Il teatro delle Ariette è una compagnia di attori-contadini che attraverso una poetica legata al territorio ha ideato il teatro da mangiare, in forma di autobiografia. Un edificio rurale come sede, i campi, le piazze e le case private come palcoscenico, la loro idea di rappresentazione come valore sociale è una realtà che mette in luce tutta la capacità aggregativa e di condivisione che questo luogo porta naturalmente con sé.

Stefano Pasquini, che insieme a Paola Berselli ha fondato questa utopia realizzata, ci ha raccontato come si vive in equilibrio tra arte e agricoltura.

Intanto partiamo dal territorio: perché avete scelto proprio questo come vostro luogo di elezione?
In realtà non abbiamo scelto un territorio, questo è il territorio che Paola e io abitiamo da 31 anni. Nel 1996 abbiamo fondato il teatro delle Ariette: avevamo abbandonato il teatro quando siamo venuti qui, poi l’abbiamo ritrovato. Da allora fino a oggi abbiamo sempre accompagnato la nostra attività di produzione con un lavoro sul territorio. Dal 1997 conduciamo un progetto che si chiama “A teatro nelle case” del comune di Valsamoggia: abbiamo fatto programmazione in case di privati, stalle, fienili, forni del pane portando non solo i nostri spettacoli ma anche i lavori di altri artisti, chiamati a portare la loro poetica nel nostro territorio.
Da sei anni abbiamo iniziato un progetto che si chiama “Territorio da cucire”: nel 2014 è nato il comune di Valsamoggia, prima erano cinque comuni distinti. Quando sono stati fusi, abbiamo pensato con il teatro di tessere una trama di reazioni sociali tra gli individui, per cercare di contribuire a ricucire un territorio vasto e diversificato.

Quindi il nostro essere qui non è una scelta, ma una programmazione e una progettazione che da 25 anni facciamo sul nostro territorio.


Quest’anno non abbiamo potuto usare le piazze come negli ultimi anni, il coronavirus ha scompigliato le carte, ma abbiamo trovato la soluzione di convocare gli spettatori nei campi che sono attorno al nostro teatro.

© Gabriella Corrado / LUZ

Teatro come vero aggregatore sociale, quindi

Credo che uno degli elementi centrali del teatro è di essere un’attività sociale, di comunità. Senza comunità il teatro non si può proprio fare.


Si può leggere da soli, si può guardare un film in solitaria, ma il teatro vive della relazione tra individui. Si determina con l’eccitazione dello stare comunitario, con l’assieme che provoca il dionisiaco. Non possiamo immaginare un teatro senza spettatori.

Il teatro ha bisogno di tutto ciò che il coronavirus impedisce, insomma
Nel momento clou, il virus ha cancellato il teatro per alcuni mesi, ma non l’ha eliminato dai nostri pensieri, dai nostri desideri e dalle nostre esigenze.
E proprio come ha impedito tante relazioni, ha impedito anche di svolgere l’attività teatrale.
Per fortuna, dal 15 giugno nella nostra regione abbiamo potuto riprendere un’attività che ritengo indispensabile, come il cibo, come nutrirsi: senza questa non saremmo uomini e non saremmo umanità.

Quindi senza imprudenza ma anche con un certo coraggio e una certa fiducia, senza contravvenire a nessuna regola, abbiamo iniziato di nuovo a fare comunità.


Dal 1 luglio siamo ripartiti da casa nostra, soprattutto all’aperto, con una serie di repliche straordinarie che concluderemo il 5 agosto. E poi abbiamo ripreso le tournée e ci siamo accorti di come il teatro non possa essere cancellato per sempre: l’uomo ha bisogno del teatro e delle relazioni e ce n’è ancora più bisogno adesso, anche per combattere e sconfiggere la paura e i protocolli di sicurezza. Credo che le persone stiano dimostrando umanità in questo.

Pensa che il virus ci abbia resi migliori?
Siamo noi stessi a renderci migliori o peggiori, a seconda di come ci rapportiamo alle esperienze che la vita ci offre.

Io personalmente credo che pure il lockdown, al di là di tutte le sofferenze che ha portato con sé, ci ha dato un’opportunità di guardare la nostra vita e di fare un’esperienza molto ricca e nutriente, diversa dalla nostra routine.


Stando tutti in salute, io proporrei di istituire un mese di lockdown ogni anno per tutti.
Ci servirebbe per ritrovare una relazione con noi stessi, per combattere le frenesie e le nostre ansie. Chiaramente posso capire chi l’ha vissuto molto male, con magari una solitudine imposta, ma comunque come tutte le esperienze ha rappresentato un’occasione per riflettere su di noi, sulla nostra umanità e la nostra fragilità, sulla nostra mortalità. E ci ha aiutato anche a cominciare a capire che noi, da uomini, dobbiamo convivere con l’idea della malattia e che questo non deve fermare la nostra vita, ma insegnarci a stare al mondo in modo più solidale e leggero. Non pensando che il benessere smisurato ci sia dovuto perché esistiamo e soprattutto a discapito di altri esseri umani, delle piante, degli animali e del pianeta.
Se siamo stati attenti abbiamo imparato a ritrovare una posizione più marginale nel mondo.

© Gabriella Corrado / LUZ

Chi sono i vostri spettatori e che cosa vi aspettate da loro?
I nostri spettatori non sono un nucleo omogeneo, ma sono diversi tra loro.
Una parte sono spettatori abituali di teatro, vedono tante cose e frequentano anche altri luoghi culturali. Un’altra parte – che ci interessa molto – è meno avvezza ad andare nei luoghi di proposizione culturale quindi noi abbiamo scelto le case, i campi e le piazze perché sono luoghi aperti, dove quel timore reverenziale che si ha nei confronti del teatro non c’è.

Molti non entrano nei teatri perché sono intimiditi: scegliere le piazze, che sono luoghi della socialità, dove le persone sono abituate ad andare, vuol dire essere inclusivi.


Gli spettatori nelle case sono più ben disposti ad entrare in contatto con gli altri: lì ci si dispone a vivere l’evento teatrale non solo come oggetto estetico da consumare, ma si vive l’essenza stessa del teatro.
È una piccola comunità che si ritrova, partecipando allo spettacolo e incontrando gli altri.
Le piazze sono un’occasione meravigliosa per incontrare persone, italiane e straniere, là dove queste stanno, cogliendo spettatori differenti per età e generazione.
Quando porti lo spettacolo lì, il teatro è per tutti e non c’è da avere timore: è così che abbiamo allargato la nostra base di spettatori e abbiamo imparato a considerare il teatro come bene comune accessibile a tutti.

Che cosa significa essere attori-agricoltori?
A volte è difficile conciliare le due attività. Però per noi era anche difficile rinunciare a cose che amiamo fare.
Il teatro è il nostro mestiere e ci porta il reddito con cui viviamo.
L’agricoltura è una nostra grande passione e per molti anni è stata la nostra attività principale. Quindi continuiamo a coltivare e ad allevare animali, certo lo facciamo meno, ma ci siamo resi conto che l’attività agricola è nutrimento del nostro teatro, spunto di osservazione e di riflessione del rapporto con il mondo, con i nostri animali e con gli animali selvatici che ci sono qui. È un continuo stimolo alla riflessione sulla nostra vita.
Tecnicamente non si concilia alla perfezione, ma in realtà si concilia molto bene.

Nella vostra attività teatrale c’è anche una parte ‘commestibile’: da che cosa è composta e come la preparate?
Una parte molto importante! Dal 2000 abbiamo creato “Teatro da mangiare?” uno spettacolo che gira ancora oggi. Abbiamo scoperto che forse il luogo elettivo del nostro teatro è la cucina: ambiente dove si riuniscono pensieri, storie e cibo.

Noi mettiamo 30 spettatori attorno a un grande tavolo, cuciniamo e intanto raccontiamo la nostra vita e le nostre esperienze.

Gli amori, le gioie, i dolori, i lutti, i sogni, i fallimenti e viviamo questo tempo di condivisione del cibo di queste tagliatelle preparate col nostro grano macinato, nel racconto concreto di un’autobiografia collettiva. È un patto, quello sancito intorno a questa tavola, dove si condivide ciò che il pianeta ci offre e noi trasformiamo. Poi dobbiamo anche lavare i piatti, e anche questa è una dimensione molto importante nel nostro teatro.
Non sono gli spettatori a portarsi il cibo, come nel teatro dell’antica Grecia, ma siamo noi gli officianti del rito che includono nella loro azione quella di trasformare il cibo e di offrirlo agli spettatori. Si ribalta il discorso, perché è il padrone di casa che offre ospitalità, offre un luogo e un sostentamento spirituale e fisico.
Il cibo è entrato nel nostro teatro perché è parte della nostra esperienza diretta di vita:

l’autobiografia che raccontiamo, di aver cominciato a coltivare la terra e a trasformare le materie prime, ci ha spinti ad inserire questo elemento non soltanto a parole, ma invece fisicamente, come gesto, suono, odore.

Per far diventare spirito quello che è materia. Il teatro come la cucina è trasformazione: un’azione diventa riflessione e pensiero, così come succede se crei la pasta partendo dal grano.

© Gabriella Corrado / LUZ

Qual è il futuro del teatro e di un tipo di teatro così sperimentale e inconsueto come il vostro?
Io penso che sia un futuro possibile: il teatro ha una sua specificità, la sua anima avviene nel momento in cui è fruito. Avviene soltanto in presenza di attori e spettatori: per esistere in un futuro tecnologico, deve esprimere al massimo questa potenzialità.

Non credo negli spettacoli per troppi spettatori, credo in azioni sempre più vere, e sempre meno mediate, dove la vicinanza tra attori e spettatori diventerà centrale e dove le azioni vere prenderanno il senso insostituibile che hanno.


Il cinema non ci porterà mai a toccare l’oggetto di cui stiamo parlando: io invece posso fare accomodare gli spettatori dentro la scenografia e permettergli di toccare la scena e mangiare parte del racconto. Credo che il futuro del teatro sia in questa chiave: molto concreto, unico e irripetibile come si può fare solo attraverso il teatro. Non può essere sostituito da uno schermo, da un visore.
Il teatro è un rito dove ognuno ha il suo ruolo, dove tutti sono partecipi e attivi attorno a quello che sta succedendo.