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EDITORIALE

Unterthiner: un approccio lento alla natura

di Stefano Unterthiner, 28 Settembre 2022
Tempo di lettura: 5 minuti
Unterthiner: un approccio lento alla natura

Scaglie presenta il nuovo editoriale di Stefano Unterthiner, fotografo naturalista e divulgatore scientifico. Proprio come la produzione del Parmigiano Reggiano richiede un approccio lento che va dalla produzione al controllo della qualità, al rispetto e all’attenzione per la natura e per il mondo animale; questo progetto, ispirandosi ai valori del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, racconta l’importanza dell’esperienza dell’attesa e del rispetto dei tempi della natura.

Mi viene chiesto spesso cosa c’è dietro le mie fotografie, come ho realizzato alcune immagini o come sono riuscito  ad avvicinare quell’animale, con quale obiettivo ho scattato o quale “trucco” ho utilizzato. E poi, immancabilmente: “Chissà quanta pazienza c’è voluta per riuscire a immortalare quel momento!”. Di fronte a quest’ultima affermazione, rimango sempre un po’ sorpreso.

L’attesa accanto a un animale è il lato più gratificante del mio lavoro, anche più del risultato finale: è fondamentale per ottenere lo scatto “perfetto” che inseguo in ogni mio progetto. 

L’aspetto forse meno noto del mio lavoro, però, si nasconde dietro un’altra domanda: perché faccio fotografia naturalistica. 
Per rispondere devo fare qualche passo indietro, tornare ai giorni in cui, per la prima volta, presi in mano la fotocamera e mi avventurai in montagna alla ricerca di un animale selvatico. Avevo poco più di sedici anni quando mio zio Paolo mi prestò una delle sue Canon e mi portò a fotografare qualche stambecco nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Tra i sentieri della Valsavarenche e della Valnontey, nacque la mia grande passione per la fotografia. 

In quegli anni, compresi quanto sia gratificante avvicinare un animale selvatico, quanto possa essere emozionante trascorrere una notte all’addiaccio, quanto è appagante passare una giornata girovagando tra boschi e praterie alpine.

Furono esperienze molto importanti perché mi avvicinarono alla natura. La fotocamera diventò la scusa per tornare in montagna a vivere una nuova avventura, il taccuino su cui annotare ciò che osservavo e imparavo. Oggi, trent’anni dopo quei giorni spensierati tra le amate montagne valdostane, il mio rapporto con la fotografia è cambiato, è maturato e non poteva essere altrimenti; ciò che è ancora intatto, però, sono l’amore per la natura e una grande attrazione per la fauna selvatica. Ed è qui la risposta a quella domanda taciuta: faccio fotografia naturalistica perché nella natura sono felice, perché sono ancora convinto, nonostante tutto, che la fotografia e la divulgazione possano contribuire a diffondere una maggiore attenzione verso l’ambiente e le altre specie.

Sui sentieri di montagna della mia giovinezza, ho imparato una regola che ho continuato ad applicare anche quando la fotografia è diventata una vera professione: il rispetto per i miei soggetti.

È sempre necessario prestare attenzione quando si ha una fotocamera in mano e si ambisce a fare una buona immagine. Imparare ad avvicinare un animale, senza interferire col suo comportamento e tutelando il suo benessere, è un aspetto essenziale in una fotografia naturalistica contemporanea ed etica. Prima di iniziare a lavorare a un nuovo progetto mi preparo con attenzione: leggo tutto ciò che è stato pubblicato sulla specie, prendo contatto con i ricercatori, pianifico lo sviluppo della storia, inizio anche a immaginare alcune fotografie (una sorta di “scatto mentale”) che poi cercherò di  realizzare.

Una preparazione meticolosa che affino successivamente sul terreno, col tempo e le osservazioni; per me è indispensabile per cercare di limitare il disturbo che posso eventualmente arrecare a un animale, e mi aiuta nel processo di  creazione della storia. 

Se c’è un “trucco”, dietro le mie immagini, è proprio questo mio approccio lento e non improvvisato alla fotografia, lo studio preliminare  della specie, la pazienza necessaria a farsi accettare da un animale selvatico, l’abilità a diventare una presenza discreta, abituale, un elemento dell’ambiente, fino a raggiungere una sorta “d’invisibilità”. I miei migliori scatti li ho realizzati ogniqualvolta sono riuscito a trovare questo magico equilibrio con i soggetti.  

Nel 2004, per esempio, sono riuscito ad instaurare  un rapporto molto speciale con una famiglia di volpi mentre lavoravo al capitolo conclusivo del libro dedicato proprio a questa specie e volevo fotografare l’attività intorno alla tana. La femmina, però, era piuttosto diffidente, e se avesse percepito la mia presenza come un pericolo avrebbe anche potuto spostare i cuccioli da un’altra parte. Ho trascorso diversi giorni nei paraggi per darle tempo di abituarsi, ogni giorno avvicinandomi un po’ di più, inizialmente nascondendomi sotto un telo mimetico, poi semplicemente accovacciandomi tra la vegetazione. Iniziai a fare le prime fotografie soltanto dopo una decina di giorni. A poco a poco, la mia presenza venne accettata dalla famigliola, tanto che i cuccioli, sempre curiosi di tutto ciò che accadeva loro intorno, arrivarono addirittura ad annusarmi gli scarponi. Con il passare delle settimane, l’attività attorno alla tana riprese come se io non fossi lì: ero visibile eppure “nascosto”, presente eppure “dimenticato”. Ricordo un episodio, in particolare: era l’ultima settimana che avrei passato in loro compagnia, e i tre cuccioli, esausti dopo essersi rincorsi attorno al grande masso che sovrastava la tana, si rannicchiarono accanto a dove mi ero appostato e si addormentarono. Ogni volta che rivedo quell’immagine percepisco ancora la magia del momento, l’emozione che provai.

Quando ho iniziato a riflettere sul contenuto di questo editoriale mi sono chiesto cosa avessi imparato negli anni trascorsi a documentare la fauna, cosa mi hanno insegnato le tante esperienze sul campo in giro per il mondo. Nel Sulawesi settentrionale ho conosciuto e fotografato Troublemaker, che non è il soprannome di una persona ma di un cinopiteco (Macaca nigra il nome scientifico): una rarissima specie di macaco presente soltanto nelle foreste nel Nord-Est della grande isola indonesiana. Il nomignolo, che in inglese significa letteralmente “combina-guai”, era stato dato dai ricercatori a un giovane maschio che faceva parte del gruppo da loro seguito nella riserva naturale di Tangkoko. Come suggerisce l’appellativo, quel maschio aveva un comportamento particolarmente vivace e curioso, aveva la tendenza a combinare sempre qualche dispetto ai ricercatori, ma anche al sottoscritto: lo trovavo irresistibilmente simpatico (per altri era insopportabile!). Riconoscere Troublemaker è semplice; basta incontrarlo una volta per non dimenticarlo, e dopo aver trascorso sei settimane con quel gruppo di primati mi divennero familiari numerosi altri macachi: ognuno riconoscibile per qualche chiara caratteristica morfologica e, soprattutto, con un diverso temperamento, un proprio distinto carattere. Ciò che la primatologa Jane Goodall aveva documentato per i suoi amati scimpanzé, l’ho osservato chiaramente nel cinopiteco:

ogni animale possiede non soltanto caratteristiche funzionali uniche, ma anche una personalità assolutamente definita.

Una prerogativa che non è esclusiva solo dei primati – l’ordine di mammiferi di cui facciamo parte anche noi – ma probabilmente, come suggerito da alcuni studi, è comune a moltissimi vertebrati. Questa è una  consapevolezza che ho sempre avuto, soprattutto dopo aver  trascorso lunghi periodi accanto ai miei amati soggetti selvatici, ed è alla base del rispetto, dell’etica del mio lavoro a cui accennavo precedentemente. La volpe, l’orso, la lontra, il cigno selvatico (l’elenco potrebbe essere lungo…) non sono “semplici” animali, automi guidati soltanto dall’istinto, ma degli individui, esseri viventi con tratti non solo fisici, ma anche comportamentali ben distinti. Chiunque possieda un animale domestico sarà dello stesso avviso: un gatto o un cane ha certamente, agli occhi dei loro proprietari, una propria e chiara personalità. 

Tra il 2006 e il 2007 ho trascorso, assieme a mia moglie Stéphanie, cinque mesi sull’isola della Possession, nell’arcipelago di Crozet, che fa parte delle Terre Australi e Antartiche Francesi (TAAF). Un luogo remoto, raggiungibile soltanto con diversi giorni di navigazione, dove la natura è ancora integra e l’uomo solo una presenza marginale, circoscritta all’interno della base scientifica che ospita una trentina di persone. A Possession ho trovato un mondo selvaggio, primordiale.

Ho percorso quelle terre spazzate dal vento, cercando e creando immagini, imparando a conoscere e a farmi conoscere dagli altri animali: ho nuotato con i pinguini, ascoltato i canti degli albatri, camminato sulle scogliere accompagnato dall’incedere lento di un’orca sotto costa. In quelle terre lontane ho sentito, com’ero riuscito a fare, forse, soltanto da ragazzo tra le montagne valdostane, quanto profondamente io sia legato alla natura.

Ho capito, ancora una volta, che la natura è tutto ciò di cui ho bisogno. Quella spedizione nell’isola di Possession, mi ha dato la possibilità di riflettere  su quale sia una condizione fondamentale per il benessere di tutti gli animali, Homo sapiens incluso: un ambiente quanto più integro possibile. L’arcipelago di Crozet è una delle poche wilderness che ancora rimangono nel nostro sofferente pianeta. La semplice definizione riportata in un dizionario è sufficiente per capire l’importanza di queste aree: “La natura nel suo stato originario, non ancora contaminata da interventi umani che abbiano compromesso l’habitat favorevole alla conservazione delle varie diversità biologiche”. Questi luoghi, veri e propri bacini di biodiversità, stanno però scomparendo a un ritmo sconcertante: negli ultimi vent’anni ne abbiamo perso il 10% e, attualmente, soltanto il 23% circa della superficie terrestre è ancora integro. 

Nelle città e nelle periferie abbiamo imparato – o forse dimenticato?- come trovare il nostro benessere anche senza natura, circondati dalla tecnologia, invece che da alberi, con in mano l’amato smartphone a rubarci troppo spesso l’attenzione e così anche tante specie si sono adattate a vivere in ambienti fortemente antropizzati. Ma è vero benessere? Mi è sufficiente fare ciò che ho imparato da ragazzo, incamminarmi su un sentiero di montagna, per trovare la mia risposta.

Illustrazione © Elisa Talentino, Foto © Stefano Unterthiner

Unterthiner: un approccio lento alla natura
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