I ragazzi di oggi vengono spesso definiti pigri, svogliati. Una generazione di “sdraiati” plasmata dai social e dalle tecnologie più moderne.

La Generazione Z però non è solo quella degli annoiati e dei nullafacenti. I tempi che viviamo ce lo stanno insegnando, nelle piazze di tutto il mondo stanno scendendo ragazzi intraprendenti, rivoluzionari, creativi al punto da inventarsi un lavoro, quando questo non c’è. Giovani capaci di abbattere i pregiudizi e gli stereotipi di interi secoli, e stimolare l’attenzione pubblica su argomenti come il cambiamento climatico, il razzismo e l’omofobia. 

Abbiamo deciso di incontrare uno dei suoi più degni rappresentanti: Jannik Sinner. Le presentazioni servono a poco perché del giovane altoatesino classe 2001, negli ultimi anni, stanno parlando tutti. La stella nascente del tennis è un campione dentro e fuori dal campo, e oltre che essere uno dei nuovi ambassador di Parmigiano Reggiano è anche il volto di una generazione che il futuro se lo vuole costruire da sola.

Tutti ultimamente parlano di te e danno opinioni e previsioni sul tuo talento e sul tuo futuro, per fortuna positivamente. Vorrei sapere quindi cosa pensi tu e cosa pensi del tuo futuro

Ci sono ancora tante cose dove io devo crescere, e devo ancora conoscere molto e di me stesso. Giorno dopo giorno però, che sia sul campo o fuori, che sia la parte atletica o tecnica, provo sempre a tirar fuori qualcosa di positivo che mi aiuti a superare le difficoltà. 

La cosa migliore che ho come tennista è che sono uno molto competitivo, sono sempre stato così in tutto quello che facevo – dallo sci, all’atletica, in tutto – magari anche in cose in cui in teoria non dovresti essere competitivo. Io volevo sempre vincere, però mi volevo anche divertire: gioco a tennis perché mi diverto.

Mi sento anche molto fortunato perché ho la famiglia dietro che mi aiuta e mi fa stare tranquillo- un equilibrio perfetto. Qualche volta mi dispiace stare lontano da casa perché sento la mancanza dei miei genitori, però ho scelto di giocare a tennis e so che loro stanno bene. La cosa più importante è che io ho fiducia in loro, e loro hanno fiducia in me.

Mi hanno insegnato ad aver rispetto di tutti e tutto, anche e soprattutto del lavoro. E io lavoro senza farmi problemi, questo è il mio talento. Ok, forse gioco anche bene a tennis, però la mia più grande forza è il lavoro, l’impegno che metto in ogni singolo allenamento e la voglia continua di crescere e migliorarmi.

Hai accennato allo sci, mi incuriosisce questo argomento perché ho letto che tu eri un super sciatore da piccolo. Cosa ti ha spinto a scegliere il tennis?

Dalle mie parti lo sci è una cosa normale, nasci con le piste davanti – probabilmente scii prima di camminare. Mi divertivo tantissimo, da piccolo tra una pista e l’altra vedevo sempre i miei amici e miei compagni di classe, vedevo più loro dei miei genitori.

Però a differenza del tennis, non lo vedevo come un gioco. Nello sci vai giù in un minuto e mezzo e se fai un errore, anche minuscolo, è impossibile che tu vinca. Nel tennis questo non succede, se sbagli puoi rimediare, le partite durano di più quindi ti diverti per più tempo. 

E direi che hai fatto la scelta giusta alla fine!

Speriamo – ride, ndr.

Mi dicevi che il tuo più grande talento è la dedizione al lavoro, nel tennis conta più la testa o il talento?

La testa. La testa fa la differenza. Io dico sempre che il talento non esiste.

Se uno lavora più dell’altro il talento viene superato, il lavoro supera il talento. Specialmente in questo sport in cui durante le partite è fondamentale rimanere concentrati, se perdi il secondo set devi vincere il terzo.

La cosa che più impressiona di te forse è proprio la testa: il modo in cui gestisci la pressione durante i match, la tua dedizione e la tua maturità sono davvero invidiabili. Come ci sei arrivato a soli 19 anni?

Nei momenti difficili devi essere forte per uscirne, io quando avevo 15 anni volevo giocare i Futures perché lì avevo più difficoltà – i giocatori erano più forti, e per superarli dovevo allenarmi di più e con maggiore qualità, la sera andavo a letto distrutto. Ora continua ad essere così, siamo arrivati a un buon punto ma c’è ancora tantissima strada da fare. Se perdo, il giorno dopo scendo in campo e mi alleno finché non miglioro i colpi che ho sbagliato. È nei momenti di difficoltà che si vede la vera passione di una persona. E la mia passione per questo sport e questa vita è tutto.

Bisogna lavorare soprattutto nei momenti difficili, qualche volta pensi di non farcela, ma alla fine se hai voglia di lavorare ce la fai. Questo succede quando non ti metti in dubbio, io non ho mai messo in dubbio le mie qualità.

I momenti difficili vanno di pari passo con le sconfitte. Quanto sono importanti, specialmente per un giovane che ha meno esperienza?

La sconfitta è la cosa più brutta, tu ti alleni per vincere, giustamente. La prima cosa che mi succede dopo una sconfitta è che sono inca***to e non parlo con nessuno. La seconda però è che cerco di capire dove ho sbagliato – mi chiedo: “Perché ho perso?”. Dagli sbagli riparto col mio team per fare meglio nella prossima, dalle sconfitte si impara.

Qual è la sconfitta più bella, o da cui hai imparato di più?

Sicuramente una partita che mi ha fatto molto male è quella dell’anno scorso in Spagna, contro Alcaraz. Io avevo vinto a Bergamo, poi a Trento e Pula, e poi sono arrivato lì. Ho perso il primo, ho vinto il secondo e poi ero sopra 3-0 al terzo, e ho perso 6-3. Quella sconfitta mi ha fatto malissimo, sentivo di poter vincere e dovevo vincere – dopo la partita ero sconvolto, a pezzi.

E cosa ti ha insegnato?

Mi ha fatto capire quanto sia realmente importante per me vincere tutte le partite. Perché quando uno vince tre tornei di fila e poi perde una partita e si arrabbia vuol dire che tiene a tutte le partite allo stesso modo, a prescindere dall’avversario.

Un’altra sconfitta dura da digerire è stata quella contro Carreno Busta, stavo giocando bene e arrivavo dalla vittoria contro Goffin – il mio primo Top 10, sentivo di poter fare qualcosa di più. 

La vittoria più bella invece?

Questa è dura, tutte le vittorie sono belle. Direi l’anno scorso a Roma contro Johnson, aveva il match point e alla fine ho vinto. Gli Internazionali di Roma sono il mio torneo preferito, quindi era ancor più speciale.

Cosa provi quando dall’altra parte della rete ti trovi uno come Nadal?

Sicuramente mi ha aiutato tanto essermi allenato con lui in precedenza, sono entrato in campo carico. La cosa importante per me, contro tutti, è aver rispetto per tutti i giocatori – non troppo, ma nemmeno troppo poco. Con un idolo e un campione come lui c’era un po’ di rispetto in più, ma sapevo di poter fare una buona partita.

Secondo te è più difficile essere una giovane promessa di uno sport individuale rispetto a un gioco di squadra in cui hai compagni più esperti ad aiutarti?

Ti sorprenderà ma io ho anche giocato a calcio, e so cosa vuol dire lavorare in squadra, però mi piace che dipenda tutto da me. Se lavori in squadra è più difficile emergere come singolo, nel tennis forse è più facile farsi vedere e notare. Però è anche meno conosciuto, il tennis. Diciamo che non c’è una risposta giusta o sbagliata, entrambi i tipi di sport hanno i loro pro e contro.

Sci, atletica, tennis e hai giocato pure a calcio, hai fatto tutti gli sport allora!

Sì davvero, anzi a un certo punto il tennis era al terzo posto perché lo sci e il calcio erano più importanti.

E quanto conta avere al proprio fianco un grandissimo coach come Riccardo Piatti?

È importantissimo, lui ha tanta esperienza e ha portato in alto molti giocatori, ogni cosa che dice per me è un grande insegnamento. Fortuna o no, io finora ho sempre avuto a fianco le persone giuste nel momento giusto – ho fiducia nel mio team e loro hanno fiducia in me, io so dove loro vogliono arrivare e loro sanno dove io voglio arrivare. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo e lavoriamo insieme per raggiungerlo. Forse, riprendendo la domanda di prima, alla fine il tennis non è uno sport così individuale come tutti pensano.

Come ti prepari alle gare?

Io sono abbastanza tranquillo, anche se ci sono ovviamente delle partite in cui sei molto più teso e senti di più la pressione, alcune in cui sai che sarà più facile, altre ancora in cui entri già con una condizione fisica non ottimale. Meno problemi mi faccio meglio è. In generale, tranne gli ultimi 10 minuti che precedono il match in cui vado in trance agonistica, cerco di rimanere sereno e tranquillo – alcune volte sembra che non debba nemmeno giocare un torneo.

A proposito di pressione, sei giovanissimo e ti danno tutti del predestinato. Ti pesa a volte avere tutta questa pressione addosso?

No, non mi pesa. Difficilmente ascolto quello che dicono gli altri, specialmente se a parlare è qualcuno che segue poco il tennis. Se poi a darmi consigli è uno come Nadal o Federer la storia è ben diversa. La pressione è tanta, ma la maggior parte viene da me che voglio il meglio. Non so se sono un predestinato né cosa vuol dire per me, io ho ancora tanta tanta strada da fare ed è ancora lunghissima. Il mio obiettivo rimane sempre lavorare al massimo, tutti i giorni. Poi si vedrà.

Quanto ha influito la vita da atleta sulla tua adolescenza? Non c’è mai un momento in cui ti pesa dover essere sempre al meglio?

Per me la vita perfetta al momento è giocare a tennis e quindi non mi pesa. Però penso sia anche fondamentale staccare qualche volta – qualche volta col team andiamo sui go kart, oppure a fare un giro in bici in montagna o a fare una partita di calcio.

È dura ma è la vita che ho scelto, e sono felice della scelta fatta.

Tu sei nato nel 2001 e fai quindi parte della Generazione Z. Ci definiscono gli “sdraiati”, dicono di noi che siamo pigri e svogliati, quelli sempre al telefono sui social o in camera a giocare alla Playstation. Cosa pensi della tua generazione e dei tuoi coetanei?

Secondo me dipende da dove vieni. In Alto Adige si sta sempre fuori, ma magari una città più grande e trafficata ti spinge in un certo senso a stare più di frequente in casa e ad utilizzare il cellulare. Non credo però che siamo pigri, è solo uno stile di vita molto differente rispetto a quello delle generazioni precedenti, il mondo è cambiato tanto. Per farla semplice se adesso vai in un hotel e non c’è il wi-fi rimani incredulo – siamo nati con comodità ben diverse rispetto anche solo a quelle con cui sono cresciuti i nostri genitori.

Personalmente se sono con la famiglia o gli amici cerco di spegnere il telefono e godermi i momenti con loro, però bisogna anche ammettere che una vita senza cellulare ormai non è più possibile.

E che rapporto hai con i social?

Li uso abbastanza poco a dir la verità, non mi interessano molto. Qualche volta però gioco anche io alla Playstation, specialmente per giocare con gli amici – è un modo per rimanere in contatto con loro.

Non posso non chiederti allora a cosa giochi

Io gioco a Formula 1 e Fortnite.

Che musica ascolti invece?

Di tutto, prima delle partite solitamente ascolto musica rap o hip-hop.

Il tuo idolo?

Federer e Nadal, oltre che ad essere dei campioni assoluti sono dei grandi uomini, davvero persone fantastiche.

Come vedi il futuro del tennis italiano?

Lo vedo bene: siamo tanti, giovani e forti, in Italia ci sono anche tanti tornei per crescere.

Per concludere volevo chiederti qualcosa sul difficile momento che stiamo passando tutti. Come stai vivendo questa difficile situazione?

È un periodo molto brutto. Il mondo sta cambiando. C’è gente che perde il lavoro, o peggio. Certo ti dispiace per la carriera e per le partite che non si possono giocare, ma al momento passano in secondo piano, sono decisamente meno importanti. Noi tennisti siamo fortunati che l’ATP ci permetta di continuare a giocare, facendo un lavoro incredibile.

Spero davvero che questo periodo passi in fretta e che tutto vada per il meglio.

foto di © Antoine Couvercelle e © Alberto Vicini