Masterchef, Masterchef Junior, Cotto e Mangiato, Quattro Ristoranti, Gusto, Chef per un giorno… ogni rete televisiva ha o ha avuto il proprio programma dedicato alla cucina. Le formule ideate per portare la cucina in tv sono molte: gara tra semplici appassionati, sfida tra esperti, VIP per la prima volta alle prese con i fornelli, giornaliste che preparano piatti semplici e gustosi utilizzando ingredienti surgelati, chef che propongono grandi classici rivisitati. Eppure un filo rosso che accomuna tutti questi format gastronomici c’è: la necessità di adattarsi alle regole attuali della TV. Non si può non notare che questo comporta una mediazione dal punto di vista della genuinità del prodotto. La cucina, stretta tra montaggio, personaggi dal carattere forte e pubblicità, fatica a rimanere la protagonista e spesso è costretta giocoforza a diventare mero pretesto, ingrediente di contorno. 

È successo con il programma di cucina per eccellenza, quel Masterchef che segna un po’ il punto di non ritorno della spettacolarizzazione del cibo in tv, con la narrazione che diventa preponderante rispetto al prodotto, e il ruolo dei protagonisti che trascende la loro professione. 

Basta rivedere l’intervista barbarica di Daria Bignardi a Carlo Cracco, per capirlo: il loro dialogo è da star, e la cucina è uno dei dettagli, uno strumento della narrazione ma non la parte centrale della descrizione del nostro chef più amato.

Italian chef and TV personality © Vito Maria Grattacaso / LUZ

Da chef a personaggio, la sua trasformazione ha seguito precisi schemi anche fisici, con un’evoluzione che l’ha visto da serioso cuoco in giacca bianca immacolata con i capelli corti e il viso serio a modello trendy con ciuffo ribelle e abiti di tendenza.

Lo conferma anche lui: “Questo successo è quasi tutto cercato: sono 35 anni che faccio il cuoco. Ma la grande popolarità è una svolta”. E senza la cucina in tv e il successo della trasmissione non ci sarebbe stata. Con il suo fare ironico e sornione alla domanda provocatoria “ti piace la tv?” risponde come da copione, con una delle sue frasi che lasciano lo spettatore senza parole: “Sì, come oggetto è molto bello”.

Perché l’alone di mistero e superiorità serve a completare il personaggio. Perché nel suo caso, ma è lo stesso per i suoi colleghi Bastianich e Barbieri, la tv ha sublimato la prima professione, che è ormai quasi un dettaglio. Per tutti quelli che lo guardano dallo schermo, naturalmente, ma non per lui.

“Solo in cucina sono davvero me stesso” lo afferma lui stesso, nell’introduzione di Cracco Confidential il documentario sul trasferimento dal ristorante dal seminterrato di Victor Hugo al maestoso palazzo in Galleria Vittorio Emanuele. 

Perché quella celebrità è stata il viatico per un progetto che – forse – il nostro aveva dentro da sempre, e che si è concretizzato anche grazie alla popolarità raggiunta da una trasmissione televisiva che è senza dubbio un must del genere. 

Se infatti prima di Masterchef la cucina in tv era un prodotto comunque di nicchia, confinato al successo social e alle trasmissioni dei canali per abbonati, con questo vero colosso della produzione televisiva, con innumerevoli serie in 33 Paesi diversi, sono nati i primi starchef nostrani, personaggi prima che cuochi. 

Ma quali sono i segreti di questo successo? Di sicuro i personaggi scelti, Cracco in primis, che ha saputo diventare anche un talent e ha dato al formato la notorietà che aveva già negli altri Paesi nei quali era trasmesso. Ma anche l’uso professionale del mezzo, che prescinde dal cibo: la drammaturgia televisiva, al di là del cibo come contenuto, diventa la motivazione principale di creazione di una narrazione, in cui l’espressione di un giudice e la reazione sincera di un concorrente ad una critica o ad un apprezzamento diventano il vero succo del racconto televisivo, al di là del prodotto o della materia prima gastronomica che è solo apparentemente protagonista, ma è in realtà un pretesto narrativo.

Italian chef and TV personality © Vito Maria Grattacaso / LUZ

La domanda da porsi è se esiste ancora un pubblico per la cucina in TV.

Dopo aver colonizzato tutti i palinsesti e aver generato un esercito di piccoli emuli di Carlo Cracco negli istituti alberghieri, la cucina in tv è oggi la vera protagonista o è solo una comparsa tra montaggio e colonna sonora? È stato in grado di creare consapevolezza e cultura gastronomica nel pubblico o forse è stato solo una spettacolarizzazione di un tema molto amato? Un dato incontestabile c’è: l’importanza delle community, insiemi identitari di pubblico grazie ai quali i programmi televisivi diventano risorse crossmediali fuori dallo stretto universo televisivo. In fondo, spesso una espressione davanti a un piatto, un accenno benevolo, in televisione sono efficaci più di molte parole.

Da qualche anno si è infatti sviluppato il fenomeno del “second screen”, il secondo schermo del telefonino che la maggior parte di noi utilizza anche mentre sta guardando la televisione per commentare in diretta sui social o via chat la trasmissione. Masterchef e prodotti simili non sono programmi di cucina, sono fiction. Al di là del meccanismo dei personaggi che si odiano e litigano e di come viene elaborata la ricetta, Masterchef è un programma che punta sullo spettacolo. E che gode della sua seconda vita sui social network, amplificando così la sua popolarità e diventando virale in quanto contenuto, a prescindere dal mezzo. 

Le caratteristiche, i formati, i ritmi della televisione sono imprescindibili. Primo fra tutti, il linguaggio. Perché si deve creare intrattenimento in tv, bisogna raccontare l’aneddoto per riempire un tempo, per esempio. Quando si prepara un piatto, bisogna già pensare all’estetica che avrà una volta finito. Intrattenimento ed estetica, certo, ma senza dimenticare che rimane importante anche spiegare le ricette e insegnare a cucinare. Masterchef in questo senso, è uno show fatto molto bene, ma non insegna niente e da cui non si impara niente: perché non è questo il suo scopo. Il montaggio fa la maggior parte, crea una trama avvincente. A chi interessa davvero il cibo resta sempre una parziale insoddisfazione, perché non offre molto dal punto di vista culinario. Nemmeno partecipare aiuta ad apprendere qualcosa di nuovo: il programma può essere un trampolino, un’occasione di visibilità, ma non certo occasione formativa. Del resto, è uno show e come tale va visto e vissuto. 

Con trasmissioni come questa abbiamo assistito a una sorta di processo di “spersonalizzazione” del cibo, che invece dovrebbe nuovamente essere visualizzato per le sue caratteristiche di sostentamento e fonte di piacere gustativo, diventando un mezzo di racconto, quasi sociologico e psicologico: la tv non si può far sfuggire le potenzialità di un argomento così importante e “viscerale” per l’essere umano. 

E per il futuro? Data anche la situazione attuale, si sente sempre di più l’esigenza di sentire e percepire il cibo “vero” e non soltanto vederlo intermediato: la limitazione televisiva che trasforma il cibo in altro da sé ormai necessita di una sorta di “liberazione”. Un ritorno ad un salutare e sacrale rispetto del cibo, in contrapposizione al metacibo, al food, che riempie le menti, le discussioni, le serate sul divano, ma senza gusto e forse senza ponderarne l’importanza.

I contenuti rimangono la cosa più importante, tenendo ben presenti i diversi pubblici a cui ci si rivolge uno show televisivo e maturando la consapevolezza che lo spettacolo, la televisione e la cucina possono essere alleati, ma nel rispetto reciproco.

Foto © Vito Maria Grattacaso / Scaglie / LUZ