Alessandro Fedrizzi è un giovanissimo vignaiolo che fin da bambino ha sognato di fare questo lavoro. Affascinato dal vicino, che nella sua cantina si dilettava a produrre vino in casa, a 14 anni ha chiesto ai suoi genitori di avere come regalo un ettaro di vigna. 

L’amore per questo lavoro è dentro di lui, e l’ha portato ad essere premiato dalla guida Slow Wine 2019 come miglior Giovane vignaiolo. 

Oggi ha 27 anni, ma ha già una lunga esperienza alle spalle, che ha costruito con l’esperienza diretta e con lo studio. 

Dopo aver frequentato l’Istituto agrario di Bologna e aver affittato una vigna vicina a casa, per iniziare a farsi le ossa, impara sui libri quello che serve per fare un buon vino.

E d’estate e nei momenti liberi va a fare il garzone di bottega da Cesare Corazza, dell’azienda Lodi Corazza, dove in vigna impara le basi e soprattutto coglie il fascino dl lavoro nei campi, dell’essere contadino affiancando quello che sarà il suo ‘padre putativo’ nel settore. 

E dopo pochi anni, finalmente, costruisce la sua azienda, piccola ma già molto dinamica. Come ha raccontato su Civiltà del bere: “Il 2014 segna l’avvio ufficiale dell’attività, mentre a fine maggio 2016 ho rogitato e gli ettari sono diventati di proprietà. In tutto 60 mila metri quadrati, tutti nel comune di Zola Predosa. L’investimento è stato importante, ma credo che sia altrettanto importante seguire le proprie passioni, con grande impegno e senso del lavoro quotidiano”.

Un lavoro che viene portato avanti con lo studio ma anche con tanta pancia, con scelte dettate dalla tenacia e dalla sensibilità di un ragazzo che sa quello che vuole e cerca gli strumenti giusti per ottenerlo, sbagliando tanto ma avendo anche modo di apprendere sempre moltissimo. 

E che si concentra alacremente su un territorio che è stile di vita, e di vini: “Le varietà di riferimento sono tre: ovviamente il Pignoletto, l’uva simbolo dei Colli Bolognesi, e poi la Barbera e lo Chardonnay, quest’ultimo da una vigna che oggi ha circa mezzo secolo d’età”.

Pignoletto, Barbera e Cabernet che vinifica usando il metodo classico e tentando di essere meno invasivi possibile nella produzione in cantina e nella coltivazione in vigna, per dare libero sfogo all’autenticità del territorio nel bicchiere. 

Ha un debole per le bollicine, questo giovane vignaiolo, che produce vini fermi ma anche frizzanti rifermentati in bottiglia, che hanno colpito persino Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che di lui ha scritto meraviglie:

“Mi stupisce avere di fronte un giovanissimo che ridà vita a una tecnica antica come la rifermentazione naturale in bottiglia, storicamente la più praticata modalità di vinificazione di questo territorio emiliano, dove si privilegia la produzione e il consumo di vini “con le bollicine” come compendio ideale per la grassa cucina bolognese. Per produrre un buon vino rifermentato naturalmente in bottiglia – che è veramente difficile da fare, perché la tecnica è complessa e non hai più possibilità, una volta sigillato il vino con il tradizionale tappo a corona prima della rifermentazione, di rimediare ad eventuali errori fatti in precedenza – bisogna avere due grandi qualità: sensibilità ed esperienza, che nonostante la giovane età Alessandro ha mostrato subito di avere innate. Ha sempre padroneggiato la materia in maniera impeccabile, andando semmai a fugare alcuni dubbi da alcuni vecchi vignaioli della zona, maestri nell’arte della rifermentazione”.

Un ragazzo che, come tutta la sua generazione, dimostra anche un occhio attento alla sostenibilità del suo lavoro, come sottolinea lui stesso raccontando le idee sul futuro: “Ho deciso di eliminare diserbanti e prodotti chimici e sto anche pensando di convertire i terreni al biologico: le viti sono divise in cinque appezzamenti distinti e non sarà facile, ma il rispetto ambientale viene prima di tutto”.

L’azienda di Castello di Serravale, in Valsamoggia, è anche aperta al territorio e realizza insieme ad altre realtà belle esperienze di condivisione, come in occasione delle degustazioni estive organizzate con il Café de la Paix di Bologna, una realtà interessante e solidale, primo bar sociale di Bologna che oltre a vendere prodotti del commercio equo e solidale si propone come missione l’inclusione sociale e l’inserimento nel mondo del lavoro di giovani italiani e stranieri. Un’occasione di degustare ciò che hanno preparato i ragazzi del Cafè ma anche i vini del giovane Fedrizzi, che ha avuto anche modo di dialogare con i presenti proprio dove nasce la sua uva, raccontando le sue scelte e la sua filosofia di produzione. 

Oggi, con un’azienda solida alle spalle, produce circa 30mila bottiglie, e di sicuro non gli mancano la personalità e gli anni per fare sempre meglio.