Il Museo della Figurina rende omaggio a un prodotto di marketing nato per promuovere marchi. Infatti in passato la figurina serviva a rappresentare dei prodotti commerciali mentre oggi è un progetto educativo divertente: un mezzo unico per raccontare la storia d’Italia e portarci alla scoperta del mondo in modo leggero e immediato.

L’abbiamo conosciuta meglio insieme a Francesca Fontana, andando con lei nell’unico museo che la preserva a la cataloga, la racconta e la spiega e permette a tutti gli appassionati e ai semplici curiosi di addentrarsi in un universo fatto di dettagli, di ricerca e di un rapporto visuale con la storia e l’umanità. 

Con i ricordi personali sempre pronti a fare capolino, tra un calciatore e un cartone animato. 500.000 figurine, di cui circa 2500 esposte, 2 o 3 mostre annuali, tutte arricchite da un’ampia offerta di laboratori didattici e di eventi: il Museo della Figurina di Modena è un luogo da esplorare.

Come è nato e come si è sviluppato il Museo?

All’origine di questa raccolta – una delle più consistenti e significative esistenti al mondo – c’è la passione collezionistica di Giuseppe Panini, fondatore, insieme ai fratelli, delle omonime Edizioni Panini di Modena. Sin dagli inizi della sua attività imprenditoriale, Panini raccolse piccole stampe a colori provenienti da tutto il mondo con lo scopo di documentare la storia della figurina precedentemente alla nascita dell’azienda da lui fondata: oggetti affini alle figurine per tecnica esecutiva, temi trattati o formato. Il patrimonio di questa raccolta si ampliò a tal punto da diventare, nel 1986, un museo interno all’azienda stessa; nel 1992 fu donato alla città di Modena, capitale mondiale della figurina. Il museo è aperto al pubblico dal 2006, nella suggestiva sede di Palazzo Santa Margherita, e dal 2017 fa parte di Fondazione Modena Arti Visive. La raccolta viene incrementata costantemente attraverso donazioni o acquisti mirati.

Come è stata selezionata e catalogata la collezione? 

La collezione raccolta da Giuseppe Panini constava di oltre 500.000 pezzi: dopo la donazione al Comune di Modena è stato avviato un intenso lavoro – durato oltre dieci anni – di studio e riorganizzazione dei materiali. Il patrimonio è stato poi inventariato dalla soprintendenza per i Beni Storico e Artistici di Modena e Reggio Emilia; l’inventario è depositato presso il Ministero per i Beni Culturali.

Nel 1996 è stata avviata una catalogazione e predisposta un’apposita scheda con il contributo e la collaborazione dell’IBACN. Tale catalogazione ha portato alla compilazione di circa 30.000 schede.

Successivamente è stato predisposto il progetto museografico, a cui ha collaborato anche la storica dell’illustrazione Paola Pallottino: per la sala espositiva sono stati selezionati circa 2500 pezzi. Mettere a punto un percorso espositivo non è stato semplice, sia per la varietà dei materiali, sia per le dimensioni degli oggetti che, oltre ad essere piccoli, recano una grande quantità di dettagli.

Qual è il senso di un museo come questo? 

Questo è l’unico museo pubblico al mondo interamente dedicato alla storia della figurina e della piccola pubblicità, di conseguenza riveste una grande importanza e il suo compito è quello di conservare e valorizzare materiali che sono stati per lo più oggetto di collezionismo e che forniscono informazioni sulla storia del costume, della società, delle abitudini, della pubblicità e che offrono testimonianza dei cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli.

La potenzialità del museo risiede soprattutto nell’infinita varietà di soggetti trattati dalle figurine: si può parlare di una vera e propria enciclopedia per immagini. Grazie a ciò, è possibile realizzare mostre sempre nuove e legate alle tematiche più varie, collaborare con studiosi di ambiti differenti (storici dell’arte, antropologi, sociologi…), e mettere a punto una vasta gamma di laboratori didattici.

Ci sono delle figurine che raccontano il mondo del cibo? 

Moltissime! Nel 2015 sono state realizzate due mostre dedicate proprio a questo tema. Oltre alle figurine che illustrano piatti, prodotti o ricette, il museo conserva altri materiali legati al mondo del cibo, come menù, segnaposti, sottobicchieri. Inoltre bisogna ricordare che le figurine nascono come un prodotto prettamente pubblicitario, poiché venivano stampate dalle ditte per sponsorizzare la propria attività: molti di questi marchi erano legati all’industria alimentare e producevano cioccolata, caffè, estratto di carne (è il caso della famosa Liebig, azienda che più di ogni altra ha legato il proprio nome alle figurine), tapioca, cicoria… Il Museo della Figurina fa parte di Menù Associati, associazione culturale di collezionisti e istituzioni dedicata alla storia dei menù.

Chi sono i vostri utenti tipo? 

Non esiste un utente tipo, in quanto i materiali conservati in museo attraggono varie tipologie di pubblico, dai 3 ai 100 anni. I bambini, le scuole e le famiglie partecipano sempre con entusiasmo ai nostri laboratori didattici, poi ci sono le persone che vengono soprattutto per ritrovare gli album della propria infanzia (come gli anime giapponesi, o le figurine dei calciatori e dei ciclisti), ma anche tanti studiosi e collezionisti. Essendo unico al mondo, il museo attira molti visitatori provenienti dall’estero. 

Come avete affrontato il momento contingente? 

Durante i periodi di chiusura al pubblico abbiamo dovuto reinventarci e potenziare le attività a distanza. Sono stati realizzati laboratori per bambini e famiglie, videoconferenze tenute dai curatori, incontri con esperti.

In occasione della riapertura dei musei, a maggio, il pubblico ha da subito ricominciato le visite in presenza: in un momento come questo, ci siamo accorti che c’è molta voglia di fruire di prodotti culturali.

Che valore ha un museo così particolare, oggi?

La figurina, fin dalla sua origine, si propone di educare in maniera divertente: attraverso le immagini possiamo conoscere i pesci degli abissi o gli alberi più strani del mondo, viaggiare in Paesi lontani o scoprire come si produce lo zucchero.

Certamente le collezioni del Museo della Figurina sono in grado di evocare nei visitatori una serie di ricordi personali attraverso un percorso che si sviluppa in senso emozionale; accanto all’entusiasmo nel rivedere gli album dell’infanzia e le serie di figurine preferite o introvabili, vi è però anche la sorpresa di scoprire un mondo ben più ricco e complesso di quanto ci si immagini.

Il Museo è inoltre uno scrigno prezioso per studiosi e ricercatori che vogliano approfondire temi specifici; infine, conserva una parte importante di storia della grafica: non dimentichiamo che alle figurine e materiali affini hanno lavorato disegnatori di fama internazionale, come Peter Behrens, Leonetto Cappiello, Duilio Cambellotti, Fortunato Depero, Mercello Dudovich e Florence Edel, per fare solo qualche nome.

Il luogo nel quale sorge il museo ha influenzato la sua ideazione o il suo presente? 

Il Museo ha sede in un’unica e ampia sala di Palazzo Santa Margherita, un bellissimo edificio storico situato in centro città. L’allestimento attuale presenta una sezione permanente costituita da sei grandi armadi espositori, dotati di sportelli estraibili che consentono di ampliare la superficie espositiva: il visitatore può “sfogliarli” come se fossero degli album, approfondendo i vari temi proposti.

Accanto, c’è una zona dedicata alle mostre temporanee. Il prossimo autunno avvieremo il nuovo format espositivo MuFi Digital, che chiamerà artisti, disegnatori, designer e curatori a interpretare la collezione con una chiave narrativa inedita basata sull’uso delle tecnologie digitali, come anticipazione del futuro riassetto multimediale del Museo presso AGO Modena Fabbriche Culturali.

Foto © Francesca Tilio /Scaglie / LUZ