A partire dalla sua nascita nel gennaio del 1954, il rapporto tra tv e cibo è mutato passando attraverso linguaggi e racconti diversi che sono confluiti in un sempre maggiore interesse, come dimostrano i palinsesti televisivi e i cartelloni cinematografici degli ultimi 15-20 anni. Ma è sempre stato così? Come si è evoluta questa relazione? E come è stato raccontato il Parmigiano Reggiano sul piccolo e sul grande schermo?

Ne abbiamo parlato con la professoressa Cristina Bragaglia dell’Università di Bologna e autrice di Sequenze di gola, un saggio che analizza proprio il rapporto tra cibo e cinema.

Professoressa Bragaglia, come nasce questa relazione e come muta nel tempo?

La funzione del cibo è cambiata molto nel corso degli anni sia nel cinema che nella tv.

Non parlo delle ricette che ci ossessionano in tv, parlo proprio della funzione che il cibo ha all’interno della narrazione.

Per quanto riguarda il cinema, bisogna distinguere tra le varie cinematografie. Fino agli anni ‘50 il cinema italiano considera molto trash parlare di cibo e quindi ci sono pochissime tracce di questa relazione, che in genere serve più che altro a descrivere le condizioni di vita dei personaggi e gli ambienti modesti in cui vivono. In questo senso costituisce un’eccezione un film del 1937 Felicita Colombo, tratto da una pièce teatrale di Giuseppe Adami, dove la protagonista è la padrona di una grande salumeria nel centro di Milano: il film è stato girato all’interno della nota gastronomia Peck, che allora si trovava in piazza Duomo. Come dicevo, il cibo viene usato per raccontare una differenza di classe: la figlia della salumiera si innamora di un conte squattrinato. È interessante notare che la pellicola mostra per lo più cibo di élite.

Negli anni 50 il cinema invece inizia a raccontare un Paese che deve ricostruire dopo la guerra. Cosa accade dopo gli anni 50?

A partire dagli anni ‘50 qualcosa cambia: anche se il cibo non è ancora al centro delle trame. Da un lato il momento del pranzo o della cena viene utilizzato nei film come momento di incontro tra i personaggi, come già accadeva nei romanzi dell’800, dall’altro sottolinea un’identità di classe indicativa di un certo tipo di consumo.

Ma è dagli anni ‘70 che le cose iniziano a cambiare realmente: per la prima volta vediamo i primi film dedicati a un nuovo racconto del cibo italiano, iniziando a mettere in discussione la narrazione che fino a quel momento vedeva la prevalenza della sola cucina francese. Un esempio su tutti è La grande abbuffata di Marco Ferreri in cui i piatti sono ancora principalmente appartenenti alla cucina d’oltralpe, essendo il film ambientato a Parigi, ma appaiono dei cibi italiani. Ed è anche significativo che il prodotto gastronomico che contribuisce a questa rinascita del rapporto cucina-cinema sia proprio il Parmigiano Reggiano. Nel film infatti c’è una sequenza che considererei archetipica di questa presenza: Marcello Mastroianni interpreta un pilota d’aereo che, arrivato a Parigi, va in prima classe a recuperare delle forme di Parmigiano Reggiano che porterà in dono a questo convegno gastronomico tra amici che si tiene alle porte della capitale. La presenza del formaggio italiano in prima classe è particolarmente significativo perché dimostra che il cibo italiano, e in particolare il Parmigiano Reggiano, meritano un posto d’onore.

Nel film c’è anche un grande Ugo Tognazzi. Ed è proprio grazie a lui che il Parmigiano Reggiano è ancora protagonista, dapprima nel 1964 nel film collettivo Alta infedeltà in cui l’attore cremonese interpreta un produttore di formaggio nell’episodio intitolato Gente moderna diretto da Monicelli, e poi ne La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci del 1981 in cui Tognazzi paragona le forme a dei lingotti d’oro.

Arriviamo agli anni 80 e il cibo inizia quindi a essere rappresentato anche per il suo valore economico.

Esatto. Ma c’è anche da sottolineare che è proprio grazie a Bernardo Bertolucci che il cibo italiano viene definitivamente sdoganato nel cinema, soprattutto grazie al fatto che si tratta di un autore di caratura internazionale.

Non dimentichiamo che in passato il regista emiliano aveva reso immortali alcuni prodotti artigianali come il culatello nel film La strategia del ragno: fu una delle prime sequenze in cui ci si sofferma sul valore del prodotto locale al pari di ciò che era stato fatto dai francesi fino ad allora.

Quindi possiamo dire che alla fine degli anni ‘70, inizi anni ‘80 finalmente la cucina italiana acquisisce la consapevolezza di essere quantomeno alla pari di quella francese.

E questo anche grazie alla tv che dopo un primo periodo in cui non dà grande importanza al cibo – se si eccettua il bellissimo reportage giornalistico di Mario Soldati, Alla ricerca dei cibi genuini – Viaggio nella valle del Po – ha un risveglio importante.

Negli anni ‘70 la tv italiana conosce un nuovo modo di raccontare la cucina, soprattutto grazie a Luigi Veronelli che con Ave Ninchi conduce A tavola alle sette che è un tipo di intrattenimento nazional popolare anche se ancora molto colto, in cui c’è spazio per approfondimenti anche importanti. Il programma ospitava anche alcuni attori che si cimentavano ai fornelli, un po’ un antenato dei nostri cooking show. Mi ricordo la puntata con Paolo Ferrari che era notissimo per aver interpretato Nero Wolf: era comunque una tv che citava se stessa.

Credo però che in quegli anni la più grande influenza della tv sulla cultura gastronomica provenga in realtà dalla pubblicità: a partire dagli anni ‘50, diciamo dopo il 1956 quando la tv si diffonde in modo piuttosto capillare, la pubblicità diventa il vero momento di conoscenza soprattutto del cibo industriale, grazie ad alcuni brand italiani noti in tutto il mondo.

La tv invece cambia totalmente negli anni 2000 quando il cuoco diventa una vera e propria star.

In realtà il primo che ha avuto un’importanza televisiva, ancor prima di arrivare ai nostri anni, è stato Gianfranco Vissani, che era ospite in varie trasmissioni già negli anni ‘90. Il cibo era disseminato in programmi sia culturali che sportivi come Quelli che il calcio. Tra i momenti più memorabili di quel tipo di tv non possiamo non citare quello della preparazione del risotto da parte di Massimo D’Alema ospite a Porta a Porta, con Vissani appunto.

Poi ci sono stati anche gli sceneggiati tv, e più recentemente le serie tv a diffondere determinati cibi e tradizioni.

In questo senso non esistono ancora grandi studi e purtroppo una parte di materiale è andata persa perché la tv non ha saputo organizzare i suoi archivi. Ma possiamo certamente citare alcune sitcom straniere come Alice, spin off del film Alice non abita più qui di Scorsese, che negli anni ‘70 ha contribuito a diffondere la conoscenza del chili. Poi non dimenticherei la mania per le torte di ciliegie causata da Twin Peaks di David Lynch o ancora i vari cocktail e la mania del brunch diffusa da Sex and the city negli anni ’90.

Arriviamo ai giorni nostri in cui lestetica del cibo sembra aver pareggiato o addirittura soppiantato la bontà degli ingredienti.

Io ritengo che i social media abbiano influenzato soprattutto una fascia di pubblico giovane. Credo che in realtà questa tendenza dell’esasperazione estetica del cibo parta da molto lontano, ancora una volta dalla pubblicità che negli ultimi vent’anni si è fatta molto più sofisticata e visivamente accattivante.

Cosa dobbiamo aspettarci negli anni a venire?

Personalmente penso che già da qualche anno stiamo assistendo a un minore interesse sul cibo: dopo la grande esplosione del 2015 con l’Expo, la tv ma soprattutto il cinema si sono fatti un po’ da parte. Io dirigo il festival cinematografico Sequenze di gola che prima aveva grande facilità nel trovare film dedicati alla cucina. Negli ultimi anni, invece, è molto più difficile. Nonostante tutti cucinino, come si evince proprio dai social media.

Foto: © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ