostro è un territorio ricco con una cultura artistica tutta da scoprire e da cui rimanere affascinati, ogni volta.

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