Attraverso un viaggio dal Monviso alla foce del fiume Po, Mario Soldati, il primo divulgatore enogastronomico televisivo, agli albori della televisione di Stato, racconta attraverso i suoi artigiani un’Italia forse più contemporanea di quella attuale. Fatta di storie, di tradizioni, di sapori e di saperi. E di autenticità.

“Ho avuto l’idea di questo viaggio molto semplicemente pensando al fiume che attraversa la città dove sono nato, Torino. Quando il tempo è bello, il paesaggio intorno alla città è meraviglioso. Si vede tutta la cerchia delle Alpi, ma una montagna spicca fra tutte, specialmente al tramonto; si vede molto bene in controluce, non perché sia la più alta ma è perché è isolata, il Monviso. Il Po nasce dal Monviso. Il nostro fiume più lungo, più bello, più caro. Viaggiare è conoscere luoghi, genti e paesi. (…) E qual è il modo più semplice e più elementare di viaggiare? Mangiare e praticare la cucina di un Paese dove si viaggia, nella cucina c’è tutto, la natura del luogo, il clima, quindi l’agricoltura, la pastorizia, la caccia, la pesca. E nel modo di cucinare c’è la storia, la civiltà di un popolo. L’uomo come ha avuto la prima idea di viaggiare? Ma l’ha avuta molto probabilmente mentre lui stava fermo e guardava qualcosa che si muoveva, che viaggiava, che andava, per esempio le nuvole del cielo, gli uccelli che migrano, un fiume che scorreva”.

Così il primo divulgatore enogastronomico italiano, Mario Soldati, presenta la sua trasmissione televisiva più famosa, che segna in qualche modo l’avvento della cucina in tv. Un programma che ha davvero fatto la storia e ha aperto la strada a tutto quello che è venuto dopo. 

È il 3 dicembre 1957 quando va in onda per la prima volta Viaggio nella valle del Po, il suo programma televisivo in 12 puntate.

Una trasmissione già in sé decisamente all’avanguardia, ricca di contenuti e di quello che oggi chiameremmo storytelling, e piena di volti, storie, persone, prodotti che hanno iniziato ad essere conosciuti da un numero sempre maggiore di persone, in qualche modo portando alla ribalta nazionale quel territorio così poco conosciuto e fino ad allora così poco seducente. 

Perché se in quegli anni la costiera amalfitana era il luogo delle star, tanto amato e frequentato dal bel mondo, Roma era la culla della Dolce Vita, la valle del Po era per la maggior parte degli italiani un luogo sconosciuto e privo di appeal. Grazie a questo documentario raccontato, a questo modo controcorrente di divulgare le tradizioni enogastronomiche, Mario Soldati ha dato lustro a cotechini e Parmigiano Reggiano, a riso e pesci di fiume, rivelando alla nazione quanto questo angolo italiano avesse da dare dal punto di vista paesaggistico e culinario. 

L’abilità di Sodati non era semplicemente quella di scovare ingredienti, ma di raccontare storie di persone, dialogando con contadini e pescatori, ristoratori e artigiani con semplicità, mettendosi al livello dello spettatore curioso, fingendo di non sapere, per rendere il gioco ancora più intrigante. 

Da uomo colto, Mario Soldati ha saputo portare ad un livello comprensibile a tutti argomenti fino ad allora mai presi in considerazione dalla cultura: forse è stato il primo a comprendere davvero il valore intrinseco, sociale e culturale appunto, di ciò che scegliamo di mangiare. 

Una visione totalmente controcorrente: perché questa retorica del chilometro zero e dell’agricoltura, oggi tanto di moda, scomparve in sostanza negli anni ’60, lasciando il posto a surgelati e merendine, a piatti trasversali e universali, idealizzati in quanto contemporanei, lontani dalle tradizioni e dal già visto. 

Un documentario attualissimo, in grado anche oggi di offrirci spunti e riflessioni: una narrazione fraterna e popolare di genti, usanze, prodotti, ricette e riti di un’Italia rurale ricca di tradizioni culinarie.

“Viaggiare è conoscere, è il modo più facile, più diretto, di arrivare a conoscere un paese è praticare la cucina della gente che lo abita. Nei cibi e nella maniera di cucinarli c’è tutto”: c’è qualcosa di più autenticamente contemporaneo in questa sua visione del mondo? 

Tra specialità dell’Emilia Romagna e saline del delta del fiume, si passa a pesce e cardi, vino, riso, vini e Vermut, arrivando anche al Panettone. 

Col suo tono semplice e didascalico il primo divulgatore enogastronomico riporta l’evocazione classica del bello che fino allora era stata esclusivo appannaggio delle città d’arte a un ambiente rurale e contadino, con il vino al posto delle calli veneziane e la salama da sugo al posto del campanile di Giotto. Paragoni azzardati? Forse, ma di sicuro autentica volontà di mettere in luce uno degli aspetti culturali fondanti della grande tradizione artigianale italiana.  

In un’Italia che vedeva nella crescita e nel progresso, anche nel campo del cibo, una possibile rinascita internazionale, Soldati era invece per la riscoperta del territorio e delle sue peculiarità. In anticipo di 60 anni. Quel pay off – alla ricerca dei cibi genuini – era una dichiarazione d’intenti all’avanguardia, in un’epoca che stava invece cercando industria e globalizzazione, sinonimi al tempo di ricchezza e apertura al nuovo. 

Qualcuno, nel 2017, sessant’anni dopo l’originale, ha provato a ripercorrere quel viaggio, per rendere omaggio all’autore ma anche per capire quanto quel mondo fosse cambiato da allora. 

È rimasta valida la domanda che Soldati si pose: “Perché rifare un viaggio già fatto?”. Lui rispose che gli erano rimaste delle curiosità. I giovani in cerca d’autore che hanno seguito la sua scia hanno trovato risposte diverse, ma sempre inseguendo la tendenza dell’uomo a migliorare e imparare hanno trovato più consapevolezza, ma anche maggiori e più pressanti problemi ambientali.  

Mario Soldati è stato anche tanto altro: è considerato uno dei maestri del cinema italiano moderno, un intellettuale regista, definito dallo storico del cinema Mario Verdone un formalista, al pari di Alberto Lattuada.

Ma è di sicuro con questo documentario raccontato che ha avuto la sua vera celebrazione e il ricordo perenne di chi ha amato il suo modo familiare di narrare una pagina di piccola storia italiana, che in realtà riflette e dà lustro alla storia più grande.

“Mario Soldati è stato un dispensatore d’allegria. Nel senso dell’allegria vera, quella che qualche essere raro riesce a diffondere intorno a sé. Lo scrittore torinese aveva infatti il potere di alleggerirti lo spirito. Non era fatuo. Era alacre e inquieto”. Così lo ricorda Nello Ajello in Racconto d’una vita allegra, e così vogliamo celebrarlo anche noi, riportando alla luce attraverso il nostro percorso una narrazione che in qualche modo si ispira alla sua. Pacata, riflessiva, chiara, in grado di mettere in luce le peculiarità e le storie di un territorio che merita di essere conosciuto. 

Foto: © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ

Foto di copertina © Antonio Sorrentino