È qui che inizia la rinascita del Castello di Gropparello, oggi punto di riferimento per l’esperienza immersiva in una realtà medievale, tra Toscana e Emilia, con grande attenzione al realismo e alla capacità di ispirare piccoli e grandi in un contesto fatato. 

Abbiamo intervistato una delle castellane, Chiara Gibelli, che insieme alla sorella Rita gestisce oggi il sogno di famiglia. 

Partiamo dalla storia: come siete finite ad abitare in un castello? 

La storia inizia a Milano, nella casa dei nonni, dove vivevo con la mia famiglia, i miei genitori e una sorella. La mamma, che veniva da Viterbo con il padre di Montepulciano, si sentiva soffocare dal cemento e voleva cambiare aria. Dopo dieci anni di lotte e insistenze, nonostante una brillante carriera nel campo della musica antica che appagava il suo bisogno di storicità, riesce finalmente a convincere nel ’94 il papà a modificare l’assetto familiare.

Proprio grazie al suo lavoro, a un’asta dove era andata per acquistare un clavicembalo, ha sentito parlare di un castello nel piacentino. Quando insieme al papà arrivarono lì trovarono questo il Castello di Gropparello, antichissimo, incastonato su uno sperone di offiolite verde, con le mura, le torri merlate, il ponte levatoio in legno, una struttura che si fondeva con la roccia e una terrazza con vista sul torrente in mezzo alle colline, un meraviglioso scorcio della pianura a nord. Il desiderio di venire a vivere qui è stato istantaneo e ardente. E nel giro di un anno la famiglia si è trasferita. 

Chissà che meraviglia per una bambina ritrovarsi principessa del Castello di Gropparello!

Appena arrivati in realtà ci siamo scontrati con la dura realtà: la mamma si trovò senza lavoro, senza nulla, con un castello da pagare e due bambine piccole. Ma per fortuna lei è sempre stata una imprenditrice con una visione e un’energia vitale che le hanno permesso di vedere le potenzialità del luogo sul lungo periodo.

Allora questo era un territorio un po’ inesplorato turisticamente, era complicato farne una realtà turistica dal niente. Ma scoprendo i dintorni entrò subito in contatto con altri castellani, e nacque il circuito dei castelli del ducato di Parma e Piacenza, che fu il primo passaggio di un percorso ampio di riqualificazione di questa zona. Era iniziato il suo progetto di rendere il Castello di Gropparello il fulcro della nostra famiglia. E da qui scaturì poi il progetto ludico didattico, per far provare a famiglie e scuole a toccare con mano questo mondo antico. E nacque il bosco delle fiabe: un percorso che non vuole essere Gardaland ma vuole essere una vera rievocazione del tempo passato, con attori in costume che interpretano personaggi delle fiabe, archetipi. In questo modo il bambino entra nel bosco, può affrontare le sue paure, affronta l’orco e con l’aiuto delle fate può uscirne più maturo. 

Dal 1996 questo progetto è cresciuto, e in pochi anni il castello è diventato il più visitato dell’Emilia Romagna ospitando fino a 500/600 bambini al giorno. E noi siamo cresciute con lui: nel 2000 abbiamo costruito i bagni, sistemato il giardino, creato il ristorante, il bar, la biglietteria.

Avevamo le nostre emozioni da condividere con i turisti: il lavoro ci prosciugava, ma era una carica vitale incredibile, un enorme scambio continuo con le persone. 

E il ristorante è stato un altro grande sogno realizzato… 

Sul ristorante la mamma ha investito molto, e quindi sono iniziati ad arrivare anche i banchetti per i matrimoni e questa vera e propria taverna medioevale con piatti a tema e illuminazione solo con candele è diventata parte del progetto. Perché con la cucina si completa il concetto di realtà immersiva, che ti permette di calarti nell’atmosfera con emozioni vere e reali. Cameriere in costume rinascimentale realizzati su misura da una sarta servivano grandi vassoi di piatti con prodotti tipici, mescolando un po’ di cucina storica che mia madre rielaborava, con i prodotti del territorio. Il suo lattonzolo al vino con mandorle e prugne è una perfetta esperienza gastronomica toscana e medievale, un suo succulento cavallo di battaglia. E poi la zuppa di farro, il paté di fegato: c’è una vera ricerca di una tipicità storica che lavora con il prodotto locale. 

Chi sono i vostri ospiti? 

Ospitiamo bimbi dalla materna, che scoprono le loro emozioni, devono acquisire fiducia e superare la soglia del brivido, fino a ragazzi della terza media che invece si confrontano dal vivo con quello che hanno studiato. E se i social stanno uniformando il linguaggio, vediamo tanto la differenza tra chi cresce in città e chi in un paese. Il bambino di paese rimane un bambino che ha voglia di esplorare, mentre il bambino di città vuole giocare però ti sfida, ha un vocabolario provocatorio. Il nostro ruolo in ogni caso rimane complementare e parallelo rispetto alla scuola: il lavoro di educatore è riportare il bambino all’esplorazione di uno spazio fisico in un contesto sano. Qui il bimbo non reagisce a YouTube, ma a un animatore colto che gioca con lui che lo mette difronte a provocazioni intelligenti, e rinsalda il gruppo preservando l’identità del singolo. 

Ma come vive e come si sente una bambina di città che diventa castellana? 

Ero una bambina timida, e anche con mia sorella. Rispetto alle nostre compagne, non frequentavamo molto gli altri bambini. Vivevamo molto nella casa dei nonni a Milano, piena di libri e immersa in un mondo novecentesco. Mi affascinava tantissimo questo lato della mia famiglia e ho conosciuto i nonni tramite gli oggetti della loro casa. Quindi quando ci siamo trasferite non ho patito la separazione dagli amichetti o dalle attività. 

Sono stata catapultata in un luogo che amplificava il contatto con il passato attraverso gli oggetti, e questo mi ha permesso di sviluppare il mio lato romantico. Per me il mondo del castello era il mondo ideale dove ritrovare la mia infanzia. Da più grande ho dovuto lavorare per ampliare l’orizzonte umano, anche perché per gli altri ero sempre “quella del castello”. Ma grazie a questo scenario ho potuto vivere dei rapporti di amicizia molto forti, un’adolescenza un po’ bohémienne con gli amici del liceo artistico. Il castello come sfondo è stato molto importante perché il lavoro si sviluppava nel frattempo, conoscevo persone più grandi che mi hanno formata culturalmente. Alla fine non sono una viaggiatrice ma è il mondo che viene qui da noi. 

E come si vive il lockdown tra le mura di un castello? 

Il continuo scambio, in questo luogo così particolare, mi ha dato la capacità di entrare in contatto con le persone, e i bellissimi rapporti di amicizia vera costruiti nel tempo si sono fortificati con il lockdown.

Ad un tratto siamo piombati nel silenzio: eravamo da soli nel castello, e non era mai successo. È stato strano non doversi più preparare per accogliere le persone, il Castello di Gropparello è tornato tutto nostro. Ma siccome c’erano i social ci siamo sforzati di entrare in questo canale per noi ostico, perché siamo abituati a emozioni fisiche. Ho cominciato a fare dirette e ho scoperto in chi ci seguiva una risposta emotiva molto forte. All’inizio ho proposto le prime visite guidate online con un timore forte, avevo una grandissima paura di essere rifiutata. Invece poi ho ingranato e entro in una narrazione che è quasi un monologo, spostandomi in tutto il castello. Abbiamo sperimentato che questa visita online è complementare a quella in presenza: ti do i miei occhi e la mia conoscenza e ti porto a vedere questo luogo nel mio sentire, nel mio vissuto e nella mia formazione culturale.

Inoltre ho convinto la mamma a fare qualche lezione di cucina, e da una grande timidezza ci siamo esaltate: lei prepara le ricette di famiglia, come il pasticcio di Borso d’Este, un timballo di pasta frolla con maccheroni, ragù tartufi fegatini, besciamella e funghi, una sinfonia perfetta di sapori di cui ci siamo innamorate e che ha rallegrato anche le tante persone che hanno voluto provare a prepararlo con noi in questo corso online.

Non ci saranno anche i fantasmi…

Ma certo. Molti sensitivi ci hanno detto che qui c’è un’energia pazzesca, e noi nel tempo abbiamo visto, sentito e fotografato tante cose.

La leggenda narra che nel ‘300 uno dei proprietari del Castello di Gropparello, tornato dalla guerra, scoprì per colpa di una serva che la moglie l’aveva tradito. Lui per gelosia murò viva la giovane sposa, ma si tormentò per sempre dal rimorso. Nel tempo noi abbiamo amato questa anima sofferente, e abbiamo provato a capire i suoi motivi, la circostanza che l’ha spinto a questo gesto, ma soprattutto il suo pentimento. Continuo a pensare che, forse, siamo arrivati qui perché dovevamo riportare questa storia in vita e rendere giustizia a questa anima in pena.

Foto © Francesca Tilio /Scaglie / LUZ