Roberto Bonzio, giornalista, veneto doc e sostenitore della creatività eccentrica. Lui è l’inventore di “Italiani di Frontiera”, un esperimento di giornalismo creativo dove ha raccolto le storie di decine di italiani semi-sconosciuti che stanno e hanno cambiato il mondo.

Tutto nasce nella culla dell’innovazione per eccellenza, la Silicon Valley, dove Bonzio, nel lontano 2008, ha vissuto per sei mesi con la famiglia. Lì è rimasto folgorato dalle storie dei tanti scienziati, imprenditori e ricercatori italiani che ha incontrato. La domanda che si è posto è semplice: “Perché questi talenti se ne sono dovuti andare dall’Italia?” 

Lo abbiamo incontrato per farci dare una risposta e per ascoltare le storie incredibili dei suoi italiani di frontiera.

Ti definisci “giornalista curioso”, ma la curiosità non dovrebbe essere la caratteristica base dei giornalisti?

Ovviamente è una definizione provocatoria. Si dovrebbe sempre essere curiosi da giornalisti, avere quel pizzico di scetticismo che ti porta a voler verificare sempre come sono esattamente le cose, non fidarti semplicemente di una fonte è la regola base ma trovo che nel giornalismo di oggi sia molto più diffuso il cinismo, un atteggiamento a volte spregiudicato e sprezzante. Io ritengo sia importante procedere con disordine, senza seguire per forza un percorso preciso.

Quando penso al mio metodo d’indagine mi vengono in mente due storie, una di fantasia e una vera. La prima è una favola persiana, la storia de I tre prìncipi di Serendippo, che narra le avventure di questi tre prìncipi dell’antico Sri Lanka che facevano scoperte straordinarie e fantastiche che non cercavano, ma che mai avrebbero trovato se non si fossero messi alla ricerca. Loro sono curiosi e per questo trovano continuamente cose nuove, anche se non sono quelle che si aspettano.

Tre secoli dopo, un pioniere del Romanticismo lo scrittore Horace Walpole coglie quello spirito e conia il termine “serendipity”: la capacità di trovare cose inaspettatamente, guidati dalla curiosità della ricerca. Un concetto che dovremmo tenere sempre a mente, perché si trova alla base del progresso, delle scoperte scientifiche, di quelle geografiche, ecc…

Il rischio di oggi è che, avendo internet, siamo sommersi dalle informazioni e abbiamo l’illusione di avere a disposizione tutta la conoscenza possibile, in realtà la finestra sul mondo che ci aprono i social e il web è una fessura, regolata da un algoritmo che ci fa vedere sempre e solo quello che a noi già piace e già conosciamo. Dobbiamo esserne consapevoli, non è necessario chiudere tutto, però dobbiamo sapere che quella è un’illusione. Non hai veramente una finestra sul mondo, hai solo una fessura. Si parla tanto di contaminazione, ecco la contaminazione dovrebbe essere proprio il prendere spunto da cose che non c’entrano nulla con quello che fai tu.

La seconda storia invece qual è?

L’altra storia è quella di tre prìncipi, stavolta veri, hawaiani che nel 1885 da San Francisco andarono nella spiaggia di Santa Cruz dove trovarono le stesse onde delle loro isole, si fecero intagliare le tavole e fecero quello che nessuno aveva mai visto fare, il surf.

Questo gesto ebbe un impatto enorme sull’immaginario della California: l’idea di cavalcare delle onde, qualcosa che non si può controllare, fu fortissimo e divenne un simbolo di quello Stato. Questa è la metafora della nostra situazione secondo me, le informazioni che abbiamo sono talmente tante che sembrano un’onda che ci travolge tutti i giorni. In tutto ciò è impossibile trovare una sintesi o cercare di capire andando con ordine.

Noi abbiamo la possibilità di stupirci, di prendere quell’onda di traverso e raccogliere tutta quella conoscenza per trovare dei collegamenti in quel mare di informazioni. Il così detto pensiero laterale, l’unico in grado di catturare un significato in quella complessità che sfugge al pensiero lineare. 

Che è un po’ il concetto che sta alla base delle storie di “Italiani di frontiera”

Esatto, “Italiani di frontiera” racconta un po’ come il punto di forza degli italiani che vanno all’estero, che vedono esplodere le loro capacità e il loro talento, si basa proprio su questo: avere competenze diverse e sapere combinare conoscenze diverse. Questa caratteristica ha un valore inestimabile. Il punto di forza degli italiani è proprio questo, e su ciò dovremmo ricostruire la nostra identità.


Il progetto di Italiani di frontiera è nato nella Silicon Valley in California, dove ti sei trasferito per sei mesi con la tua famiglia. Come ha spinto te e tua moglie a fare questa scelta?

L’abbiamo fatta come scommessa per i figli. Nel 2008 con mia moglie abbiamo deciso di andare lì per far fare loro un’esperienza all’estero che potesse tornargli utile e potesse dargli delle nuove prospettive. Per me è stato un terremoto, mai mi sarei immaginato che andando lì avrei tirato su un progetto che avrebbe cambiato tutta la mia vita.

Come nasce la volontà di raccontare la storia dei tuoi italiani di frontiera?

Per cercare di capire come mai in Italia non valorizziamo il talento.

In America ho scoperto le storie di tanti pionieri e innovatori, gente che ha concretizzato le proprie idee e portato avanti scoperte tecnologiche, sociali e scientifiche importantissime. Persone che hanno cambiato il mondo perché il loro talento non è stato intralciato ma, anzi, valorizzato. Italiani di frontiera è nato per raccontare queste storie. La più grande soddisfazione, per me, è che questi racconti hanno dato agli attuali italiani di frontiera, una grande carica e conferma del loro percorso. Raccontare la storia di uno come Federico Faggin, che ha cambiato il mondo inventando il microchip, e che ha preso le stesse botte sui denti che hanno preso loro in patria, ha dato una grande forza e ispirazione a chi si è trasferito all’estero per realizzarsi.

Tu spesso parli dei talenti che rimangono nel nostro Paese e che riescono a farcela “nonostante” l’Italia. Perché qui si ha sempre l’impressione che la creatività e l’intraprendenza vengano ostacolate?

Perché tendiamo, a causa di un retaggio cattolico da un lato, e socialista/comunista dall’altro, a premiare più l’appartenenza che il merito. Questo penalizza due volte i giovani, perché non si riconosce l’importanza del talento eccentrico e perché se sei giovane non hai esperienza, non hai passato anni a dimostrare le tue capacità e quindi, non ti si dà fiducia.

Un altro motivo è quello che l’idea del successo degli altri sta portando via qualcosa a te, è una mentalità obsoleta basata sulla ricerca solo ed esclusivamente del proprio benessere.

L’idea esasperata che io ho chiamato “sindrome del palio di Siena”, cioè la volontà di realizzarsi grazie alla sconfitta dell’altro. Questa teoria è nata combinando ciò che mi ha raccontato Federico Faggin, sulla conflittualità assurda che penalizza l’Italia e su quello che il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza – colui che ha smontato ogni pretesa scientifica sul razzismo – mi ha testimoniato riguardo all’incapacità di collaborare. Lo sport che più ci rappresenta come Paese è proprio il palio di Siena, dove sono solo tre o quattro le contrade che corrono per vincere, le altre corrono per far perdere l’altro e festeggiano, non perché hanno vinto, ma perché sono riusciti ad ostacolare la vittoria della contrada avversaria. È una dinamica, purtroppo, al centro per cento italiana.

Chi sono, quindi, gli italiani di frontiera e quali sono le storie che ti sono rimaste più nel cuore?

Ogni storia ha una caratteristica che mi porto dentro e che mi ha lasciato impressionato. Quella più emblematica è quella di Amadeo Peter Giannini, fondatore di Bank of America che, tra le macerie del terremoto del 1906 a San Francisco, si mise a fare dei prestiti alla gente rimasta senza nulla. Due anni prima aveva fondato Bank of Italy prestando denaro senza alcuna garanzia materiale ai migranti italiani e agli abitati di San Francisco.

Questa operazione fu fondamentale per la ricostruzione della città e diede lavoro a centinaia di persone che non avrebbero avuto alcuna speranza. Oltre a questo finanziò i primi film di Charlie Chaplin e di Walt Disney, ebbe quindi delle intuizioni geniali. La sua idea era quella di ricostruire scommettendo sugli altri, ha dato fiducia alle persone e questa è stata la sua fortuna. Poi la storia di Federico Faggin, che dopo aver creato il primo microchip della storia inventa la tecnologia touch. Dopo decine di rifiuti incontra Steve Jobs che si rende conto della potenza innovativa della sua invenzione, la vuole acquistare in esclusiva ma Faggin non accetta, così Jobs se la produce da solo e fa la fortuna della Apple, ma anche di Faggin, perché tutti quelli che gli avevano riso in faccia corrono da lui per farsi vendere la sua tecnologia. 

Qual è lo scopo di Italiani di frontiera?

Lo scopo è questo, quando si parla di innovazione si pensa sempre che si debba insegnare qualcosa, in realtà non ci rendiamo conto di quanto inseguire l’innovazione voglia dire soprattutto abbattere barriere, rompere le consuetudini del “l’abbiamo fatto sempre così”.

Nasce per dimostrare che l’unica soluzione per andare avanti è dare fiducia ai giovani e alla creatività eccentrica degli italiani e liberare, finalmente, il loro talento.

foto © Gabriella Corrado /Scaglie / LUZ