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Tutti insieme

Il gioiellino del fiume Panaro si chiama La Lanterna di Diogene, è una cooperativa sociale già segnalata da Slow Food come una delle migliori osterie dell’Emilia Romagna. Qui l’inclusività sociale e la tutela del territorio si incontrano e mettono insieme una vera e propria rivoluzione nel mondo della ristorazione.

A Solara di Bomporto, in provincia di Modena, si trova La Lanterna di Diogene una cooperativa sociale nata da un gruppo di amici che, seduti intorno a un tavolo con vino, pane e salame, cercavano di dar risposta al desiderio che tutta l’umanità esprime quando deve affrontare il mondo del lavoro: fare un’attività che piace, che dia soddisfazione, fatta con le persone con cui si sta bene.

A quel tavolo c’era anche Giovanni Cuocci, pioniere di questo progetto. 

Un personaggio entusiasta e senza peli sulla lingua, una voglia di fare immensa e lo spirito emiliano: fare il possibile per stare bene tutti.

Abbiamo raggiunto Giovanni al telefono per farci raccontare la storia di questo gioiellino sorto sulle rive del fiume Panaro, dove ragazzi e ragazze con disabilità mentale e fisica hanno costruito un progetto comune con impegno e attenzione verso l’ambiente e il territorio.

Come nasce il progetto La Lanterna di Diogene?

Da subito abbiamo realizzato che ci piaceva coltivare la terra, allevare gli animali e che volevamo trasformare tutto questo in un’osteria per accogliere clienti e avventori; valorizzando il territorio e le persone che lo abitano.

La Lanterna di Diogene nasce in un’area della Pianura Padana abbastanza sfruttata, l’idea era quella di coltivare e allevare in un modo sostenibile ridando vita ai quei microorganismi del terreno e a quel ritmo della natura che si stava perdendo, il tutto si poteva fare applicando un’agricoltura familiare e di sussistenza. Così abbiamo fatto. 

Nel 2006, poi, abbiamo inaugurato l’osteria, che è diventata la punta dell’iceberg, il luogo in cui tutti potevano incontrarci. Coloro che lavorano all’interno dell’osteria sono persone con varie patologie, sono soci della cooperativa e tengono viva l’attività. 

Mi racconti l’origine di questo nome?

Diogene era un filosofo ateniese nato trecento anni prima di Cristo, è conosciuto come padre della corrente filosofica del cinismo, inteso nella sua vecchia accezione – non quella moderna che si dà al termine – quella di vivere come un cane: scodinzolare a chi ti fa una carezza e ringhiare verso chi ti minaccia. Vivere quindi spogli dall’ipocrisia e riappropriarsi dell’essenza e dell’istinto.

L’uomo che ricerca Diogene è quello vero e incarnato, ci rispecchiamo in lui poiché si tratta di un uomo che vive all’interno della società ma non ne accetta tutti i dogmi, vive controcorrente. 

Da questo concetto nasce l’idea di dare spazio anche alle persone che normalmente sono considerate “non produttive”. Noi siamo in Emilia Romagna dove il concetto di salute, purtroppo, combacia con quello del lavoro. Quando la zia va a trovare la nonna all’ospedale e tu le chiedi “Zia come sta la nonna?” Lei ti risponde “L’è un più brut’ lavor’”, cioè è un brutto lavoro: non è quindi abile alla fatica. Pensa, quindi, quanto è radicato il pensiero per cui lo stato di salute coincide con l’attività lavorativa. Noi abbiamo dato spazio a persone che non sono considerate in grado di far parte del mondo lavorativo. Questo ci fa sentire controcorrente, proprio come Diogene. Il fatto di aver preso a cuore il territorio e le persone che lo abitano, senza fare scissione, significa valorizzare il mondo che ci sta intorno.

L’idea era anche quella di dare un futuro professionale a chi, di solito, non ce l’ha

Nasciamo per dare un futuro professionale ed economico a persone che di solito non sono inserite nei circuiti produttivi, poiché considerate “non in grado di…”. Alla Lanterna ognuno partecipa attraverso le capacità che ha, mette un pezzetto di sé e insieme agli altri si fa una cosa buona insieme… buona da mangiare!

Si tratta di una cooperativa sociale, ovvero di un’attività di proprietà condivisa fra tante persone. Tra i soci della Lanterna ci sono i ragazzi e le ragazze assunte e quelli che invece ancora non lo sono. Tutti però siamo proprietari della fattoria e dell’attività.

Vi siete ispirati a qualcuno nel mettere in piedi questo progetto?

Io ho una grossa difficoltà, non ho false modestie, sono gli altri che si sono ispirati a noi e ne sono molto contento. Spero che il mondo sia ricoperto da realtà che fanno attività del genere. 

L’incontro della diversità e della valorizzazione della persona per noi significa mettere insieme tutti, soprattutto connettere persone che hanno problemi molto diversi l’una dall’altra.

Che valore assume il concetto di comunità in una realtà come quella de La Lanterna di Diogene?

È una messa in discussione costante e quotidiana fra tutti. L’attività è strutturata e pensata come uno scambio, proprio come avviene all’interno di una famiglia dove si può non essere d’accordo, si può litigare, ci si può mandare a quel paese, ma nessuno mette in discussione l’affetto. Si mette in discussione il problema, si vanno a toccare le viscere e a volte ci si confronta anche in maniera accesa, ma tutti condividono lo stesso ideale.

Tu da che mondo vieni, che percorso hai fatto?

Io ho fatto tante cose ma ho sempre tenuto a mente e avuto a cuore l’incontro con la diversità.

Per me è sempre stato molto importante non fossilizzarmi su una sola veduta, un solo modo di stare al mondo. Il mio primo passaggio evolutivo è stato quello di crearmi un’identità, dandomi la possibilità di riconoscere pregi e difetti e così di incontrare l’altro. A me non interessano i limiti delle persone, ho bisogno di guardare cosa c’è di positivo e cosa tu puoi mettere nel nostro stare insieme, che sia condivisibile da tutti e due. 

In che modo il territorio e la comunità emiliana influenzano il vostro lavoro?

Purtroppo o per fortuna c’è un’egemonia della cultura emiliana nella nostra cucina, noi usiamo solo prodotti emiliani tranne il cioccolato, il caffè e la vaniglia; tutto il resto, se non lo produciamo noi, lo compriamo da produttori di queste parti, compreso l’immancabile Parmigiano Reggiano. La nostra comunità è composta da tante persone, io dico che a pranzo siamo sempre in venti ma le persone della cooperativa sono di più.

“La disabilità è uno dei molteplici aspetti che ci compongono”, la frase è di Marina Cuollo, autrice e attivista sui temi dell’abilismo. Il concetto che lei esprime è che la disabilità viene sempre raccontata con un alone eroico e idilliaco, tralasciando l’aspetto umano delle persone con disabilità e costruendo dei personaggi che magari nella realtà non esistono. La tua brigata come si racconta al mondo e come parlate, se ne parlate, di disabilità?

Per noi la disabilità è un argomento costante e quotidiano, tutti sanno e se ne parla senza difficoltà. Ci teniamo però a non sottolineare il limite e quello che ti manca, ma preferiamo parlare di quello che hai e che puoi condividere. 

Una volta preso atto del limite facciamo i conti con tutto quello che si può e quello che non si può.

Foto © Francesca Tilio

Gioco di squadra

E’ da 41 anni che fa squadra. Capitani, gregari, scalatori, passisti, velocisti e meccanici, massaggiatori, direttori sportivi. Ciclismo. E quello di maggio sarà il suo quarantesimo Giro d’Italia. Bruno Reverberi, 79 anni, è lo Zio. Pane al pane, ruota a ruota. Da Reggio Emilia (Bibbiano, per amor di precisione anagrafica) con passione. E mille storie da raccontare, compresa la sua. A cominciare dalla prima corsa, vissuta da corridore: “Nel 1957. La Reggio Emilia-Casina, a cronometro, da non tesserato. Primo Vittorio Adorni, ventisettesimo io. Fra Adorni e me, più vicino ad Adorni che a me, Romano Prodi. La verità è che, già partito, mi accorsi che mi si era staccato il cinturino e caduto l’orologio, allora girai la bici, tornai alla partenza, raccolsi l’orologio, me lo riallacciai al polso e ripartii. Altrimenti non avrei battuto Adorni, ma forse Prodi sì”.

La prima squadra dello Zio è stata quella della famiglia: “C’era una miseria da tagliare con il coltello. Ero il sesto di otto figli, cinque sorelle e tre fratelli. Papà operaio, poi bracciante. Io quinta elementare: superato l’esame di ammissione alla prima media, d’estate andai a fare il garzone di meccanico, ‘me lo lasci qui ché impara bene’ disse il meccanico a mio padre, rimasi lì a lavorare ma piangevo perché avrei voluto continuare ad andare a scuola. Quando cominciai a fare il direttore sportivo, avevo corridori più giovani di me”.

Le squadre di Reverberi hanno sempre corso “alla garibaldina”: “Se vuoi sorprendere quelle più forti, devi muoverti in anticipo, con coraggio, forse con follia, tutti i giorni, tutti all’attacco”. E la squadra si allestisce sempre alla stessa maniera: «I corridori bisogna trovarli quando nessuno li cerca, bisogna prenderli quando nessuno li vuole. Da dilettanti. Solo che i dilettanti sono come i primi fidanzati: sembra che tutto vada sempre a meraviglia. Invece i professionisti sono come gli sposi: quando sono in casa, è tutta un’altra storia»

Se la squadra di Reverberi appartiene alla categoria Professional, la serie B del grande ciclismo internazionale, ma è autorizzata a disputare le gare del WorldTour, la serie A, la squadra di Davide Diacci appartiene alla serie C, ma ha una filosofia e uno spirito universali. Castelnovo Monti, provincia di Reggio Emilia. Basket.

Lui, un Europeo vinto in azzurro con i cadetti e uno scudetto conquistato con la Virtus Bologna, qui è il coach. E sul campo mette tutta la sua storia: “Rinunciai al professionismo, abbracciai la strada. Dodici anni ‘on the road’. Il basket mi aveva insegnato che bisogna saper dare anche se la palla non sarai tu a riceverla. Dare senza voler nulla in cambio. In Sudamerica, davanti alla miseria provavo un senso di colpa terribile, un peso allo stomaco. Mi sentivo un privilegiato, uno che non faceva abbastanza per gli altri. E quando aiutavo qualcuno, mi sembrava di farlo per me stesso, per appagare il mio ego. Ho visto uomini morire davanti ai miei occhi, o vivere come animali, senza niente, nemmeno uno straccio di opportunità. Con il tempo ho capito che non è necessario viaggiare, le risposte sono dentro di noi, in una piccola stanza con un libro in mano e la capacità di sognare si può essere dovunque. L’uomo dentro di sé porta l’infinito. Il basket è una spietata e bellissima metafora dell’esistenza: uno gioca come vive. La sfida con se stessi per superare i propri limiti è l’aspetto più affascinante, il risultato è solo una conseguenza, il bello è che lo affronti con i compagni. La squadra”.

Lo sport di squadra, per la sua stessa natura, e per eccellenza, è il rugby. Lo sanno anche a Imola, terra di confine fra Emilia (geograficamente) e Romagna (culturalmente). In una rotonda in via San Benedetto, adiacente agli impianti sportivi, c’è la scultura di un rugbista, in acciaio cor-ten, mentre passa l’ovale, un gesto infinito (un rugbista non muore mai – recita un antico adagio nel mondo del rugby – al massimo passa la palla). Alessandro Magnani è il presidente della società, la prima squadra in serie B: “Il Covid ha colpito tutto lo sport, ma il rugby ci ha insegnato a tenere duro. Lo facciamo a partire dai più piccoli, minirugby e giovanili. Lo facciamo organizzando il doposcuola (pasti, compiti e rugby), i campi estivi (da metà giugno a metà settembre), e le scuole (promozione e collaborazione). Lo facciamo indirizzando la nostra attività sull’educazione: supervisore è Ilenia Bombardi, pedagogista, e la nostra scelta è stata subito sostenuta dal Comitato regionale. Lo facciamo puntando sul ‘team building’, la costruzione dello spirito di squadra, a cominciare dalla prima squadra diretta dal gallese Sam Morton: per esempio, una domenica di riposo dal campionato, ma non dalla vita, con zappe e picconi a ripristinare un’antica strada sterrata che collega la Romagna con la Toscana. E lo faremo con tutte le nostre forze, dentro e fuori dal campo, aperti, anzi, spalancati a donne, disabili, carcerati. Un’immensa squadra”.

Ma se c’è uno sport di squadra, di squadre, di cui l’Emilia sia da sempre terra e patria, è la pallavolo.

A Modena è anche religione. “Modena Volley – è l’atto di fede statutario – non è solo una società sportiva. Noi siamo una squadra di pallavolo. Uno sport diverso da quelli su cui sono quotidianamente accesi i riflettori abbaglianti della celebrazione individuale. Uno sport dove la squadra è molto più importante del singolo. Uno sport dove nessuno può schiacciare se non c’è uno che alza. Nessuno può alzare se non c’è uno che riceve. Uno sport dove nessuno può fermare la palla. Insieme, noi siamo una squadra. Un team in cui giocano alcuni dei migliori giocatori al mondo. Insieme. Nello stesso quadrato 9×9 dove tutti dobbiamo imparare a muoverci in sincrono. Il quadrato dove insieme vinciamo o perdiamo”.

Quadrati e anelli, rettangoli e pedane. Società e scuderie, quindici e quintetti. Campi e strade, spogliatoi e box. Time out e pit stop, pronti-via e bandiere a scacchi. Adrenalina e acido lattico. Tensione e libidine. Qui si è sempre fatto squadra.

© Francesco Poroli

Educare per combattere

Emanuela Evangelista è biologa e attivista ambientale. I suoi studi l’hanno portata, da Roma in Brasile, Amazzonia. Lì si è innamorata. Del posto. Delle persone. Di una in particolare, Francisco, un nativo del luogo, che oggi è suo marito. E da lì non è mai più andata via. Da oltre vent’anni, da un piccolo villaggio di palafitte, una comunità di 30 famiglie in tutto, lavora e lotta per la conservazione dell’ambiente. Anche grazie al suo aiuto, oggi, la zona è diventata un’area protetta, un luogo dove con lavoro e educazione si combatte il degrado della foresta pluviale.

Emanuela, come sei arrivata a Xixuaú?

Studiavo biologia e stavo preparando una tesi di laurea sui leoni. Oltre a studiare però ero impegnata con il volontariato. Facevo parte di Fondo per la Terra Onlus, una ONG che è stata una fucina di idee negli anni ’90. Abbiamo trovato dei fondi per finanziare la costruzione di una scuola qui in Amazzonia, e così siamo partiti.

Non sapevo molto di questi luoghi. Non ero preparata, non mi aspettavo che questo posto fosse così bello, e ne sono rimasta affascinata. L’ambiente è vivo, fatto più di acqua che di vegetazione. Un labirinto di fiumi e canali che si inoltrano nella foresta. 

Per poterci entrare bisogna usare la canoa. Viaggiando in questa maniera, con calma, silenziosamente, ci si riesce a immergere completamente in questo luogo, e solo così lo si può apprezzare davvero. Solo così si possono vedere e ascoltare gli animali. Le scimmie urlatrici, i caimani… gli uccelli, il canto dell’ara, del tucano…

Amore a prima vista.

Sì, e subito la decisione di farne l’oggetto della mia tesi. Uno degli animali che vivono in questo posto è la lontra gigante. Se ne sapeva poco al tempo. Esisteva un solo studio, fatto da una biologa di Parigi. È una specie a rischio estinzione, sfruttata per farne pellicce. In Europa non la conosciamo. È una lontra, simile alle nostre, ma come suggerisce il nome è molto grande, arriva a due metri di lunghezza. Incontrarla è bellissimo. Vive in piccoli gruppi di dieci o dodici esemplari. Così sono tornata qui, per svolgere la ricerca, e l’ho portata a termine. Nello studiare questo animale però, mi si è rivelato, e ho capito, il suo ambiente, i suoi abitanti. Quanto è prezioso questo ecosistema, come funziona e cosa non funziona.

Spiegami.

Gli abitanti di qui sono cacciatori e raccoglitori. Cacciatori veri, con una conoscenza millenaria dell’ambiente. Sono loro che mi hanno aiutato nello studio della lontra. Conoscono questi posti e le loro risorse naturali come nessun altro. Quindi saprebbero anche proteggerlo, meglio di chiunque. 

Se avessero le condizioni per farlo lo farebbero, ma non le hanno. Quali sono queste condizioni? Mi chiederai. Il primo problema è la povertà. La mancanza di reddito. Sono cacciatori, e da sempre prelevano dalla foresta. Fino a ieri, fino al nostro arrivo, questo avveniva in maniera equilibrata e sostenibile. Oggi invece sono nati il bracconaggio, che ha messo in pericolo la mia lontra e molte altre specie, l’estrazione di oro e altre attività che contribuiscono al degrado progressivo della foresta amazzonica. Fai attenzione a questo termine. Degrado. Un impoverimento progressivo. Questo è un problema differente dalla deforestazione. La distruzione della foresta è un problema che va risolto e per cui bisogna combattere, senza dubbio. Qui però è diverso. Qui siamo dentro una enorme zona interna, lontana dalle aree deforestate. Nessuno qui aveva mai sentito parlare di deforestazione prima che io portassi delle immagini che ho girato da un aereo durante una missione di Greenpeace a cui ho partecipato. Qui il problema è che la popolazione locale, se non potrà sostenersi in altra maniera, continuerà a depredare la foresta, perché non ha alternative. A prelevarne le risorse per poter sopravvivere. In questo modo la foresta amazzonica non muore di colpo come nel caso della deforestazione, ma si indebolisce gradualmente. L’alternativa, la soluzione a questo problema è aiutare la popolazione di queste aree a crearsi un lavoro, alternativo, e aiutarli a sviluppare una coscienza ambientale.

© Barry Cawston

Quale lavoro, secondo te, potrebbero fare qui?

Con Amazônia Onlus, la ONG che ho fondato nel 2004 insieme ad altri attivisti, abbiamo puntato sul turismo.

Non lo gestiamo noi e ne siamo completamente fuori. Li abbiamo solo aiutati a farlo partire. È nata una cooperativa sociale e adesso centinaia di turisti ogni anno vengono a passare qui qualche settimana. Sicuramente è un viaggio interessante per chi viene qui. Un viaggio che si può personalizzare scegliendo cosa vedere e cosa fare. Una vacanza bellissima, indimenticabile, in cui si impara molto. L’ecoturismo ha un grande valore per la comunità locale, non solo per il turista. La nascita del turismo ha avuto un effetto profondo sulla società, perché ha dato vita a un’economia. Spiegato in due parole: se gestisco un’attività legata al turismo, non avrò tempo di coltivare o di costruirmi la canoa, e pagherò qualcuno per farlo al posto mio. Così da un lato nasce un nuovo lavoro, ma non solo, subito al suo fianco nascono nuove opportunità anche per chi non lavora direttamente con il turismo. Nasce un indotto. Lavoro, nato qui, senza depredare le risorse ma sfruttandole in maniera costruttiva e benefica. Sfruttando la bellezza del posto. Da lì, a impegnarsi per mantenerla questa bellezza, il passo è breve. Non gestiamo noi il turismo, lo fanno loro e i ricavi restano a loro. Noi però li sosteniamo, e li aiutiamo a risolvere dei problemi. Quello degli intermediari per esempio. La figura del regatiere, i commercianti che arrivano in barca dalla città carichi di beni di prima necessità, che vendono, o spesso barattano, con prodotti locali, imponendo prezzi bassissimi, privando i nativi del profitto del loro lavoro, e rifilandogli di fatto della merce a quattro volte il prezzo di mercato.

Oltre al lavoro poi, serve un’educazione ambientale.

Tu immagina di non aver mai conosciuto la plastica, e di aver sempre vissuto di frutta, verdura e carne proveniente da raccolta e caccia. Tutto materiale organico. Niente imballaggi. I rifiuti, la buccia di banana, per i nativi è normale buttarli nell’ambiente. La natura segue il suo corso e li rimette in circolo. Ed è un bene che sia così. Quando però invece del frutto, il nativo si trova nelle mani una caramella, una bottiglia o una lattina, farà lo stesso. Mangerà la caramella e butterà la carta nella natura. Solo che ora, inconsapevolmente, sta facendo un danno.

Che impatto ha avuto il progresso su questa gente? 

Da un lato il consumismo, arrivato così di colpo, tutto insieme, ha creato dipendenza, come se fosse una droga. Lo stesso effetto dell’alcol. Non ne avevano mai avuto prima, non faceva parte della loro cultura, vergine, e ne sono rimasti travolti. Dall’altro ha avuto degli effetti molto positivi. Internet per esempio. Qui prima dell’arrivo del telefono cellulare, dello smartphone in particolare, che ha portato la connessione alla rete, comunicare era difficilissimo. Se un membro della famiglia partiva, per studiare in città, a Manaus, oppure per lavorare, era normale non averne notizie per mesi o anni anche. Oggi no. 

Inoltre internet ha dato la possibilità di conoscere, informarsi in maniera pressoché gratuita. Conoscere e farsi conoscere. Dal 2000 a oggi, grazie a internet i nativi hanno portato avanti migliaia di petizioni ed hanno potuto far valere alcuni loro diritti fondamentali. 

Ottenere risultati.

Questa zona, che per darti un’idea, è grande quanto la Corsica, e ospita mille e quattrocento persone in trenta comunità come quella in cui vivo io, oggi è un’area protetta.  Questo ha dato la possibilità ai nativi di proteggere la loro unica vera risorsa possibile per il futuro, e hanno potuto iniziare a sfruttarla in maniera sostenibile. Grazie a internet è nato un circolo virtuoso, la vera possibilità di salvezza, di arrestare il graduale degrado che inizialmente abbiamo innescato con la nostra domanda di beni provenienti da qui. Come la pelliccia della lontra gigante, per esempio. Internet poi, whatsapp soprattutto, è stato fondamentale per contrastare il diffondersi del Coronavirus. La vera informazione sulla pandemia si è diffusa con whatsapp, più che in ogni altra maniera. E probabilmente questo li ha salvati. Conta che da qui si riesce ad arrivare al primo ospedale in 17 ore di barca. Se hai accesso a una barca.

© Eve Vitrugno

Raccontami di Amazônia Onlus.

Amazônia Onlus è una ONG, nata nel 2004 come incontro di competenze differenti. Scienza e arte in particolare. Tra i soci fondatori oltre a me ci sono fotografi (Luca Locatelli, bravissimo e pluripremiato), Gianluca Di Pasquale, ingegnere ambientale. Persone che possono aiutare concretamente e persone in grado di comunicare e far conoscere queste zone ancora intatte, che hanno bisogno di aiuto per rimanere tali. I nostri obiettivi sono: proteggere la foresta tropicale, garantire agli abitanti locali la salute, la dignità culturale, l’educazione, la formazione e uno sviluppo sostenibile, in modo da combattere l’emigrazione verso i centri urbani. Da quando siamo nati abbiamo contribuito a costruire scuole, pozzi artesiani, orti comunitari e un ambulatorio. Abbiamo installato, grazie ai nostri donatori, pannelli solari e filtri per purificare l’acqua. E poi corsi di formazione in agricoltura e infermieristica.

Come vedi il futuro di questa zona?

Le nuove generazioni, quando possono, lasciano il villaggio e vanno a studiare. Non sono molti. Solitamente le famiglie possono permettersi di pagare le scuole solo al primogenito.  Chi va via perde il grande bagaglio di conoscenze e tradizioni. Ma vanno in città ad acquisire nuove competenze, che poi, in alcuni casi riportano qui. Noi lavoriamo per aiutarli a crescere in una maniera che conservi e non distrugga tutto il loro patrimonio culturale e naturale. Aiutandoli fisicamente, qui, con le nostre competenze, e raccontando la loro storia.

L’ultima cosa che mi racconta Emanuela, è la storia del Boto vermelho, un delfino rosa, considerato, in quei luoghi, un animale sacro. La leggenda dice che il Boto si possa trasformare in un uomo, sempre giovane e bellissimo, che arriva nei villaggi della foresta durante la notte. Unico indizio per riconoscerlo è il cappello, che porta sempre per nascondere lo sfiatatoio. Nella notte il Boto seduce le ragazze, e nove mesi dopo nascono i suoi figli.  Si dice anche che sia il guardiano di un mondo ultraterreno, sottomarino. Una sorta di Atlantide, in cui talvolta porta un uomo, ma da cui nessuno ha mai fatto ritorno. Cacciare il Boto, non solo è proibito, ma porta sfortuna. Un mito, una storia che si tramanda da secoli, forse nato per proteggere i bambini nati fuori dal matrimonio. Certo.  Leggenda o verità che sia, però, il tramandarsi di questa storia, di fatto, ha protetto il delfino rosa e lo ha salvato dall’estinzione.

Il potere delle storie. 

Ecco perché è importante che Emanuela e i soci di Amazônia Onlus continuino a raccontare dello Xixuaú, della lontra gigante e del Parco dello Jauaperi. Perché così possono aiutarli a sopravvivere. A crescere, in maniera alternativa, preservando la loro identità, mettendo la conoscenza della foresta tropicale a servizio di attività sostenibili, che rafforzano la foresta da dentro, valorizzandola, rendendola una risorsa ancora più preziosa. E in grado di resistere.

Fotografie courtesy of Emanuela Evangelista (Barry Cawston, Emiliano Mancuso, Erik Falk, Eve Vitrugno)
Foto di copertina di © Luca Locatelli

Alla scoperta dell’Emilia-Romagna in bicicletta

Giovannino Guareschi, nella prefazione al primo volume dei racconti di Don Camillo e Peppone, definì affettuosamente l’Emilia “quella fettaccia di terra fra Po e Appennino”; se la conosceva bene, non era solo per via delle sue radici affondate nella Bassa parmigiana, ma perché l’aveva battuta palmo a palmo in bicicletta.
Già una decina d’anni prima, infatti, e precisamente nella torrida estate del 1941, si era preso il lusso di seguire per intero la Via Emilia a cavallo della sua Umberto Dei Superleggera.


Il suo raid ciclistico, porzione principale di un più articolato “giretto” da 1200 chilometri partito da Milano, lo aveva visto entrare nella regione natale varcando il grande fiume alle porte di Piacenza, per toccare una dopo l’altra le città allineate lungo la vecchia strada consolare, giù giù sino a Rimini; lo scrittore poi si era portato a Ravenna e di lì a Ferrara, quindi aveva passato nuovamente il Po, per completare il suo periplo rientrando a Milano attraverso il Veneto e la Lombardia. 


La cronaca di quel viaggio – a tratti tragicomica, in altri passi intrisa di poesia – era apparsa sul Corriere della Sera suddivisa in sei generose puntate, e nel riprenderla in mano oggi ci si ritrova assediati da una tentazione irresistibile di seguire le sue tracce.
Certo, ottant’anni fa il traffico era assai ridotto rispetto ai nostri giorni, e percorrere per intero la SS9 in bicicletta potrebbe risultare frustrante e pericoloso. In compenso, negli ultimi anni sono fiorite in ogni provincia le piste ciclabili, alcune delle quali di media o lunga percorrenza. Nel visualizzarle su una moderna mappa elettronica, è stato naturale assemblarle come tessere d’un mosaico, così da regalarci un’esperienza che rispettasse – se non nell’itinerario, perlomeno nello spirito – quella di Guareschi.


Così abbiamo inforcato la bici anche noi, e da Milano, sfruttando la ciclabile che segue il Naviglio siamo giunti a Pavia; di lì è bastato seguire i segnavia biancazzurri che scandiscono il percorso ciclabile della Via Francigena per arrivare al Po giusto di fronte a Piacenza. Uno spuntino a base di frutta fresca acquistata al mercato di Piazza Cavalli, e la nostra avventura a pedali in terra d’Emilia ha avuto inizio .


La nostra regione è l’unica d’Italia che tragga il suo nome da una strada, e se è vero che in ogni nome si cela un destino, forse è fatale che ci sentiamo a casa nel traversare ogni sua contrada; la sicurezza del fiume che scorre eterno verso l’Adriatico e dell’Appennino che chiude lo sguardo verso Sud ci basta per orientare la nostra rotta.
Da Piacenza abbiamo seguito la pista che corre sopraelevata lungo l’argine maestro, lasciandoci indietro un’ansa dopo l’altra, a nostro agio fra gli orizzonti rarefatti delle golene e i campanili che svettano sul lato opposto a segnalare in distanza i paesi rivieraschi.
Trascurata l’imboccatura del ponte che conduce a Cremona, abbiamo proseguito in riva destra sfiorando Castelvetro e Villanova, quindi ci siamo inoltrati verso l’interno seguendo la riva del torrente Ongina, liquido confine con la provincia di Parma.
La villa di Giuseppe Verdi presso Sant’Agata ha segnato il nostro ingresso nelle terre del grande compositore che furono anche, nel secolo successivo, quelle di Guareschi; dopo una conveniente sosta a Busseto, ci è bastata una pedalata di un quarto d’ora per giungere a Roncole Verdi, dove sorgono a un tiro di voce una dall’altra la casa natale del musicista e il locale che lo scrittore adibì a ristorante, oggi trasformato in casa-museo e presidiato con devozione dal figlio Alberto e dalle nipoti.


Scaglie di Parmigiano Reggiano e salumi del territorio serviti con la torta fritta, tortelli d’erbette e garganella al prosciutto, magari accompagnati da un buon calice di Gutturnio o di Malvasia, ricompensano il ciclista d’ogni fatica, e l’indomani si è pronti a ripartire verso Parma seguendo la pista che costeggia il Taro.


Imboccata la ciclabile che affianca il tratto urbano della via Emilia, l’abbiamo lasciata per concederci un ingresso scenografico in città attraverso il Parco Ducale, il Ponte Verdi e i cortili selciati della Pilotta, quindi abbiamo ricoverato le bici nel garage della locanda prescelta per la notte e ci siamo concessi un pomeriggio da turisti.
Ancora un giorno e, seguendo le indicazioni “Food Valley Bike” verniciate in bianco sull’asfalto delle ciclabili, siamo tornati sul Po per visitare Brescello, col suo museo dedicato a Don Camillo e Peppone, quindi le vicine Gualtieri e Guastalla, gioielli della provincia di Reggio Emilia.
Dopo Luzzara, il paese di Cesare Zavattini, che di Guareschi fu maestro, siamo entrati nell’Oltrepò mantovano, quindi la ciclabile della Secchia ci ha condotti a solcare da nord a sud la Bassa modenese, terra di merende a lambrusco e gnocco fritto; a Mirandola abbiamo trovato l’ultima nata fra le piste d’Italia, la Ciclovia del Sole, che sfrutta il sedime d’una ferrovia dismessa e porta dritti al Pontelungo, che ispirò un grande romanzo a Riccardo Bacchelli e segna la porta d’ingresso a Bologna.
Tortellini e tagliatelle al ragù, cotoletta petroniana e bolliti si sono imposti da sé; l’unica incertezza, alle tavole del capoluogo, può riguardare i vini: meglio guardarsi alle spalle e puntare su un rosso frizzante, rivolgersi alla vicina Romagna con un Sangiovese, o sfruttare l’offerta locale? A ciascuno la propria scelta, l’importante è stare fra amici, e se non c’è musica si può sempre cantare.

La sponda del canale Navile, poi quella del Reno, e siamo arrivati al mare presso Casalborsetti, il più settentrionale fra i lidi ravennati; una notte nella maestosa città bizantina, poi il viaggio riprende attraverso la pineta; ecco la torre del sale di Cervia, ecco le vele ocra e ruggine dei bragozzi all’ancora nel porto canale di Cesenatico, e l’ingresso a Rimini non può che avvenire pedalando sulle pietre vecchie duemila anni del Ponte di Tiberio.
Piada ai sardoncini, cappelletti e strozzapreti con stridoli e guanciale, pescato fresco; sarà vero che la Romagna ha inizio dove nell’accoglierti in casa non ti offrono più acqua ma vino, resta il fatto che alzarsi da tavola rischia di diventare problematico.


Poi ancora la Riviera, di sotto in su, di nuovo Ravenna, e finalmente le piste sterrate che aggirano le Valli di Comacchio con le loro colonie di fenicotteri. La composta bellezza di Ferrara, cantata con malinconica maestria da Giorgio Bassani, ha un che di struggente; da lì non resta che puntare il Delta, dove il grande fiume che ci ha dati il benvenuto in Emilia si apre a ventaglio verso il mare.


Un rumoroso passaggio su un ponte di barche e ce la siamo lasciati alle spalle per intero, la nostra “fettaccia di terra”, regione-femmina madre di scrittori e musicisti, generosa con i suoi ospiti e ancora capace di sorridere, ché a mugugnare e piangere ci pensano già in troppi.

Illustrazione cover © Luca D’Urbino

L’amore per la natura come antidoto alla paura

“Quando ero sull’isola di Budelli, raccoglievo sempre i mozziconi in un secchio, per non lasciarli sulla spiaggia”.

E la spiaggia è quella di Budelli, piccola meraviglia nel cuore dell’arcipelago sardo della Maddalena.

“Ai turisti chiedevo sempre: e voi cosa fate ogni giorno per l’ambiente? Solo qualcuno mi rispondeva: io raccolgo la plastica. Ecco questa è una buona idea, una piccola cosa. Quindi alzavo il tiro e chiedevo: raccogli anche la plastica che lasciano in giro gli altri?”.

Oltre alla raccolta delle sigarette e della plastica, l’isola di Budelli aveva bisogno di una protezione speciale, perché era l’unica spiaggia del mar Mediterraneo ad avere un colore rosa naturale. 

“E quasi nessuno che dicesse di raccogliere anche i rifiuti altrui”.

Era rosa la spiaggia. Ora non lo è più. Perché vent’anni di accesso libero alla baia di Cala del Roto hanno cancellato un lavoro della natura durato diecimila anni. Qualcuno portava via la sabbia inconsapevolmente, infilata nei costumi, nei vestiti, nelle ciabatte.

“Io tento di spingere i più volenterosi, i più attenti, i più altruisti ad aver cura, a rispettare la bellezza. Dei luoghi. Della natura. Degli animali. Delle persone”.

Alcuni turisti portavano con loro dei barattoli e quando arrivavano nella baia prendevano tutta la sabbia che potevano.

“Me le immagino queste persone, nel chiuso delle loro case, con il loro tristissimo vasetto di vetro. E la sabbia rosa intrappolata. Quella sabbia senza il mare di Budelli, il sole di Budelli al mattino, i colori del tramonto… Senza il vento di tramontana”.

Anche il vento è cambiato: “Negli ultimi cinque, sei anni, non c’è più il vento del nord, che porta qui i piccoli detriti. C’è un persistente vento umido da sud, acido, che corrode il calcare, lo porta via”.

La Spiaggia Rosa di Budelli resta un posto speciale, sempre unico nel Mediterraneo. Per trentadue anni la bellezza dell’isola di Budelli è stata custodita da un solo uomo, che l’ha abitata e protetta. Quell’uomo si chiama Mauro Morandi e la sua vita è un paradigma del rapporto ideale tra noi e la natura.

“Quando ha saputo, qualcuno è tornato a restituire un po’ della sabbia che aveva portato via. E così anche quel qualcuno ha compreso il senso della bellezza che cerco di trasmettere a tutti”.

Conosco Mauro per telefono, e gli chiedo di raccontare la sua esperienza straordinaria. Partendo proprio da quella bellezza, che per lui ha un senso profondo e concreto: “La sabbia dell’isola di Budelli è composta dal carbonato di calcio ricavato dalla polvere di vegetazione marina simile al corallo, di gusci di piccoli molluschi, di conchiglie e del granito di cui è fatta tutta l’isola”. Anche ora che il colore è meno visibile, resta un posto che può davvero illuminare i sogni più belli di chiunque l’abbia visitata.

Il tempo di Mauro sull’isola, però, è finito: “Ora vivo alla Maddalena. A marzo mi hanno chiesto di andare via perché dovevano fare dei lavori per riportare la casa dove vivevo alla forma originaria. È una costruzione militare degli anni Quaranta, tutta in granito. Le pareti sono spesse 70 centimetri. Sembra destinata all’accoglienza per le associazioni che gestiranno l’area naturale. Ma anche in quel caso avranno bisogno di un custode, altrimenti succede come sulle isole dell’arcipelago rimaste senza guardiani. Arrivano e portano via tutto quello che si può portare”.

In questi mesi Mauro ha lottato perché non voleva lasciare quella che dal 1989 è stata la sua casa, ma dopo la lotta è arrivata la scelta: “Anzitutto ci sono ritornato per portare via le mie ultime cose, e non ho provato granché. A 82 anni ho preso il coraggio a due mani e deciso di restare a vivere qui alla Maddalena. Anche perché il 2020 per me è stato durissimo. La pandemia non ha permesso alle persone e anche agli amici di portarmi la spesa con frequenza. Mi sono nutrito di cibo in scatola. Il maltempo ha impedito ai pannelli solari di funzionare a sufficienza, perciò non avevo abbastanza acqua calda ed elettricità”. 

Per poco più di vent’anni, fino al 1994, la battigia di Cala di Roto, nell’area a sud-est dell’isola, è stata aperta ai turisti, poi è stato istituito il parco naturale con la relativa chiusura ai bagnanti. Allora Mauro era lì da cinque anni e lavorava per la compagnia svizzera che gestiva l’isola. Quando la legge sul divieto di costruzione nelle aree protette è diventata esecutiva, l’azienda è fallita.

Mauro racconta il modo rocambolesco con il quale è cominciata la sua seconda vita: “Vivevo a Modena, dove sono nato, e insegnavo educazione fisica. A cinquant’anni volevo trovare un altro modo di vivere, basato solo sulla natura e quello che mi poteva dare, e non sul capitalismo occidentale. Con cinque amici coltivavo il sogno di andare in Polinesia, perciò nel 1989 affittammo un catamarano ormeggiato a Gallipoli. Da lì pensammo di fermarci in Sardegna, per lavorare nel settore turistico il tanto che ci sarebbe bastato per ripianare i debiti e proseguire il viaggio”.

Perché la Polinesia? Nel 1989 avreste trovato comunque un sistema capitalistico ad aspettarvi. “Era un sogno da bambini. Io leggevo moltissimo, e in tutti i libri sui pirati e sui viaggi, si menziona la vita in queste isole deserte come un obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo”.

La grande romanziera che è la vita, però, mise Mauro di fronte a un bivio: “Quando arrivai a Budelli per visitarla, incrociai il vecchio custode che mi disse che dopo due giorni sarebbe andato via, perché la quotidianità era molto faticosa, e che la moglie non ne poteva più della solitudine e del freddo d’inverno, del caos e del caldo estivi. Così mi informai sul suo lavoro e sul compenso mensile, che era di un milione e mezzo di lire. Parlammo con il responsabile della compagnia nell’arcipelago, e due giorni dopo cominciò la mia nuova vita”.

E qualcuno in Polinesia c’è arrivato, quella volta? “No. All’inizio tutti e cinque provammo a lavorare come custodi, dividendo la paga, ma era davvero impossibile. Tre dei miei amici tornarono indietro, dove li aspettava il loro lavoro da sommozzatori. Restai con la mia compagna e un amico. L’anno seguente, però, il mio amico ebbe un ictus e poco tempo dopo morì. La mia compagna tornò sulla terraferma e mi venne a trovare sempre più di rado, in estate, perché poi si è ammalata e tre anni fa è morta anche lei”.

Il giorno in cui sono andati via tutti è cominciata davvero l’esperienza di colui che avrebbero definito “l’eremita di Budelli”. Com’era la sua routine? “D’estate molto caotica. Bisognava fare attenzione che i bagnanti non entrassero nell’area proibita. Ma un conto è farlo con la forza e un altro con la dolcezza”.

E l’inverno? “Facevo affidamento sui pannelli solari per l’energia elettrica, al solare termico per l’acqua calda, raccoglievo qualche ramo secco per il fuoco. Perché non si devono strappare i rami, né recidere i fiori dell’isola, altrimenti si perde la connessione con l’armonia che la governa. All’inizio usavo un piccolo frigo a gas, e anche un fornello. E raccoglievo la scarsissima terra che si trova qua e là tra la roccia. Sono riuscito solo a coltivare qualche pianta aromatica e…dieci ciliegini”. Come ha imparato a curare la natura? “Da mio padre. Che era anche lui un custode, ma di scuola elementare, e che possedeva un po’ di terra che mi ha insegnato a coltivare”. 

Ha abbandonato ogni comodità, ha abbracciato la solitudine d’inverno e un’attitudine serafica al dialogo d’estate.

Che cosa gli ha lasciato questa dedizione all’essenzialità? “Mi ha fatto capire quante cose non ci servono, e di quante nevrosi viviamo, quante cose inutili inseguiamo. Io indosso ancora i maglioni che avevo prima di venire qui, quando con la mia compagna gestivamo un negozio di cose che adesso chiamiamo vintage, ma all’epoca erano conosciute come Stracci America. E anche in questo caso si vede come i maglioni di una volta erano fatti per durare, non come oggi, che si butta via tutto ogni tre mesi perché le cose si rovinano quasi da sole”.

Negli ultimi anni, Mauro è stato attivissimo sul web. Ha i principali canali social e molte delle foto che si trovano su Google Maps sono sue. Gli chiedo come abbia imparato a destreggiarsi: “Non sapevo fare nulla. Qualche anno fa ho parlato con una famiglia qui in vacanza. Mi hanno detto di chiedere all’esperta, cioè la figlia di 7 anni. Lei aveva un tablet. All’inizio si muoveva veloce. Le ho chiesto di rallentare e di parlarmi come se fossi un bambino inesperto, non come lei. E lei è stata bravissima”.

Se l’inizio della sua avventura è stato raccontato nel libro “La poltrona di ginepro”, edito da Rizzoli nel 2019, l’elaborazione finale della sua esperienza sarà contenuta in un libro in uscita entro la primavera del 2022. Mi racconta con entusiasmo di una produzione cinematografica americana sulla sua storia. Come ha vissuto l’attenzione mediatica sulla sua vita? “Credo che i più curiosi vogliano conoscere i dettagli perché hanno paura di fare da soli quello che ho vissuto io, ma non devono avere paura”. 

Qual è la sfida che attende il signor Mauro Morandi, pensionato che vive alla Maddalena?

“Il compromesso con la società per ottenere un minimo di comodità che mi permettano di vivere serenamente i miei anni. E poi l’impegno costante per trasmettere il mio messaggio”.

Qual è il suo messaggio più importante? “Che facendo scelte come la mia, la paura scompare. Di cosa avere paura? Animali feroci sull’isola non ce ne sono, e comunque gli animali rispondono ad alcuni istinti. Gli unici di cui aver paura sono gli uomini, che però possono essere educati all’amore. E all’amore si arriva per mezzo dell’osservazione della bellezza, che è ovunque e in ciascuno di noi”.

Foto © Alessio Cabras / Scaglie / LUZ

Adottare un ghiacciaio

Gabriele Doppiu, Giovanni Cartapani, Pietro Cimenti e Sara Signorelli hanno ventitré anni, quattro lauree alla Bocconi e una grande passione per la montagna. Da qualche mese hanno fondato Glac-UP, la prima realtà al mondo che permette di adottare un ghiacciaio per “salvarlo”. Si tratta di una start-up che coinvolge privati e aziende nella salvaguardia e nella valorizzazione dei ghiacciai alpini. 

Abbiamo incontrato uno dei co-fondatori, Gabriele, come esempio virtuoso in grado di creare un impatto positivo sul territorio e sulle comunità locali.

Un territorio si compone di elementi naturali ed elementi umani. Il rapporto tra questi è dinamico, nel senso che entrambi si influenzano a vicenda e, insieme, concorrono a scrivere la storia di un luogo. Che cosa significa per te valorizzare il territorio?

Hai toccato subito un punto chiave, perché noi con Glac-UP proponiamo un’attività di promozione attiva che coinvolge siti in cui, tendenzialmente, c’è già la mano dell’uomo. Quindi questo discorso che fai sull’integrazione tra uomo e natura in questo caso è fortissimo. Spesso e volentieri nell’immaginario collettivo si guarda agli impianti sciistici come, chiaramente, una traccia antropica che non va proprio ad abbellire una determinata località di montagna. Quindi l’elemento umano sembrerebbe in contrasto con quello naturale. Nel nostro caso, invece, l’uomo ha popolato una zona, creando una comunità di persone che hanno come desiderio massimo proprio quello di preservarla. La bellezza dei siti in cui già operiamo e opereremo è proprio fragile, precaria: lì ci sono ghiacciai, estremamente vittime del cambiamento climatico. E noi andiamo a tutelare uno degli elementi cardine che quella comunità locale montana ha, quello su cui basa tutte le proprie attività e la propria attrattività.

© Courtesy of Glac-UP

Che poi è uno dei princìpi del turismo sostenibile: la cura di questi elementi porta a una valorizzazione di quello che c’è e delle comunità che vivono quel territorio.

Totale, ed è proprio uno dei punti cardine sui quali puntiamo: la nostra attività ha un impatto positivo verso quell’entourage di persone che vive la località, e verso tutto l’apporto turistico che ne deriva, perché crea benessere.

Ho letto che in dodici anni, tra il 2003 e il 2020, abbiamo perso il 13% dei ghiacciai alpini. In questo caso non un gran benessere. Quanto siamo messi male? 

L’Agenzia Europea dell’ambiente ha pubblicato un report che prevede che il 90% dei ghiacciai alpini si scioglierà entro fine secolo. Si tratta di un modello di previsione che sviluppa più scenari, e questo è il peggiore. Questi scenari si dipingono in base alle risposte di vari Paesi alle linee guida internazionali, nel nostro caso dell’Unione Europea. Se i Paesi sono virtuosi e seguono, o addirittura battono sul tempo, le raccomandazioni che giungono allora sì, possiamo avere più speranza. Diversamente la situazione è proprio tragica. L’obiettivo degli Accordi di Parigi è di tenere l’incremento della temperatura globale sotto 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali: un grado e mezzo può non sembrare molto, eppure per i ghiacciai è deleterio. Buona parte del nostro lavoro è incentrata sull’awareness, ovvero sulla sensibilizzazione e sulla presa di coscienza di questo fatto, e soprattutto di quanto sia impellente. Noi cerchiamo di farlo presente affinché si attiri l’attenzione di tutti, e mentre aspettiamo che la macchina globale si attivi, intanto, cerchiamo di fare quello che si può: cerchiamo aiuto per coprire i ghiacciai. Se il mondo si sensibilizza ce la possiamo fare. 

Negli ultimi anni abbiamo iniziato ad adottare alberi, api, foche, e da oggi con Glac-UP possiamo anche adottare un ghiacciaio. Come è nata questa idea?

Di base l’idea di adottare un ghiacciaio nasce dalla passione di tutti e quattro per il mondo della montagna. Io, Pietro e Giovanni ci siamo conosciuti a Singapore, quando abbiamo fatto l’exchange in triennale, poi il team si è consolidato con Sara durante il primo corso del Master che stiamo frequentando in Bocconi, Economics and Management of Innovation and Technology. Da buoni studenti di business, abbiamo guardato fin da subito ad aziende come Treedom – tra l’altro grande orgoglio italiano – che sono di successo, stanno crescendo bene e che hanno valori in cui ci ritroviamo. Un modello di business di questo tipo si è dimostrato efficace in vari ambiti, dalla piantumazione (con successiva tutela delle comunità nei paesi sottosviluppati) alla rimozione della plastica negli oceani, ma anche nelle attività contro lo spreco di cibo e per la salvaguardia delle api. Mancava qualcuno che si occupasse della salvaguardia dei ghiacciai alpini. Quindi noi abbiamo preso quel modello di business e lo abbiamo applicato a un’altra vittima del cambiamento climatico, i ghiacciai alpini, dando la possibilità a persone e aziende di prendere parte a questa sfida adottando una porzione di ghiacciaio. 

© Courtesy of Glac-UP

E, dopo aver sviluppato lidea, ad agosto siete nati come Società Benefit

Sì, ed è una decisione in cui crediamo molto: come studenti di business, pensiamo che una delle sfide più grandi della nostra generazione sia quella di dimostrare che business e sostenibilità non sono più strade distinte che non si incontrano, ma possono e devono vivere insieme. Il business può essere un grandissimo carburante per la sostenibilità, perché permette di far crescere una buona causa quanto più rapidamente possibile. E considerando quanto sia impellente il problema dello scioglimento dei ghiacciai alpini, e appurando che non c’è tempo, è fondamentale avere una macchina come quella che abbiamo costruito pronta a raccogliere tutte le risorse necessarie a raggiungere l’obiettivo il prima possibile.

Siete tutti giovanissimi, classe 1998, come e quanto ha influenzato letà nella costruzione dellidea?

Finora l’età è stata un fattore di forza, per diversi motivi. Se ci pensi, quando si avvia una start-up ci sono vari rischi. Stiamo facendo una cosa che non fa nessuno, che può essere controversa, che mette insieme molti attori, e su cui noi ci mettiamo la faccia. Magari tra qualche anno avrà una scala molto importante, oppure non ci sarà più, e non possiamo saperlo oggi. Quindi tutto ciò noi lo affrontiamo più serenamente in quanto ventitreenni. Ci stiamo lanciando su una cosa che ci sta estremamente a cuore, e non abbiamo niente da perdere. Sotto il profilo umano e personale c’è una sovrapposizione a livello valoriale, insomma la cultura aziendale la stiamo creando noi.

E a livello operativo state riscontrando delle difficoltà?

Sotto il profilo professionale ovviamente stiamo imparando tantissimo. Ma siamo anche circondati da persone che ammirano la nostra determinazione ancora di più, e si pongono in maniera propositiva proprio perché siamo giovani. Poi è normale che ci siano dei gap a livello di competenze, per questo abbiamo costituito fin da subito un advisory board, cioè un organo informale formato da quattro professionisti senior, che muovono dal mondo della consulenza strategica, alla finanza di startup, al turismo montagna, alle grandi aziende. Sono quattro persone estremamente preparate, che credono nel progetto e che ci supportano a livello strategico, con cui ci confrontiamo regolarmente e ci forniscono nuove prospettive grazie alle esperienze che hanno maturato negli anni.

Quindi, step by step, come funziona Glac-UP?

Nel periodo dell’anno che muove dall’autunno all’inverno, il periodo attuale per intenderci, fino all’inizio della primavera, Glac-UP lavora per coinvolgere persone e aziende proponendo loro la possibilità di adottare porzioni di ghiacciaio, così che vengano coperti nella stagione più calda da teli geotessili, che li preservino dal troppo riscaldamento e dal loro scioglimento graduale. L’adozione dura un anno e si attiva per la stagione estiva successiva. Chiunque può adottare un ghiacciaio per se stesso o per fare un regalo ad altri. E lo può fare dal nostro sito web o attraverso varie attività di promozione locali nelle aree dei ghiacciai oggetto del nostro intervento (ad esempio con l’acquisto degli skipass o in alberghi convenzionati). Le persone ottengono un certificato virtuale di adozione a garanzia, firmato dalla nostra Benefit Director e dal Presidente del Consorzio, che ha l’autorità demaniale sul ghiacciaio. Nel mese di maggio prende il via l’operazione di protezione attiva con i teli geotessili, operazione complessa che dura 40 giorni. In questa fase sono coinvolti operai specializzati che stendono i teli per coprire il ghiacciaio. Quei teli rimangono ben posizionati per tutti i mesi caldi, di giugno, luglio e agosto, quando si registrano le temperature più pericolose, e vengono rimossi a settembre con un’operazione elaborata che richiede il lavoro di un mese. 

Tutto chiarissimo. Ogni anno i teli geotessili salvano uno strato di ghiaccio consistente, che altrimenti andrebbe perso. Per chi non è troppo ferrato in fisica, come funzionano questi teloni?

Conta che in altezza si vanno a salvare fino a 3,5 metri di ghiaccio. Giovanni ed io abbiamo fatto una foto proprio per far vedere la differenza tra una parte coperta dal telo e una parte che invece è rimasta scoperta, è impressionante. Si tratta di teli larghi 5 metri e lunghi 70 metri, quindi sono dei grandissimi teloni bianchi che vengono stesi da monte verso valle, e poi vengono cuciti l’uno all’altro.

© Courtesy of Glac-UP

Cuciti?

Sì, hai capito bene, non vengono termosaldati, ma sono proprio cuciti. Questo perché a fine stagione, per rimuoverli, si fa saltare il punto di cucitura e così facendo si salvano più parti. Se invece fossero termosaldati allora si dovrebbero tagliare e si perderebbero più porzioni di telo, senza poterle riutilizzare nella stagione successiva. E, tornando al funzionamento, il principio è semplicissimo. I teli sono rigorosamente bianchi, così da riflettere la luce solare. Per questo devono essere sostituiti dopo un paio d’anni di utilizzo, perché si sporcano. Sporcandosi si ingrigiscono e perdono la capacità di riflettere la luce. A livello di materiali quello che viene utilizzato al momento è un tessuto-non-tessuto, però quello che vogliamo fare con Glac-UP è andare a studiare, di sito in sito, il materiale più opportuno per ogni località. Ora stiamo avviando la prima collaborazione con una località in Trentino e useremo il tessuto-non-tessuto, che massimizza la capacità di riflettere la luce, è un materiale abbastanza isolante, e permette di tenere la temperatura sotto il telo molto più bassa rispetto a quella circostante – che poi è tutto quello che serve per salvare il ghiaccio.

E poi questi teli vorreste riutilizzarli in iniziative di economia circolare, ad esempio a che cosa state pensando?

Ci sono due o tre strade che stiamo percorrendo e su cui stiamo ragionando. La prima riguarda un utilizzo massivo del materiale in settori quali l’edilizia, perché isola molto bene. Ed è anche l’opzione più semplice, proprio perché quel materiale è già pronto per essere utilizzato in un altro modo. La seconda strada, che è la più complessa, è ragionare in termini di rigenerazione del materiale; quindi scinderlo in particelle per ottenere nuovi materiali. Poi c’è un’altra possibilità, che ha a che vedere con degli “oggetti simbolici”, ovvero una sorta di gadget che possano sfruttare le proprietà fisiche dello stesso materiale, quindi l’isolamento termico. Potrebbe essere interessante: se ci pensi, 4Ocean, realtà simile alla nostra che si occupa di rimuovere la plastica dai mari, dà braccialetti simbolici a chi interviene, poi ce n’è un’altra che crea degli occhiali da sole. C’è da ragionarci. Però in ogni caso ci piacerebbe che il materiale rimanesse nella località dove ha contribuito a salvare il ghiacciaio, anche per una questione di impatto ambientale, per evitare spedizioni. Quindi, quando saranno lanciati, questi gadget saranno ritirabili nelle singole località. Che poi così continua anche quel fil rouge di cui parlavamo prima in relazione al territorio: il telo acquisisce una nuova vita, ma lo fa nella stessa zona in cui ha asservito la sua funzione primaria di salvaguardia del ghiacciaio. 

Credo che sia una bella presa di posizione che le persone apprezzeranno. Dallaltro lato però c’è ancora chi non è del tutto convinto del cambiamento climatico, o almeno non lo prende troppo seriamente. Per concludere, ti andrebbe di raccontarci quali saranno le conseguenze principali dello scioglimento dei ghiacciai?

C’è da fare innanzitutto una distinzione tra ghiacciai e ghiacciai alpini. Se sentiamo parlare dell’innalzamento del livello del mare, tendenzialmente è una problematica relativa allo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, o in generale dei Poli. Noi stiamo parlando di ghiacciai alpini e, in questo caso, una conseguenza iper tangibile che ci deve preoccupare è tutto quello che afferisce al discorso idrogeologico; in particolare frane, smottamenti, valanghe e così via. Questo perché il ghiacciaio è parte integrante della montagna. Nel momento in cui si scioglie, e lo fa molto rapidamente, si va a erodere una componente che tiene in piedi altre componenti. Quindi il rischio di frane, ad esempio, cresce esponenzialmente. 

Una seconda componente ha a che vedere con il valore dei ghiacciai come fonte di acqua. Noi non ci pensiamo spesso, perché siamo abituati a bere acqua davvero buona, un’acqua ottima che spesso è figlia diretta delle nostre Alpi. Quando diciamo che l’attività di Glac-UP è in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (gli SDG, Sustainable Development Goals) citiamo sempre anche il sesto punto, clean water sanitation, perché noi stiamo andando a fare una protezione attiva dei ghiacciai, che sono alla base di una delle più preziose fonti di acqua pulita che abbiamo sulla Terra.

Ecco, questi sono due fattori che nell’immediato dovrebbero smuovere le coscienze sui ghiacciai alpini, e speriamo che succeda presto e in modo massiccio. C’è bisogno dell’impegno di tutti!

Foto © Courtesy of Glac-UP

Foto © Francesco Merlini

Il Territorio del Parmigiano Reggiano

Scrivere un brand manifesto è un’operazione delicatissima, significa dichiarare, nero su bianco, le proprie idee e vuol dire, soprattutto, fare delle promesse. Dalla scrittura non si scappa, rimane lì a ricordarti sempre quali sono i tuoi obiettivi e il tuo impegno. Per questo motivo il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano nel 2019 ha deciso di scrivere il suo brand manifesto, per raccontare a tutti quali erano – e sono – i nostri obiettivi e il nostro impegno. Lo abbiamo incentrato su cinque grandi pilastri: il territorio, l’ambiente, la comunità, il benessere animale, la nutrizione e il benessere del consumatore. Per ognuno di questi abbiamo fatto una promessa, che tradurremo in obiettivi puntuali e misurabili grazie al lavoro che apposite commissioni stanno svolgendo, ci siamo presi l’impegno di salvaguardarli, e il verbo “rispettare” è diventato il nostro mantra.

Come comunità abbiamo deciso di garantire la tradizione millenaria del nostro prodotto preservandone la ricetta originale, ciò significa rispettare il territorio e l’ambiente dove produciamo il Parmigiano Reggiano. 

Significa rispettare il lavoro delle nostre persone – più di cinquantamila – che non scendono a compromessi e garantiscono l’identità del nostro prodotto.

Vuol dire continuare a lavorare sulla ricerca, per rendere la vita dei nostri animali sicura e dagli standard elevati. Significa, infine, porre l’attenzione sulla nutrizione e sul benessere dei nostri consumatori che scelgono Parmigiano Reggiano come garanzia di un’alimentazione sana.

Alla nostra comunità e ai nostri consumatori abbiamo rivolto un altro grande impegno, il nostro progetto editoriale “Scaglie”. 

Qui abbiamo deciso di raccontarci e di andare alla scoperta di chi è come noi: persone che rispettano il Pianeta e gli esseri viventi, che si prendono cura della propria gente, che valorizzano la propria storia e che si impegnano concretamente nel garantire un futuro migliore alle nuove generazioni

Nella prima edizione di Scaglie vi abbiamo raccontato ogni mese un tema a noi caro: dall’oro liquido agli italiani all’estero; dalle leggende dello sport all’arte e architettura del nostro territorio.

Non vogliamo fermarci qui e vogliamo mantenere salda la vostra attenzione, per questo abbiamo deciso di evolvere la nostra narrazione e di rendere Scaglie un cilindro magico da cui ogni mese far uscire nuove chicche. Vogliamo esplorare sempre più profondamente i pilastri del nostro Brand Manifesto e raccontarveli attraverso nuovi punti di vista.

Partiamo quindi con il nostro viaggio e dirigiamoci verso il rispetto del territorio

Nei prossimi due mesi incontreremo esseri umani che hanno messo la propria vita al servizio di una causa: la salvaguardia di alcuni gioielli terresti senza i quali il mondo non sarebbe lo stesso. 

Vi porteremo a scoprire cosa significa tutela del territorio per i nostri casari e cosa significa per i nostri caseifici rispettare la terra.

Un grande scrittore emiliano ci racconterà cosa significa territorio per lui e in che modo la letteratura italiana e mondiale è stata influenzata dai nostri luoghi. 

Infine viaggeremo attraverso la terra del Parmigiano Reggiano alla scoperta di borghi e gioielli artistici d’inestimabile valore.

Sarà un anno ricco d’incontri, siete pronti a farli con noi?

Cover: © Giulia Rosa

Turismo in punta di piedi

Nata nel 1990 a Salerno, Teresa Agovino è ingegnere ambientale, consulente di turismo sostenibile e anche green influencer.

Teresa non vuole “solo” salvare il pianeta, ma si impegna a divulgare la possibilità di viaggiare lasciando impronte positive e scoprendo realtà autentiche, affinché sempre più persone possano percorrere questa strada insieme a lei. 

Anche il territorio del Parmigiano Reggiano nasconde dei piccoli tesori di turismo sostenibile: leggere tutto per credere.

Raccontare quello che fai è complesso, perché non ti fermi mai. Da che cosa è iniziato tutto?

Come direbbe Steve Jobs, ho unito i puntini a ritroso. Quando ho concluso l’università ero sicura solo di una cosa: non volevo lavorare in un’azienda. Mi sono chiesta quale potesse essere esattamente il mio percorso, ma non ne avevo proprio idea. Ho fatto un Erasmus in Andalusia, in Spagna, dove mi sono occupata di approfondire le tecnologie che utilizzano la radiazione solare per rendere potabile l’acqua. Poi ho trovato un’esperienza di cooperazione internazionale con una ONG in Africa, nella Tanzania centrale, dove stavano lavorando proprio sulla potabilizzazione. Lì c’è stata una sorta di epifania. Mi trovavo in un villaggio che non riceveva acqua da più di tre mesi, gli abitanti bevevano da laghetti e pozzanghere, il che provocava vari problemi sanitari e infezioni, specie per i bambini. Una volta arrivata il capovillaggio è venuto a salutarmi, prendendomi le mani e pregandomi di far arrivare l’acqua. Era insolito, perché il capovillaggio non toccherebbe mai una donna, oltretutto bianca. È stato in quel momento che, molto emozionata, mi sono resa conto del “potere” che avevo, e che avrei potuto mettere le mie conoscenze e competenze a disposizione sia del pianeta che delle comunità locali. Ho fatto uno studio di fattibilità e ho cercato di usare una tecnologia che avessero sul territorio e che permettesse loro di continuare a gestire l’impianto senza la necessità di rifarsi sempre all’Europa.

Ho usato il solare e la Moringa Oleifera, una pianta che hanno lì, e questo è stato il mio primo vero lavoro sostenibile, ovvero avvalersi delle risorse che un territorio ha e fornirle alla popolazione.

© Giovanni Cocco /Scaglie / LUZ

Sostenibilità infatti significa sì ambiente, ma anche persone. E così ti occupi di turismo sostenibile, che cosa significa?

Esatto, dopo l’esperienza in Tanzania ho fatto un percorso con le Nazioni Unite per diventare consulente di turismo sostenibile, perché mi sono resa conto che il turismo, soprattutto nelle zone più remote, genera un impatto negativo consistente. Sono diventata auditor di terza parte di enti di certificazione, cioè sono quella persona che si reca in una struttura turistica e valuta se è veramente sostenibile, e se non lo è l’accompagna verso una maggiore sostenibilità e rilascia la certificazione a nome di questi enti (come Biosphere, Green Globe e Travelife).

Facciamo un passo indietro, qual è la definizione più semplice di “turismo sostenibile”?

Ci sono varie definizioni di sicuro più accademiche e complete, come quella delle Nazioni Unite, a me piace questa: un turismo in punta di piedi, ovvero che sia rispettoso dell’ambiente e delle comunità locali.

È un turismo che oggi ci fa fruire delle risorse, ma le lascia anche alle generazioni future.

“In punta di piedi” è un’immagine che significa ok, visitiamo la destinazione, ma non lasciamo un’impronta talmente pesante che rischi di danneggiarla in maniera irrimediabile. Per fare un esempio, sono stata in Perù, nei pressi di Machu Pichu, nella zona di Cuzco, dove mi sono occupata di un progetto legato al turismo sostenibile. Lì c’è Vinicunca, chiamata anche la “montagna arcobaleno”, che ha avuto un boom esponenziale di popolarità perché una influencer era capitata lì per caso e aveva messo delle foto su Instagram. La popolazione stava soffrendo molto la presenza dei turisti e quindi sull’altro versante della montagna abbiamo intrapreso insieme un percorso proprio per sviluppare un circuito turistico che fosse più rispettoso della comunità locale e dell’ambiente.

I social condizionano parecchio la scelta delle mete turistiche, da un lato è positivo perché permettono la scoperta di nuove realtà, dall’altro possono avere ripercussioni negative sul territorio, pensiamo al caso del lago di Braies in Alto Adige. Tu come la vedi?

Dipende molto dalla destinazione. Se il posto è già pronto a ricevere un turismo (sostenibile ovviamente) allora è certamente positivo, perché dà un boost a tutta la parte di marketing e promozione. Però deve aver progettato tutto per gestire i flussi, la parte di ingresso e di parcheggi, utilizzare navette green, oppure contingentare il numero di persone che visitano un certo luogo. Ma se succede come in Perù, dove quel posto era conosciuto praticamente solo dai locali e da un giorno all’altro è arrivato un numero spropositato di turisti, allora è negativo: non sono pronti, non hanno fatto un percorso di studio della destinazione né di coinvolgimento dei residenti. In generale è uno strumento utile, ma dipende dal momento e dalla destinazione.

E a proposito di destinazioni, quali altri viaggi e progetti hai portato avanti?

Ho fatto varie esperienze a metà tra l’ingegneria, la cooperazione e il turismo sostenibile.

Mi sono occupata di educazione ambientale in alcune scuole remote del Laos, mentre in Thailandia ho sostenuto uno zoo nella transizione a santuario, per aumentare il benessere degli elefanti. Poi ho lavorato nella zona periferica di Lima, in Perù, dove ho fatto un progetto di gestione dei rifiuti con dei ragazzi delle scuole, e mi sono spostata giù sul lago Titicaca. Lì al confine con la Bolivia mi sono occupata di efficientamento energetico di alcune strutture turistiche. In Ecuador ho fatto audit di sostenibilità, valutando vari centri di recupero degli animali della fauna selvatica. Ma sono stata in molti altri Paesi, finché non sono ritornata in Italia prima della pandemia.

© Giovanni Cocco /Scaglie /LUZ

Appena si arriva sul tuo sito c’è scritto non possiamo evitare di lasciare impronte, ma possiamo scegliere come farlo. Ecco, come possiamo fare? 

Io partirei dal porsi una domanda: quando viaggiamo in un Paese qual è l’impatto che generiamo con le nostre azioni? Se ci rendiamo conto di quello che può essere effettivamente l’impatto riusciamo già a ridurlo. Provo a fare un esempio banale; mettiamo che io vada in Madagascar e mi porti nel beauty lo shampoo, il balsamo, il sapone, o tutta una serie di prodotti in involucri di plastica. Quando li finisco, questa plastica devo buttarla, e sì ci sono dei cestini, ma il punto è proprio chiedersi: ma qui c’è una struttura tale da poter gestire i rifiuti? Se la risposta è vagamente “non lo so”, allora significa che quella plastica andrà ad appesantire tutto un sistema già delicato di gestione. Se invece mi pongo la domanda, mi informo, cerco delle risposte e agisco, magari parto da casa con lo shampoo solido. In base a ciò posso ripensare quello che porto per ridurre la mia impronta. Non vorrei banalizzare troppo, ma se presentassi una lista di “10 cose da fare” potrebbe valere per un posto e non per un altro.

Per me, invece, è importante spingere alla riflessione, costruire una consapevolezza personale che permetta di prendere decisioni in base alla destinazione.

Le impronte che lasciamo sono anche di tipo sociale. Il turismo occidentale è ossessionato dalla meraviglia esotica e porta a spettacolarizzare determinate culture. Come nel caso delle donne giraffa” birmane, che stanno ferme in strada per essere fotografate

Sì esatto, quello delle donne Padaung è un caso emblematico. Si tratta di un’etnia birmana che anni fa è scappata dal regime per una serie di persecuzioni militari, cercando asilo politico nel nord della Thailandia, al confine. Loro hanno sempre utilizzato queste collane e anelli d’ottone su collo, polsi e caviglie, e ci sono varie leggende che circondano questa tradizione. In ogni caso, una volta arrivate, il governo thailandese ha capito che gli ornamenti che indossavano sarebbero potuti essere un’attrazione turistica, e le ha relegate nel ‘villaggio delle donne della comunità tribale riunita’. In pratica il governo permette loro di restare in quel posto e ricevere i proventi turistici – ma parliamo di cifre irrisorie, pochissimi baht – a patto di non abbandonare questa tradizione e di rinunciare allo stato d’asilo, diventando residenti. È una sorta di ricatto, e il turista che si reca lì per fare solo un paio di foto non riesce a percepirlo. Con questo tipo di turismo stiamo sovvenzionando una pratica scorretta da un punto di vista sociale e culturale, perché in primis queste donne non hanno la possibilità di evolvere la propria tradizione e, in secondo luogo, non possono tornare a casa. Il turismo le ha rese schiave della loro stessa cultura e, con questa spettacolarizzazione, si sono creati dei veri e propri zoo umani. Andare per mezz’ora a fare il giro del villaggio per fare foto e comprare un paio di souvenir non permette di conoscere una popolazione né tantomeno un luogo.

Che cosa ne pensi dei documentari mainstream che trattano di sostenibilità? Penso ad esempio allo scalpore che hanno suscitato Seaspiracy o The True Cost su Netflix

The True Cost è un bel documentario, un’inchiesta giornalistica con intrecci umani, che racconta bene la realtà dell’industria tessile. Seaspiracy (come anche Cowspiracy) non lo definirei proprio documentario perché credo manchi un po’ l’oggettività e l’imparzialità giornalistica, sostiene solo una tesi. E sono d’accordo anche io eh, non mangio pesce né carne, quindi non sto sindacando sull’industria del pesce. Ma allo stesso tempo penso che non si debba fare di tutta l’erba un fascio, perché non si considera chi nel mondo vive di pesca locale e di economia di sussistenza, che non è invasiva, anzi, si prende cura del territorio e del mare, perché conosce i ritmi naturali. Quindi è riduttivo. Funziona per accendere il dibattito, ma dire “gli schemi di certificazione sono tutti corrotti, la pesca non ha senso in nessuna misura” è eccessivamente fazioso. Si tratta anche di un’esigenza mediatica che vuole creare per forza dei prodotti con “effetto wow,” che può essere efficace, ma non a scapito dell’informazione.

So che stai lavorando a una start-up, Faroo, ci racconti qualcosa?

Faroo è nata un mesetto fa, il nome è una crasi tra far e loop, quindi è un loop che ci porta lontano e ci permette di generare un impatto positivo; deriva dall’esigenza di moltiplicare quello che stavo già facendo e mettere a sistema tutte le esperienze.

In sostanza quello che facciamo [Teresa e il team, creato proprio sui social, ndR] è individuare sul territorio italiano gli operatori turistici sostenibili (accomodation, fornitori di esperienze, b&b, agriturismi, alberghi, aziende agricole e così via) e certificare la loro sostenibilità effettiva secondo uno standard che abbiamo definito internamente su una base di criteri internazionali: quelli stabiliti dalle Nazioni Unite, quelli della B Corporation e infine dell’economia del bene comune. La certificazione è gratuita, per evitare che diventasse una compravendita di carte e bollini. Da qui creiamo insieme delle esperienze di uno o più giorni, con varie attività, e proponiamo questi “pacchetti” alle aziende affinché le offrano ai propri dipendenti. I dipendenti fanno formazione sul campo sulla sostenibilità e l’azienda riceve un certificato di impatto dove si esplicitano i kg di CO2 risparmiati, i litri d’acqua non utilizzati, le persone e i prodotti locali supportati. Quindi noi uniamo tre aspetti importanti: welfare aziendale, CSR (Corporate Social Responsibility) e formazione, andando a sostenere il territorio e le realtà più sostenibili. Per ora siamo aperti solo alle aziende, ma pian piano allargheremo l’offerta a tutte le persone e magari più avanti riusciremo anche a organizzare viaggi a metà tra la cooperazione internazionale e il turismo.

Per concludere ci consiglieresti un itinerario, un luogo o una realtà sostenibile da visitare nel territorio del Parmigiano Reggiano?

Me ne vengono in mente due. La prima è un’attività di social eating che si svolge presso la cooperativa sociale Eta Beta. E l’altra invece è un’esperienza che consiste nel fare Forest bathing [un percorso empatico nella natura dove si applicano tecniche di respirazione e meditazione, ndR] con operatori olistici tra i colli bolognesi, nel Parco Regionale dell’Abbazia di Monteveglio.