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Turismo in punta di piedi

Nata nel 1990 a Salerno, Teresa Agovino è ingegnere ambientale, consulente di turismo sostenibile e anche green influencer.

Teresa non vuole “solo” salvare il pianeta, ma si impegna a divulgare la possibilità di viaggiare lasciando impronte positive e scoprendo realtà autentiche, affinché sempre più persone possano percorrere questa strada insieme a lei. 

Anche il territorio del Parmigiano Reggiano nasconde dei piccoli tesori di turismo sostenibile: leggere tutto per credere.

Raccontare quello che fai è complesso, perché non ti fermi mai. Da che cosa è iniziato tutto?

Come direbbe Steve Jobs, ho unito i puntini a ritroso. Quando ho concluso l’università ero sicura solo di una cosa: non volevo lavorare in un’azienda. Mi sono chiesta quale potesse essere esattamente il mio percorso, ma non ne avevo proprio idea. Ho fatto un Erasmus in Andalusia, in Spagna, dove mi sono occupata di approfondire le tecnologie che utilizzano la radiazione solare per rendere potabile l’acqua. Poi ho trovato un’esperienza di cooperazione internazionale con una ONG in Africa, nella Tanzania centrale, dove stavano lavorando proprio sulla potabilizzazione. Lì c’è stata una sorta di epifania. Mi trovavo in un villaggio che non riceveva acqua da più di tre mesi, gli abitanti bevevano da laghetti e pozzanghere, il che provocava vari problemi sanitari e infezioni, specie per i bambini. Una volta arrivata il capovillaggio è venuto a salutarmi, prendendomi le mani e pregandomi di far arrivare l’acqua. Era insolito, perché il capovillaggio non toccherebbe mai una donna, oltretutto bianca. È stato in quel momento che, molto emozionata, mi sono resa conto del “potere” che avevo, e che avrei potuto mettere le mie conoscenze e competenze a disposizione sia del pianeta che delle comunità locali. Ho fatto uno studio di fattibilità e ho cercato di usare una tecnologia che avessero sul territorio e che permettesse loro di continuare a gestire l’impianto senza la necessità di rifarsi sempre all’Europa.

Ho usato il solare e la Moringa Oleifera, una pianta che hanno lì, e questo è stato il mio primo vero lavoro sostenibile, ovvero avvalersi delle risorse che un territorio ha e fornirle alla popolazione.

© Giovanni Cocco /Scaglie / LUZ

Sostenibilità infatti significa sì ambiente, ma anche persone. E così ti occupi di turismo sostenibile, che cosa significa?

Esatto, dopo l’esperienza in Tanzania ho fatto un percorso con le Nazioni Unite per diventare consulente di turismo sostenibile, perché mi sono resa conto che il turismo, soprattutto nelle zone più remote, genera un impatto negativo consistente. Sono diventata auditor di terza parte di enti di certificazione, cioè sono quella persona che si reca in una struttura turistica e valuta se è veramente sostenibile, e se non lo è l’accompagna verso una maggiore sostenibilità e rilascia la certificazione a nome di questi enti (come Biosphere, Green Globe e Travelife).

Facciamo un passo indietro, qual è la definizione più semplice di “turismo sostenibile”?

Ci sono varie definizioni di sicuro più accademiche e complete, come quella delle Nazioni Unite, a me piace questa: un turismo in punta di piedi, ovvero che sia rispettoso dell’ambiente e delle comunità locali.

È un turismo che oggi ci fa fruire delle risorse, ma le lascia anche alle generazioni future.

“In punta di piedi” è un’immagine che significa ok, visitiamo la destinazione, ma non lasciamo un’impronta talmente pesante che rischi di danneggiarla in maniera irrimediabile. Per fare un esempio, sono stata in Perù, nei pressi di Machu Pichu, nella zona di Cuzco, dove mi sono occupata di un progetto legato al turismo sostenibile. Lì c’è Vinicunca, chiamata anche la “montagna arcobaleno”, che ha avuto un boom esponenziale di popolarità perché una influencer era capitata lì per caso e aveva messo delle foto su Instagram. La popolazione stava soffrendo molto la presenza dei turisti e quindi sull’altro versante della montagna abbiamo intrapreso insieme un percorso proprio per sviluppare un circuito turistico che fosse più rispettoso della comunità locale e dell’ambiente.

I social condizionano parecchio la scelta delle mete turistiche, da un lato è positivo perché permettono la scoperta di nuove realtà, dall’altro possono avere ripercussioni negative sul territorio, pensiamo al caso del lago di Braies in Alto Adige. Tu come la vedi?

Dipende molto dalla destinazione. Se il posto è già pronto a ricevere un turismo (sostenibile ovviamente) allora è certamente positivo, perché dà un boost a tutta la parte di marketing e promozione. Però deve aver progettato tutto per gestire i flussi, la parte di ingresso e di parcheggi, utilizzare navette green, oppure contingentare il numero di persone che visitano un certo luogo. Ma se succede come in Perù, dove quel posto era conosciuto praticamente solo dai locali e da un giorno all’altro è arrivato un numero spropositato di turisti, allora è negativo: non sono pronti, non hanno fatto un percorso di studio della destinazione né di coinvolgimento dei residenti. In generale è uno strumento utile, ma dipende dal momento e dalla destinazione.

E a proposito di destinazioni, quali altri viaggi e progetti hai portato avanti?

Ho fatto varie esperienze a metà tra l’ingegneria, la cooperazione e il turismo sostenibile.

Mi sono occupata di educazione ambientale in alcune scuole remote del Laos, mentre in Thailandia ho sostenuto uno zoo nella transizione a santuario, per aumentare il benessere degli elefanti. Poi ho lavorato nella zona periferica di Lima, in Perù, dove ho fatto un progetto di gestione dei rifiuti con dei ragazzi delle scuole, e mi sono spostata giù sul lago Titicaca. Lì al confine con la Bolivia mi sono occupata di efficientamento energetico di alcune strutture turistiche. In Ecuador ho fatto audit di sostenibilità, valutando vari centri di recupero degli animali della fauna selvatica. Ma sono stata in molti altri Paesi, finché non sono ritornata in Italia prima della pandemia.

© Giovanni Cocco /Scaglie /LUZ

Appena si arriva sul tuo sito c’è scritto non possiamo evitare di lasciare impronte, ma possiamo scegliere come farlo. Ecco, come possiamo fare? 

Io partirei dal porsi una domanda: quando viaggiamo in un Paese qual è l’impatto che generiamo con le nostre azioni? Se ci rendiamo conto di quello che può essere effettivamente l’impatto riusciamo già a ridurlo. Provo a fare un esempio banale; mettiamo che io vada in Madagascar e mi porti nel beauty lo shampoo, il balsamo, il sapone, o tutta una serie di prodotti in involucri di plastica. Quando li finisco, questa plastica devo buttarla, e sì ci sono dei cestini, ma il punto è proprio chiedersi: ma qui c’è una struttura tale da poter gestire i rifiuti? Se la risposta è vagamente “non lo so”, allora significa che quella plastica andrà ad appesantire tutto un sistema già delicato di gestione. Se invece mi pongo la domanda, mi informo, cerco delle risposte e agisco, magari parto da casa con lo shampoo solido. In base a ciò posso ripensare quello che porto per ridurre la mia impronta. Non vorrei banalizzare troppo, ma se presentassi una lista di “10 cose da fare” potrebbe valere per un posto e non per un altro.

Per me, invece, è importante spingere alla riflessione, costruire una consapevolezza personale che permetta di prendere decisioni in base alla destinazione.

Le impronte che lasciamo sono anche di tipo sociale. Il turismo occidentale è ossessionato dalla meraviglia esotica e porta a spettacolarizzare determinate culture. Come nel caso delle donne giraffa” birmane, che stanno ferme in strada per essere fotografate

Sì esatto, quello delle donne Padaung è un caso emblematico. Si tratta di un’etnia birmana che anni fa è scappata dal regime per una serie di persecuzioni militari, cercando asilo politico nel nord della Thailandia, al confine. Loro hanno sempre utilizzato queste collane e anelli d’ottone su collo, polsi e caviglie, e ci sono varie leggende che circondano questa tradizione. In ogni caso, una volta arrivate, il governo thailandese ha capito che gli ornamenti che indossavano sarebbero potuti essere un’attrazione turistica, e le ha relegate nel ‘villaggio delle donne della comunità tribale riunita’. In pratica il governo permette loro di restare in quel posto e ricevere i proventi turistici – ma parliamo di cifre irrisorie, pochissimi baht – a patto di non abbandonare questa tradizione e di rinunciare allo stato d’asilo, diventando residenti. È una sorta di ricatto, e il turista che si reca lì per fare solo un paio di foto non riesce a percepirlo. Con questo tipo di turismo stiamo sovvenzionando una pratica scorretta da un punto di vista sociale e culturale, perché in primis queste donne non hanno la possibilità di evolvere la propria tradizione e, in secondo luogo, non possono tornare a casa. Il turismo le ha rese schiave della loro stessa cultura e, con questa spettacolarizzazione, si sono creati dei veri e propri zoo umani. Andare per mezz’ora a fare il giro del villaggio per fare foto e comprare un paio di souvenir non permette di conoscere una popolazione né tantomeno un luogo.

Che cosa ne pensi dei documentari mainstream che trattano di sostenibilità? Penso ad esempio allo scalpore che hanno suscitato Seaspiracy o The True Cost su Netflix

The True Cost è un bel documentario, un’inchiesta giornalistica con intrecci umani, che racconta bene la realtà dell’industria tessile. Seaspiracy (come anche Cowspiracy) non lo definirei proprio documentario perché credo manchi un po’ l’oggettività e l’imparzialità giornalistica, sostiene solo una tesi. E sono d’accordo anche io eh, non mangio pesce né carne, quindi non sto sindacando sull’industria del pesce. Ma allo stesso tempo penso che non si debba fare di tutta l’erba un fascio, perché non si considera chi nel mondo vive di pesca locale e di economia di sussistenza, che non è invasiva, anzi, si prende cura del territorio e del mare, perché conosce i ritmi naturali. Quindi è riduttivo. Funziona per accendere il dibattito, ma dire “gli schemi di certificazione sono tutti corrotti, la pesca non ha senso in nessuna misura” è eccessivamente fazioso. Si tratta anche di un’esigenza mediatica che vuole creare per forza dei prodotti con “effetto wow,” che può essere efficace, ma non a scapito dell’informazione.

So che stai lavorando a una start-up, Faroo, ci racconti qualcosa?

Faroo è nata un mesetto fa, il nome è una crasi tra far e loop, quindi è un loop che ci porta lontano e ci permette di generare un impatto positivo; deriva dall’esigenza di moltiplicare quello che stavo già facendo e mettere a sistema tutte le esperienze.

In sostanza quello che facciamo [Teresa e il team, creato proprio sui social, ndR] è individuare sul territorio italiano gli operatori turistici sostenibili (accomodation, fornitori di esperienze, b&b, agriturismi, alberghi, aziende agricole e così via) e certificare la loro sostenibilità effettiva secondo uno standard che abbiamo definito internamente su una base di criteri internazionali: quelli stabiliti dalle Nazioni Unite, quelli della B Corporation e infine dell’economia del bene comune. La certificazione è gratuita, per evitare che diventasse una compravendita di carte e bollini. Da qui creiamo insieme delle esperienze di uno o più giorni, con varie attività, e proponiamo questi “pacchetti” alle aziende affinché le offrano ai propri dipendenti. I dipendenti fanno formazione sul campo sulla sostenibilità e l’azienda riceve un certificato di impatto dove si esplicitano i kg di CO2 risparmiati, i litri d’acqua non utilizzati, le persone e i prodotti locali supportati. Quindi noi uniamo tre aspetti importanti: welfare aziendale, CSR (Corporate Social Responsibility) e formazione, andando a sostenere il territorio e le realtà più sostenibili. Per ora siamo aperti solo alle aziende, ma pian piano allargheremo l’offerta a tutte le persone e magari più avanti riusciremo anche a organizzare viaggi a metà tra la cooperazione internazionale e il turismo.

Per concludere ci consiglieresti un itinerario, un luogo o una realtà sostenibile da visitare nel territorio del Parmigiano Reggiano?

Me ne vengono in mente due. La prima è un’attività di social eating che si svolge presso la cooperativa sociale Eta Beta. E l’altra invece è un’esperienza che consiste nel fare Forest bathing [un percorso empatico nella natura dove si applicano tecniche di respirazione e meditazione, ndR] con operatori olistici tra i colli bolognesi, nel Parco Regionale dell’Abbazia di Monteveglio.

Sul fronte del gusto

Compasso d’oro, menzione d’onore alla medaglia d’oro dell’architettura italiana, Premio Inarch, tra i “cento Studi meglio al mondo” secondo Domus International 2019: sono innumerevoli i riconoscimenti che Guido Canali ha ottenuto nella sua lunga carriera di architetto. Eppure, con i suoi modi pacati e la sua grande serenità conquista con grazia, eleganza e pacatezza gli interlocutori, con cui ha una naturale capacità di apertura, dialogo, relazione. Le stesso doti che dimostra in tutti i suoi lavori, intrisi di accuratezza e di leggerezza, di rigore e di ossessione viscerale per l’efficacia condivisa.

Un dialogo costante con la natura e una grande capacità analitica gli hanno permesso negli anni di diventare un vero e proprio punto di riferimento nel settore, che guida con lieve maestria.

Non solo in Emilia, ma un po’ in tutt’Italia ed anche in Europa, ha svolto la sua carriera. Sul territorio emiliano, però, hanno avuto origine due progetti memorabili dedicati al Parmigiano Reggiano. Ce li siamo fatti raccontare.

A che cosa serve l’architettura?

L’architettura ben fatta è un investimento: se spendi male i soldi, sono sciupati. Vorrei che tutti capissero che l’architettura è un pregio irrinunciabile. Perché puoi comprare un quadro brutto e quando ti stufi lo metti in solaio, ma se costruisci una casa brutta o sbagliata non la puoi distruggere, perché ti costerebbe troppo, e hai fatto un danno.

Bisogna investire in qualità architettonica.

Ma non c’entra anche il gusto?

Il gusto c’entra: tra gli architetti ci sono quelli bravini e i negati, bisogna anche saper scegliere. Solo quello bravo ti aiuta veramente. Il gusto è educazione, impegno, un atteggiamento etico. Il gusto è non accontentarsi come principio. Essere esigenti con se stessi è davvero fondamentale e quando hai finito un progetto e pensi che potresti fare di più, ti viene voglia di buttare via tutto e rifarlo. L’energia per ricominciare ogni volta la si trova nella passione per quello che facciamo: quando sei convinto che quello che fai può essere utile agli altri, magari anche per le loro vite future, allora non ti accontenti.

Quanto di sé deve a questo territorio?

A parte il periodo di quando ero bambino, a cui devo la mia affezione verso la natura, abitare le nostre città emiliane è sicuramente stato determinante ed un reale privilegio. Puoi vivere nella città murata medievale, estremamente affascinante, che nei microambienti, in taluni casi in modo inaspettato ed affascinante, si apre in giardini segreti. Ma al di fuori della città murata c’è subito la campagna, e questo è un rapporto importantissimo che avresti con difficoltà se vivessi nelle grandi città.

Vivere in Emilia è un privilegio: abbiamo città d’arte bellissime, qualunque paese offre spazi e situazioni fantastiche.

Modena, Parma, Ferrara sono luoghi rilassanti, di grande equilibrio. Si vive bene. Vivendo qui uno ha già un po’ imparato come deve progettare.

E sul fronte del gusto?

Beh… sono un grande goloso di Parmigiano Reggiano: devo stare molto attento perché per me è una droga. Per fortuna non ho mai provato le droghe vere ma ne conosco altre, gastronomiche: il Parmigiano Reggiano e i funghi trifolati sono tra queste.

La sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano, © courtesy of Guido Canali

Come è nata la sua collaborazione con il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano?

Il progetto del Consorzio è nato dalla mia amicizia con il presidente, che all’epoca era l’avvocato Mora, un parmigiano, un intellettuale che come hobby collezionava disegni del Parmigianino. Ci conoscevamo e dopo aver visto un po’ di cose che avevamo fatto ci ha incaricato di questo progetto, andato avanti per alcuni anni. Negli anni successivi abbiamo fatto cose abbastanza importanti in campo industriale, per esempio per Prada vicino ad Arezzo HQ abbiamo realizzato la sede principale del settore produttivo dell’azienda.

E tutte derivano dallo spunto di allora, la nostra linea guida filosofico-concettuale è di essere molto attenti alle condizioni di chi lavorerà nel luogo. Questo risultato non è così facile da ottenere e occorre anche l’intelligenza dei committenti. Ma per noi è fondamentale preoccuparci di creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità. Quando un operaio sta una giornata chino sui vari pezzi che gli passano davanti sulla catena di trasmissione poter alzare gli occhi e vedere il verde che entra nella fabbrica, avere moltissima luce e spazio è un aiuto alla fatica.

È l’esatto opposto di lavorare in un ambiente chiuso, cupo, senza vista sull’esterno: come quegli scatoloni industriali, quelle situazioni introverse, ancor oggi di moda dovuta a criteri di super economicità nella realizzazione degli involucri, con massimizzazione della funzionalità per ottenere solo il massimo profitto.

A Reggio c’erano già in luce queste attenzioni e abbiamo cercato anche di trasmettere, pur nella severità e semplicità geometrica del blocco, un racconto fantastico, un giardino che entra lungo una passerella con pendenza minima, utile anche ai disabili, perché l’accesso al complesso diventi passeggiata gioiosa, e nel progetto affiorino anche elementi quasi ludici.

La sede del Consorzio ha funzioni multiple: una zona che assomiglia a un caseificio, la sala prova del Parmigiano Reggiano, l’auditorium e poi gli uffici e gli ambienti per gli incontri. Il montaggio in sequenza di parti con funzioni diverse è tutto inserito in un volume che fuori è omogeneo, salvo la variazione delle finestre, per evocare la sobrietà dell’architettura casearia del passato. È vero che nella tradizione più antica si annoverano anche dei piccoli caseifici pensati come gazebi ottagonali col doppio fondo sul fuoco nel baricentro, ma spesso i caseifici nella composizione del nucleo rurale erano elementi molto sobri, asciutti e senza orpelli, e a quelli ci siamo ispirati.

Ho un rimpianto per la funzione della passerella, che nell’idea iniziale avrebbe dovuto valicare la via Emilia collegando il complesso a un parco, quasi un invito a full immersion nella natura. Ma anche questa idea, pensata per quel luogo, e rimasta purtroppo nella penna, l’abbiamo sviluppata dopo. Doveva essere un luogo aperto alla città: la passerella è un telaio che al piano terra avrebbe dovuto offrire spazi per una comunicazione visiva, una specie di mostra sul territorio di produzione del prestigioso formaggio. Queste erano le buone intenzioni, poi come in ogni progetto alcuni elementi devono essere sacrificati, però noi continuiamo a sognare.

Per me l’architettura deve partire dall’idea di fare qualcosa che gratifica la gente che ci vive e che quindi non solo ha un pensiero di riconoscenza verso chi ha creato quel luogo, ma l’entusiasmo a ritornarci: è questo il compenso più grande del nostro mestiere. Se rimane questa soddisfazione di aver fatto qualcosa che interessa, che suscita qualche emozione, che intriga chi poi deve usare l’edificio.

In tempi più recenti ha immaginato un nuovo caseificio.

Il caseificio di Montecoppe, certo: in quell’area c’era già un edificio degli anni ’50, obsoleto, in attesa di un intervento importante. E c’è ancora un piccolo caseificio della metà dell’800, una delle primissime realizzazioni neogotica in Emilia, quando il neoclassicismo va scemando come novità modaiola.

Questo era una delle prime realizzazioni a Parma: mattoni, finestre con ogiva appuntita, decorazioni in mattoni che formano cornici echeggianti quelle quattrocentesche. L’abbiamo restaurato ed è diventato lo spaccio dove oggi si vendono i prodotti del nuovo caseificio.

Questo l’ho progettato per un’importante e colta famiglia di industriali per cui avevo già fornito i disegni della Smeg a Guastalla.

D’accordo con i committenti, volevo fare un edificio non troppo alto, anche se il blocco magazzino di stagionatura, dovendosi all’interno modulare sull’automazione del trasporto delle forme, prevedeva un’altezza significativa, fino a 8 metri. Per annullare quest’altezza eccessiva in rapporto all’edificazione tradizionale del contesto agricolo, davanti al caseificio abbiamo rialzato un terrapieno, una specie di pianoro verde.

Visto in pianta è una elle: un braccio è dove si produce, l’altro è il magazzino. E per ridurre al minimo l’impatto tutto l’edificio è stato completamente coperto di verde, e si ambienta molto bene con i dintorni.

Anche questo piccolo complesso è un luogo d’incontro dove è piacevole andare: abbiamo posto le premesse perché si potesse realizzare anche un punto di ristoro che fosse occasione conviviale per la gente. È quasi una mia fissa: che l’architettura si apra e diventi un luogo frequentato e allegro, che costituisca il collante di una socialità partecipe.

Il caseificio di Montecoppe © courtesy of Guido Canali

E oggi, in un momento così chiuso, come si concretizza un’architettura di condivisione?

Adesso si progetta per quando si apriranno ancora i cancelli: per essere di nuovo pronti a realizzare, specie l’edilizia sociale e pubblica, che deve essere fatta bene, con amore e con cura.

In questo senso abbiamo una grandissima responsabilità: quanti quattrini sono stati buttati nelle periferie squallide con condomini brutti, pieni di famiglie? Questo è proprio un danno, soprattutto per i bambini, perché l’influenza dell’ambiente in età giovanile è fondamentale. Una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle sollecitazioni che percepisce.

Penso che il mio instancabile amore per la natura ed i reiterati tentativi di porla al centro, fisico e simbolico, di quel che costruiamo dipenda dal fatto che negli anni della guerra, da piccolo, ero in campagna con la famiglia sfollata, e lì abbiamo vissuto qualche anno. Ricordo ancora in technicolor le scorribande nei campi, e lungo le golene dei torrenti, le ghiaie che d’estate biancheggiano tra i pioppeti: un’esperienza che mi ha segnato.

Ritratti © Stefano Marzoli / Scaglie / LUZ