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Gas a martello

Per diventare una leggenda, nello sport, bisogna sfruttare a pieno il potenziale del proprio talento, sfidare i limiti, e superarli. Si devono compiere imprese straordinarie e gesti eroici, quelli che poi i nonni raccontano con voce enfatica ai nipoti, o di cui si ha nostalgia parlandone con gli amici la sera al bar. 

Loris Capirossi ha dedicato la propria vita alla sua più grande passione: la moto.

Dai weekend trascorsi in sella, con la famiglia e il cestino del picnic dietro, a una carriera costellata di trofei e traguardi, fino al ritiro dalle gare per dedicarsi a se stesso e alla sicurezza degli altri piloti.

I sorpassi, le vittorie, ma anche gli errori e le sconfitte, sono diventati storie e miti. E così, Loris è diventato una leggenda.

Farei un bel salto nel passato, per cominciare dall’inizio. Come ti sei appassionato alle moto?

È un amore che senza dubbio mi ha trasmesso il mio babbo: lui era un grande appassionato, e quando avevo solo 4 anni mi ha costruito la prima moto. Non sono più sceso, poi sono arrivati la motocross e i tornei importanti.

Ricordo che i miei dopo aver lavorato instancabilmente tutta la settimana prendevano il furgone, caricavano le moto, e guidavano il venerdì notte per portarci a fare le prove in circuito di sabato. 

Hai cominciato a 4 anni? Assurdo!

Sisi, a manetta!

Qual è uno dei tuoi primi ricordi in sella?

Avevo circa 7 anni e ogni settimana non vedevo l’ora che arrivasse il weekend. I miei tornavano dal lavoro, avevamo una moto ciascuno e andavamo a fare lunghi giri in campagna, con il cestino del picnic dietro.  

© Alessandro Digaetano / LUZ

Anche la mamma?

Assolutamente. Mia mamma ha 68 anni e va ancora in giro in moto.

Farei un altro salto nel tempo. Cosa ti è passato per la testa quando a 17 anni sei diventato campione del mondo? (record d’età che ancora oggi ti appartiene)

In realtà per me in quel momento era tutto abbastanza normale. Il mio obiettivo era quello di essere sempre veloce e di vincere, e forse non mi rendevo realmente conto di quello che stava succedendo: ero un ragazzino che si è trovato in cima al mondo.

Penso di aver realizzato quanto fosse grande la mia impresa solamente arrivato in paese: mi avevano organizzato una festa incredibile, c’erano tutti. È stato tutto molto strano e surreale, davvero una favola a lieto fine.

Quindi quando sei rientrato a Riolo Terme eri già diventato una vera e propria celebrità!

Per festeggiare, in 65 avevano accesso una sorta di montagna di lampadine, da film. Erano tutti lì per me: tutti mi cercavano e volevano farmi un’intervista dopo l’altra. Stavo vivendo una vita che non mi apparteneva. 

E la tua vita da lì com’è cambiata?

Direi che non è cambiata molto, ero tranquillo e felice. Che poi non avevo neanche la patente, giravo ancora con la mia Ape 50, dove andavo? (ride, ndr)

Ero contento di tornare dalla mia famiglia e dai miei amici, ero un campione del mondo ma vivevo la vita di prima.

Mi fa molto ridere pensare che uno guidi mezzi potentissimi, sfrecciando a 300 all’ora, ma che poi non possa ancora prendere la patente.

Sì, è incredibile. Davvero.

Da ragazzo la moto ti ha dato molto, cosa ti ha tolto invece?

Beh, alla fine ho sacrificato una parte importante della mia infanzia e della mia adolescenza. I miei coetanei andavano in discoteca, io avevo la testa solo per la moto. Ti confesso di essermi ubriacato forse 2 volte in tutta la mia vita.

La tua passione ti ha portato in giro per il mondo. Cosa ti mancava quando eri lontano da casa?

La cucina romagnola di mia mamma, sicuramente: cappelletti, tagliatelle, pasta tirata a mano e sempre tanto Parmigiano Reggiano.

Qual è il suo cavallo di battaglia?

Questa è difficile. Direi tortelli ripieni di carne e ragù, una cosa spaziale.

E tu cucini? Il tuo piatto forte?

Io amo la cucina e credo di poter dire di essere un buon cuoco. Da buon romagnolo so fare anche la pasta a mano, ma me la cavo meglio con la carne e, soprattutto, con i dolci: sono molto goloso e faccio un tiramisù che è uno spettacolo.

Tornando alla tua carriera, hai ottenuto grandissimi risultati e tante vittorie, ma è anche stata segnata da parecchi incidenti e infortuni. Cosa ti ha spinto a continuare, nonostante i grandi traguardi già raggiunti?

L’adrenalina che la moto ti dà, la voglia di portarla sempre al limite, non finisce mai. Io mi sono ritirato 10 anni fa, e ancora oggi non mi do pace: quando riesco vado in pista.

Quando mi facevo male la mia mentalità era quella di salire in sella anche il giorno dopo, di correre ad ogni costo. Una volta ho gareggiato con la mano rotta e due fratture scomposte, riuscendo ad arrivare terzo. 

Vai in pista con la Ducati del 2003 che hai in casa?

No no, uso quelle degli altri che si rovinano. Le mie le tengo parcheggiate così rimangono perfette (ride, ndr)

Qual è la vittoria più bella della tua carriera?

Direi proprio quella del mio primo Mondiale nel ’90, o altrimenti Assen nel ’99, quando io e Valentino ci siamo dati battaglia sorpassandoci almeno 10 volte nell’ultimo giro, e all’ultima curva sono riuscito a superarlo e vincere. Ma anche la prima vittoria con Ducati nel 2003, a Barcellona.

Ciascuna vittoria ha la propria storia, i propri ricordi.

E la sconfitta che ti ha insegnato di più?

Tutte. Ho imparato da ogni sconfitta, da ogni singolo errore. Per questo ho sempre accettato con onore le sconfitte: è quando impari a perdere che diventi un uomo.

Foto copertina e gallery © Alessandro Digaetano / LUZ, Foto gallery courtesy of Loris Capirossi

Gioco di squadra

Il volto di Elisa Di Francisca lo avete tutti ben in mente, dalla storica impresa del 2012 con ben due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Londra, all’argento di Rio De Janeiro nel 2016, è una delle schermitrici italiane più importanti di sempre.

L’abbiamo incontrata per farci raccontare la scelta di ritirarsi dalla pedana per dedicarsi alla seconda gravidanza e come lavora ai progetti per il futuro una leggenda dello sport mondiale.

Quando hai iniziato il percorso sportivo? 

Ho iniziato a sette anni a fare scherma a Jesi, dove questo sport era già molto praticato.

Venivo dalla danza classica, perché da bambina mia madre mi voleva ballerina – ride, ndr. Però a un certo punto mi sono stancata della danza classica, perché avevo bisogno di rapporto con gli altri, di sfide e di risate e sono passata alla scherma. Ho trovato subito un ambiente giocoso, perché la scherma fondamentalmente è un’arte più che uno sport. È una disciplina. E piano piano si fa amicizia con gli altri bambini, ci si integra, si condividono le cose, si gioca, si fa tutto fuorché prendere in mano il fioretto. Il fioretto si prende in mano dopo un annetto più o meno.

Era uno sport già molto praticato a Jesi, quanto hanno influito il territorio e la tradizione da questo punto di vista?

Sicuramente se non fosse stato così conosciuto magari non ci sarei andata, fu mio padre a propormelo, lo conosceva perché da noi c’erano già grande campioni come Stefano Cerioni, Giovanna Tellini o Valentina Vezzali, poi perché si tratta di uno sport nobile e in grado di trasmettere grandi valori. 

Immagino che non avrai avuto un’adolescenza classica. Ti è pesato? Ci sono stati dei momenti in cui avresti preferito fare altro?

Beh, assolutamente sì. Poi, quando la scherma è diventato un impegno, mi ricordo che la mattina andavo a scuola e il pomeriggio i miei compagni di classe si riunivano per fare i compiti insieme, per uscire, andare a fare una passeggiata, prendere un gelato e io non potevo. Mi sentivo un po’ esclusa, uscita da scuola andavo a casa, pranzavo, facevo i compiti e mi chiudevo in palestra dalle 4 alle 7 di sera. A 18 anni ho anche smesso, trainata anche da un fidanzato molto geloso che non accettava questo impegno. Ho sommato tutto e ho detto: “ma chi me lo fa fare!”, mi stavo perdendo la mia vita, le amicizie, il fidanzato, le giornate fuori. Mi sono fermata per un anno più o meno, poi mi sono accorta che quel fidanzato, che era così geloso, non mi amava e quindi l’ho lasciato. Le amicizie erano importanti, però facevano sempre le stesse cose, tutti i pomeriggi erano uguali.

A me mancavano l’adrenalina, lo sport e il superare i miei limiti: da lì ho capito che era una mia scelta, un bisogno, una mia voglia e non ho più smesso.

Senti, io mi ricordo le Olimpiadi del 2012 a Londra e mi ricordo che voi tre sembravate invincibili, tu, Valentina Vezzali e Arianna Errigo. Tre donne, un podio interamente italiano, cosa mai vista prima. Tu che cosa ti ricordi di quei giorni? 

Io mi ricordo il grande tifo, il palazzetto che era pieno di italiani che intonavano delle canzoni, con gli striscioni, con la bandiera dell’Italia. Mi ricordo la forte vicinanza e l’emozione che queste persone provavano nel vedere le nostre gesta. E poi, certo, a livello individuale, ricordo la grande spensieratezza mista a paura, perché stavo affrontando la mia prima Olimpiade. Per quanto avessi 29 anni, per me era tutto nuovo. Io sono arrivata tardi alle competizioni importanti, perché appunto ho smesso di fare scherma per più di un anno.

Ricordo una gara emozionante, bellissima, stupenda, resa ancora più bella dal podio tutto italiano e dalla mia vittoria. 

Che cosa ha significato all’epoca per te e cosa significa nella scherma il lavoro di squadra?

La scherma è uno sport particolare, perché ci vede l’una contro l’altra in una giornata, e poi il giorno dopo c’è la gara a squadre. Quindi tu puoi aver perso da una tua compagna o puoi aver battuto una tua compagna di squadra, e il giorno dopo te la ritrovi lì alleata per la conquista di una medaglia importante. È un meccanismo al quale ti devi abituare, sicuramente molto duro, ma io lo paragono alla vita di tutti i giorni: sei sola con le tue paure, con le tue emozioni, con la tua voglia di superare chiunque, ma allo stesso tempo sei in squadra e quindi cooperi con gli altri. 

Quindi c’è una competizione ma alla fine l’obiettivo è comune

È una sana competizione perché nel momento in cui abbassi la maschera vuoi vincere, vuoi che tutto il tuo lavoro e il tuo sudore vengano ripagati, senza nulla togliere all’altra.

Io poi sono una che adora la correttezza, la giustizia e non infierisco mai negli assalti, è sempre importante vincere, far valere le proprie forze, i propri sacrifici, ma senza mai offendere o infierire.

Forse questo nella scherma si vede ancora di più perché, come dicevi tu, è uno sport nobile che trasmette un certo tipo di valori

Beh sì, dovrebbe farlo – ride, ndr – ma non per tutti è così. Però, come in tutti gli ambienti, ci sono persone che ce l’hanno dentro e altre no. Poi magari quelle che non ce l’hanno vincono anche di più.

Però sicuramente il valore atletico e umano si percepisce

Sì, per me va oltre! Prima siamo persone.

Il 2020 per voi atleti, ma per tutto il mondo è stato un anno di rinunce. Tu, nello specifico, hai dovuto rinunciare ai prossimi Giochi Olimpici

Di fronte a queste Olimpiadi rimandate ci sono inizialmente rimasta male, mi è dispiaciuto, ma non perché non si dovesse fare, andavano rimandate, ma perché, a livello egoistico, avevo fatto mille sacrifici, sono rientrata con Ettore – suo figlio, ndr -, l’ho portato a tutte le gare e a tutti i ritiri.
Volevo finire e chiudere un cerchio, coronare un sogno, far vedere a Ettore che la mamma era riuscita a fare le Olimpiadi insieme a lui. Poi però mi sono detta, va bene, questa è una causa di forza maggiore, reinventiamoci. Che cosa faccio? Aspetto? Perché poi io e mio marito avevamo voglia di allargare la famiglia. Alla fine ha prevalso la scelta familiare, che comunque è sempre stata più importante rispetto alla voglia di raggiungere e voler fare a tutti i costi. Va bene il lavoro, va bene la propria passione, ma se metti al mondo dei figli, se scegli di costruire una famiglia, bisogna portare avanti in egual modo anche quella.

Ma al di là del fatto che ovviamente non potevi fare la preparazione atletica, pensi che le due cose siano inconciliabili? 

Assolutamente no, si può fare tutto, ci vuole organizzazione. Io l’ho fatto e lo farò quando nascerà questo secondo figlio, Brando. Però in quello specifico momento, mentre gli altri miei compagni stavano facendo ritiri, senza gare, io avrei dovuto lasciare mio figlio per un futuro che fondamentalmente ancora oggi (l’intervista è stata realizzata a gennaio 2021, ndr) è incerto. 

Elisa Di Francisca sul set per lo spot di Parmigiano Reggiano

Quindi è tutto ancora possibile

Le Olimpiadi sono un momento di riscatto, ci vuole un po’ di speranza, di benessere per i tifosi, per chi le fa, ma anche per chi le guarda. Però è tutto molto incerto. Io avevo voglia di dedicare un po’ di tempo alla famiglia. 

Quali progetti hai per il futuro? Proseguirai nella carriera atletica o…

Guarda, credimi, io sono aperta a tutto, soprattutto sono aperta alla gavetta, all’imparare, al cimentarmi in nuove sfide. Quindi quello che sarà, che mi verrà e mi capiterà, o che io stessa farò capitare, sarà il benvenuto, purché si tratti di lavoro e non di cose che mi vengono offerte perché ho una bella faccia e ho vinto le Olimpiadi.

Vorrei sempre impegnarmi nelle cose, perché la conquista ha un altro sapore. 

Se dovessi dare un consiglio alla Elisa del passato quale sarebbe?

Un consiglio che le darei è “fai le cose per te stessa”, non devi dimostrare niente a nessuno, solo a te stessa.

Ci sono arrivata un po’ tardi, ho dovuto passare anche per i meandri dell’auto-distruzione, del farmi del male. E certe cose forse me le sarei risparmiate, ecco, non è tutto vero quando si dice “io non potrei essere quella che sono se non avessi fatto questo e quest’altro”. Insomma il consiglio che le potrei dare è pensa più a te stessa, un po’ di sano egoismo! 

E invece, se dovessi dare un consiglio a una ragazza o un ragazzo che decide adesso di dedicarsi alla carriera sportiva, anche visto il momento storico, che consiglio daresti? 

Beh sicuramente tutti i tipi di sport fanno bene, soprattutto in questo periodo. Mai come ora c’è bisogno di fare sport, non per arrivare ad essere chissà chi. Fate sport per divertimento, per la mente, per il corpo, perché fa bene, e per puro piacere. L’importante è farlo non pensando oddio devo guadagnare, devo fare, devo arrivare, sempre con questo “devo, devo”, no. Le cose arriveranno piano piano. Ma più che ai ragazzi questo consiglio lo do ai genitori. 

© Foto courtesy of Consorzio del Parmigiano Reggiano e Elisa di Francisca

Leggende

Da sempre il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano sostiene lo sport e gli atleti italiani. Lo facciamo come sponsor ma lo facciamo, soprattutto, producendo un alimento fondamentale per la dieta degli sportivi. Un piccolo ma grande aiuto per raggiungere insieme traguardi importanti.

In questi ultimi due anni gli atleti di tutto il mondo hanno messo in pausa le proprie attività, si sono – come tutti – dovuti fermare. Scaglie, nell’attesa delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ha incontrato alcuni degli sportivi italiani più importanti del nostro secolo. 

La prima leggenda di questo capitolo è Elisa Di Francisca, schermitrice e campionessa olimpica, considerata una delle più forti italiane di sempre. Elisa ci ha raccontato del suo percorso e dei sacrifici che l’hanno portata a raggiungere traguardi immensi fino a conquistare l’oro olimpico a Londra, nel 2012. Con lei abbiamo parlato anche della sua scelta difficile e coraggiosa di non partecipare ai prossimi Giochi Olimpici (Tokyo, 2021) per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Ora, Elisa ha lo sguardo volto al futuro – ricco di progetti e ambizioni – pronta più che mai ad affrontare nuove sfide.

Dal fioretto siamo passati alle due ruote, andando a scoprire la grande passione di Loris Capirossi – ex pilota motociclistico e Campione Mondiale. Siamo partiti con lui sulla moto dei ricordi, ripercorrendo i passi che l’hanno portato dai primi giri in sella con la famiglia fino al primo Mondiale vinto, stabilendo il record d’età a soli 17 anni. Una carriera costellata da podi e traguardi ma anche da cadute e infortuni, dai quali lui, però, si è sempre rialzato a testa alta senza mai mollare.

Siamo poi sfrecciati via dai circuiti per arrivare sui campi di pallavolo, dove un tempo giganteggiava Luca Cantagalli con le sue potenti schiacciate, valse il soprannome di “Bazooka”. Nel suggestivo Palazzo dello Sport di Modena, casa del Modena Volley, Luca ci ha parlato delle emozioni vissute, dei tortelli della mamma, e della sua “Generazione dei Fenomeni” – ovvero il team della Nazionale Italiana che negli anni ’90 dominò le vette della pallavolo mondiale.

Abbiamo incontrato questi eroi popolari per scoprire cosa li ha resi delle leggende. Quello che abbiamo capito è che non sono stati i successi e le vittorie a temprarli ma le sconfitte, le delusioni e i sacrifici. 

Sul fronte del gusto

Compasso d’oro, menzione d’onore alla medaglia d’oro dell’architettura italiana, Premio Inarch, tra i “cento Studi meglio al mondo” secondo Domus International 2019: sono innumerevoli i riconoscimenti che Guido Canali ha ottenuto nella sua lunga carriera di architetto. Eppure, con i suoi modi pacati e la sua grande serenità conquista con grazia, eleganza e pacatezza gli interlocutori, con cui ha una naturale capacità di apertura, dialogo, relazione. Le stesso doti che dimostra in tutti i suoi lavori, intrisi di accuratezza e di leggerezza, di rigore e di ossessione viscerale per l’efficacia condivisa.

Un dialogo costante con la natura e una grande capacità analitica gli hanno permesso negli anni di diventare un vero e proprio punto di riferimento nel settore, che guida con lieve maestria.

Non solo in Emilia, ma un po’ in tutt’Italia ed anche in Europa, ha svolto la sua carriera. Sul territorio emiliano, però, hanno avuto origine due progetti memorabili dedicati al Parmigiano Reggiano. Ce li siamo fatti raccontare.

A che cosa serve l’architettura?

L’architettura ben fatta è un investimento: se spendi male i soldi, sono sciupati. Vorrei che tutti capissero che l’architettura è un pregio irrinunciabile. Perché puoi comprare un quadro brutto e quando ti stufi lo metti in solaio, ma se costruisci una casa brutta o sbagliata non la puoi distruggere, perché ti costerebbe troppo, e hai fatto un danno.

Bisogna investire in qualità architettonica.

Ma non c’entra anche il gusto?

Il gusto c’entra: tra gli architetti ci sono quelli bravini e i negati, bisogna anche saper scegliere. Solo quello bravo ti aiuta veramente. Il gusto è educazione, impegno, un atteggiamento etico. Il gusto è non accontentarsi come principio. Essere esigenti con se stessi è davvero fondamentale e quando hai finito un progetto e pensi che potresti fare di più, ti viene voglia di buttare via tutto e rifarlo. L’energia per ricominciare ogni volta la si trova nella passione per quello che facciamo: quando sei convinto che quello che fai può essere utile agli altri, magari anche per le loro vite future, allora non ti accontenti.

Quanto di sé deve a questo territorio?

A parte il periodo di quando ero bambino, a cui devo la mia affezione verso la natura, abitare le nostre città emiliane è sicuramente stato determinante ed un reale privilegio. Puoi vivere nella città murata medievale, estremamente affascinante, che nei microambienti, in taluni casi in modo inaspettato ed affascinante, si apre in giardini segreti. Ma al di fuori della città murata c’è subito la campagna, e questo è un rapporto importantissimo che avresti con difficoltà se vivessi nelle grandi città.

Vivere in Emilia è un privilegio: abbiamo città d’arte bellissime, qualunque paese offre spazi e situazioni fantastiche.

Modena, Parma, Ferrara sono luoghi rilassanti, di grande equilibrio. Si vive bene. Vivendo qui uno ha già un po’ imparato come deve progettare.

E sul fronte del gusto?

Beh… sono un grande goloso di Parmigiano Reggiano: devo stare molto attento perché per me è una droga. Per fortuna non ho mai provato le droghe vere ma ne conosco altre, gastronomiche: il Parmigiano Reggiano e i funghi trifolati sono tra queste.

La sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano, © courtesy of Guido Canali

Come è nata la sua collaborazione con il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano?

Il progetto del Consorzio è nato dalla mia amicizia con il presidente, che all’epoca era l’avvocato Mora, un parmigiano, un intellettuale che come hobby collezionava disegni del Parmigianino. Ci conoscevamo e dopo aver visto un po’ di cose che avevamo fatto ci ha incaricato di questo progetto, andato avanti per alcuni anni. Negli anni successivi abbiamo fatto cose abbastanza importanti in campo industriale, per esempio per Prada vicino ad Arezzo HQ abbiamo realizzato la sede principale del settore produttivo dell’azienda.

E tutte derivano dallo spunto di allora, la nostra linea guida filosofico-concettuale è di essere molto attenti alle condizioni di chi lavorerà nel luogo. Questo risultato non è così facile da ottenere e occorre anche l’intelligenza dei committenti. Ma per noi è fondamentale preoccuparci di creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità. Quando un operaio sta una giornata chino sui vari pezzi che gli passano davanti sulla catena di trasmissione poter alzare gli occhi e vedere il verde che entra nella fabbrica, avere moltissima luce e spazio è un aiuto alla fatica.

È l’esatto opposto di lavorare in un ambiente chiuso, cupo, senza vista sull’esterno: come quegli scatoloni industriali, quelle situazioni introverse, ancor oggi di moda dovuta a criteri di super economicità nella realizzazione degli involucri, con massimizzazione della funzionalità per ottenere solo il massimo profitto.

A Reggio c’erano già in luce queste attenzioni e abbiamo cercato anche di trasmettere, pur nella severità e semplicità geometrica del blocco, un racconto fantastico, un giardino che entra lungo una passerella con pendenza minima, utile anche ai disabili, perché l’accesso al complesso diventi passeggiata gioiosa, e nel progetto affiorino anche elementi quasi ludici.

La sede del Consorzio ha funzioni multiple: una zona che assomiglia a un caseificio, la sala prova del Parmigiano Reggiano, l’auditorium e poi gli uffici e gli ambienti per gli incontri. Il montaggio in sequenza di parti con funzioni diverse è tutto inserito in un volume che fuori è omogeneo, salvo la variazione delle finestre, per evocare la sobrietà dell’architettura casearia del passato. È vero che nella tradizione più antica si annoverano anche dei piccoli caseifici pensati come gazebi ottagonali col doppio fondo sul fuoco nel baricentro, ma spesso i caseifici nella composizione del nucleo rurale erano elementi molto sobri, asciutti e senza orpelli, e a quelli ci siamo ispirati.

Ho un rimpianto per la funzione della passerella, che nell’idea iniziale avrebbe dovuto valicare la via Emilia collegando il complesso a un parco, quasi un invito a full immersion nella natura. Ma anche questa idea, pensata per quel luogo, e rimasta purtroppo nella penna, l’abbiamo sviluppata dopo. Doveva essere un luogo aperto alla città: la passerella è un telaio che al piano terra avrebbe dovuto offrire spazi per una comunicazione visiva, una specie di mostra sul territorio di produzione del prestigioso formaggio. Queste erano le buone intenzioni, poi come in ogni progetto alcuni elementi devono essere sacrificati, però noi continuiamo a sognare.

Per me l’architettura deve partire dall’idea di fare qualcosa che gratifica la gente che ci vive e che quindi non solo ha un pensiero di riconoscenza verso chi ha creato quel luogo, ma l’entusiasmo a ritornarci: è questo il compenso più grande del nostro mestiere. Se rimane questa soddisfazione di aver fatto qualcosa che interessa, che suscita qualche emozione, che intriga chi poi deve usare l’edificio.

In tempi più recenti ha immaginato un nuovo caseificio.

Il caseificio di Montecoppe, certo: in quell’area c’era già un edificio degli anni ’50, obsoleto, in attesa di un intervento importante. E c’è ancora un piccolo caseificio della metà dell’800, una delle primissime realizzazioni neogotica in Emilia, quando il neoclassicismo va scemando come novità modaiola.

Questo era una delle prime realizzazioni a Parma: mattoni, finestre con ogiva appuntita, decorazioni in mattoni che formano cornici echeggianti quelle quattrocentesche. L’abbiamo restaurato ed è diventato lo spaccio dove oggi si vendono i prodotti del nuovo caseificio.

Questo l’ho progettato per un’importante e colta famiglia di industriali per cui avevo già fornito i disegni della Smeg a Guastalla.

D’accordo con i Committenti, Volevo fare un edificio non troppo alto, anche se il blocco magazzino di stagionatura, dovendosi all’interno modulare sull’automazione del trasporto delle forme, prevedeva un’altezza significativa, fino a 8 metri. Per annullare quest’altezza eccessiva in rapporto all’edificazione tradizionale del contesto agricolo, davanti al caseificio abbiamo rialzato un terrapieno, una specie di pianoro verde.

Visto in pianta è una elle: un braccio è dove si produce, l’altro è il magazzino. E per ridurre al minimo l’impatto tutto l’edificio è stato completamente coperto di verde, e si ambienta molto bene con i dintorni.

Anche questo piccolo complesso è un luogo d’incontro dove è piacevole andare: abbiamo posto le premesse perché si potesse realizzare anche un punto di ristoro che fosse occasione conviviale per la gente. È quasi una mia fissa: che l’architettura si apra e diventi un luogo frequentato e allegro, che costituisca il collante di una socialità partecipe.

Il caseificio di Montecoppe © courtesy of Guido Canali

E oggi, in un momento così chiuso, come si concretizza un’architettura di condivisione?

Adesso si progetta per quando si apriranno ancora i cancelli: per essere di nuovo pronti a realizzare, specie l’edilizia sociale e pubblica, che deve essere fatta bene, con amore e con cura.

In questo senso abbiamo una grandissima responsabilità: quanti quattrini sono stati buttati nelle periferie squallide con condomini brutti, pieni di famiglie? Questo è proprio un danno, soprattutto per i bambini, perché l’influenza dell’ambiente in età giovanile è fondamentale. Una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle sollecitazioni che percepisce.

Penso che il mio instancabile amore per la natura ed i reiterati tentativi di porla al centro, fisico e simbolico, di quel che costruiamo dipenda dal fatto che negli anni della guerra, da piccolo, ero in campagna con la famiglia sfollata, e lì abbiamo vissuto qualche anno. Ricordo ancora in technicolor le scorribande nei campi, e lungo le golene dei torrenti, le ghiaie che d’estate biancheggiano tra i pioppeti: un’esperienza che mi ha segnato.

Ritratti © Stefano Marzoli / Scaglie / LUZ

Connessioni

arte e architettura nel territorio del Parmigiano Reggiano

Da sempre il nostro territorio si è contraddistinto per le sue sperimentazioni artistiche e i suoi risultati culturali. Pensiamo ai Carracci, al Duomo di Modena o a Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese che cantò Ludovico Ariosto.

Nel nuovo capitolo di Scaglie vogliamo cantare l’arte e l’architettura che si sono stratificate nella storia dei nostri luoghi, e che sono riconosciute in tutto il mondo.

L’Italia, infatti, conta 55 siti UNESCO ed è il Paese con il maggior numero di riconoscimenti nella lista dei patrimoni dell’umanità – in prima posizione con la Cina. Tra questi ben nove siti sono emiliani e quest’anno si discuterà anche della candidatura dei Portici di Bologna.

È così che abbiamo esplorato una parte dell’arte e dell’architettura nella terra del Parmigiano Reggiano, per raccontare come l’Emilia Romagna continua a ispirare pittori, scultori e architetti.

Siamo partiti dall’arte naïf di Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento, e abbiamo conosciuto un nuovo tipo di arte: quella del trucco prostetico, con cui il truccatore speciale Lorenzo Tamburini ha trasformato Elio Germano in Ligabue nel film Volevo Nascondermi (2020, Giorgio Diritti). Pennelli, pazienza e protesi in gel di silicone ci hanno permesso di immergerci nella vita travagliata di questo artista, tra la tenerezza che ha dimostrato e le incomprensioni che ha sofferto. Il pluripremiato prosthetic make-up designer ci ha parlato delle difficoltà della sua professione, e ci ha riportato anche qualche aneddoto sulla figura di Ligabue:

“Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così”.

Poi ci siamo persi, o forse ci siamo ritrovati, nel Labirinto della Masone per mostrare attraverso un video-racconto il più grande labirinto del mondo, dove il direttore Edoardo Pepino ci ha spiegato come arte e architettura si intersecano in un dialogo continuo tra il nostro territorio e il turismo internazionale. La storia del labirinto nasce con un viaggio in Provenza, che ha portato Franco Maria Ricci a scegliere 200mila piante di bambù per dare vita a un luogo che è anche topos letterario, da Minosse a Jorge Luis Borges.

Infine ci siamo meravigliati della bellezza e della funzionalità dell’architettura di condivisione, ascoltando Guido Canali, architetto vincitore – tra i numerosi premi – del Compasso d’oro, del Premio Inarch e di una Menzione d’onore alla Medaglia d’Oro dell’Architettura italiana. Nell’intervista Canali ha raccontato anche della collaborazione con il nostro Consorzio volta a “creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità”. I suoi sono progetti che dimostrano l’essenza dell’architettura, dall’estetica all’ergonomia, una disciplina coltivata nel parmigiano che ribadisce l’importanza dei luoghi.

Concludo prendendo in prestito le parole di Canali: una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle possibilità che ha. Per questo mi auguro che in questi tempi incerti il mondo del turismo possa rivolgersi alle nostre aree, perché il nostro è un territorio ricco con una cultura artistica tutta da scoprire e da cui rimanere affascinati, ogni volta.