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Gas a martello

Per diventare una leggenda, nello sport, bisogna sfruttare a pieno il potenziale del proprio talento, sfidare i limiti, e superarli. Si devono compiere imprese straordinarie e gesti eroici, quelli che poi i nonni raccontano con voce enfatica ai nipoti, o di cui si ha nostalgia parlandone con gli amici la sera al bar. 

Loris Capirossi ha dedicato la propria vita alla sua più grande passione: la moto.

Dai weekend trascorsi in sella, con la famiglia e il cestino del picnic dietro, a una carriera costellata di trofei e traguardi, fino al ritiro dalle gare per dedicarsi a se stesso e alla sicurezza degli altri piloti.

I sorpassi, le vittorie, ma anche gli errori e le sconfitte, sono diventati storie e miti. E così, Loris è diventato una leggenda.

Farei un bel salto nel passato, per cominciare dall’inizio. Come ti sei appassionato alle moto?

È un amore che senza dubbio mi ha trasmesso il mio babbo: lui era un grande appassionato, e quando avevo solo 4 anni mi ha costruito la prima moto. Non sono più sceso, poi sono arrivati la motocross e i tornei importanti.

Ricordo che i miei dopo aver lavorato instancabilmente tutta la settimana prendevano il furgone, caricavano le moto, e guidavano il venerdì notte per portarci a fare le prove in circuito di sabato. 

Hai cominciato a 4 anni? Assurdo!

Sisi, a manetta!

Qual è uno dei tuoi primi ricordi in sella?

Avevo circa 7 anni e ogni settimana non vedevo l’ora che arrivasse il weekend. I miei tornavano dal lavoro, avevamo una moto ciascuno e andavamo a fare lunghi giri in campagna, con il cestino del picnic dietro.  

© Alessandro Digaetano / LUZ

Anche la mamma?

Assolutamente. Mia mamma ha 68 anni e va ancora in giro in moto.

Farei un altro salto nel tempo. Cosa ti è passato per la testa quando a 17 anni sei diventato campione del mondo? (record d’età che ancora oggi ti appartiene)

In realtà per me in quel momento era tutto abbastanza normale. Il mio obiettivo era quello di essere sempre veloce e di vincere, e forse non mi rendevo realmente conto di quello che stava succedendo: ero un ragazzino che si è trovato in cima al mondo.

Penso di aver realizzato quanto fosse grande la mia impresa solamente arrivato in paese: mi avevano organizzato una festa incredibile, c’erano tutti. È stato tutto molto strano e surreale, davvero una favola a lieto fine.

Quindi quando sei rientrato a Riolo Terme eri già diventato una vera e propria celebrità!

Per festeggiare, in 65 avevano accesso una sorta di montagna di lampadine, da film. Erano tutti lì per me: tutti mi cercavano e volevano farmi un’intervista dopo l’altra. Stavo vivendo una vita che non mi apparteneva. 

E la tua vita da lì com’è cambiata?

Direi che non è cambiata molto, ero tranquillo e felice. Che poi non avevo neanche la patente, giravo ancora con la mia Ape 50, dove andavo? (ride, ndr)

Ero contento di tornare dalla mia famiglia e dai miei amici, ero un campione del mondo ma vivevo la vita di prima.

Mi fa molto ridere pensare che uno guidi mezzi potentissimi, sfrecciando a 300 all’ora, ma che poi non possa ancora prendere la patente.

Sì, è incredibile. Davvero.

Da ragazzo la moto ti ha dato molto, cosa ti ha tolto invece?

Beh, alla fine ho sacrificato una parte importante della mia infanzia e della mia adolescenza. I miei coetanei andavano in discoteca, io avevo la testa solo per la moto. Ti confesso di essermi ubriacato forse 2 volte in tutta la mia vita.

La tua passione ti ha portato in giro per il mondo. Cosa ti mancava quando eri lontano da casa?

La cucina romagnola di mia mamma, sicuramente: cappelletti, tagliatelle, pasta tirata a mano e sempre tanto Parmigiano Reggiano.

Qual è il suo cavallo di battaglia?

Questa è difficile. Direi tortelli ripieni di carne e ragù, una cosa spaziale.

E tu cucini? Il tuo piatto forte?

Io amo la cucina e credo di poter dire di essere un buon cuoco. Da buon romagnolo so fare anche la pasta a mano, ma me la cavo meglio con la carne e, soprattutto, con i dolci: sono molto goloso e faccio un tiramisù che è uno spettacolo.

Tornando alla tua carriera, hai ottenuto grandissimi risultati e tante vittorie, ma è anche stata segnata da parecchi incidenti e infortuni. Cosa ti ha spinto a continuare, nonostante i grandi traguardi già raggiunti?

L’adrenalina che la moto ti dà, la voglia di portarla sempre al limite, non finisce mai. Io mi sono ritirato 10 anni fa, e ancora oggi non mi do pace: quando riesco vado in pista.

Quando mi facevo male la mia mentalità era quella di salire in sella anche il giorno dopo, di correre ad ogni costo. Una volta ho gareggiato con la mano rotta e due fratture scomposte, riuscendo ad arrivare terzo. 

Vai in pista con la Ducati del 2003 che hai in casa?

No no, uso quelle degli altri che si rovinano. Le mie le tengo parcheggiate così rimangono perfette (ride, ndr)

Qual è la vittoria più bella della tua carriera?

Direi proprio quella del mio primo Mondiale nel ’90, o altrimenti Assen nel ’99, quando io e Valentino ci siamo dati battaglia sorpassandoci almeno 10 volte nell’ultimo giro, e all’ultima curva sono riuscito a superarlo e vincere. Ma anche la prima vittoria con Ducati nel 2003, a Barcellona.

Ciascuna vittoria ha la propria storia, i propri ricordi.

E la sconfitta che ti ha insegnato di più?

Tutte. Ho imparato da ogni sconfitta, da ogni singolo errore. Per questo ho sempre accettato con onore le sconfitte: è quando impari a perdere che diventi un uomo.

Foto copertina e gallery © Alessandro Digaetano / LUZ, Foto gallery courtesy of Loris Capirossi

Gioco di squadra

Il volto di Elisa Di Francisca lo avete tutti ben in mente, dalla storica impresa del 2012 con ben due medaglie d’oro alle Olimpiadi di Londra, all’argento di Rio De Janeiro nel 2016, è una delle schermitrici italiane più importanti di sempre.

L’abbiamo incontrata per farci raccontare la scelta di ritirarsi dalla pedana per dedicarsi alla seconda gravidanza e come lavora ai progetti per il futuro una leggenda dello sport mondiale.

Quando hai iniziato il percorso sportivo? 

Ho iniziato a sette anni a fare scherma a Jesi, dove questo sport era già molto praticato.

Venivo dalla danza classica, perché da bambina mia madre mi voleva ballerina – ride, ndr. Però a un certo punto mi sono stancata della danza classica, perché avevo bisogno di rapporto con gli altri, di sfide e di risate e sono passata alla scherma. Ho trovato subito un ambiente giocoso, perché la scherma fondamentalmente è un’arte più che uno sport. È una disciplina. E piano piano si fa amicizia con gli altri bambini, ci si integra, si condividono le cose, si gioca, si fa tutto fuorché prendere in mano il fioretto. Il fioretto si prende in mano dopo un annetto più o meno.

Era uno sport già molto praticato a Jesi, quanto hanno influito il territorio e la tradizione da questo punto di vista?

Sicuramente se non fosse stato così conosciuto magari non ci sarei andata, fu mio padre a propormelo, lo conosceva perché da noi c’erano già grande campioni come Stefano Cerioni, Giovanna Tellini o Valentina Vezzali, poi perché si tratta di uno sport nobile e in grado di trasmettere grandi valori. 

Immagino che non avrai avuto un’adolescenza classica. Ti è pesato? Ci sono stati dei momenti in cui avresti preferito fare altro?

Beh, assolutamente sì. Poi, quando la scherma è diventato un impegno, mi ricordo che la mattina andavo a scuola e il pomeriggio i miei compagni di classe si riunivano per fare i compiti insieme, per uscire, andare a fare una passeggiata, prendere un gelato e io non potevo. Mi sentivo un po’ esclusa, uscita da scuola andavo a casa, pranzavo, facevo i compiti e mi chiudevo in palestra dalle 4 alle 7 di sera. A 18 anni ho anche smesso, trainata anche da un fidanzato molto geloso che non accettava questo impegno. Ho sommato tutto e ho detto: “ma chi me lo fa fare!”, mi stavo perdendo la mia vita, le amicizie, il fidanzato, le giornate fuori. Mi sono fermata per un anno più o meno, poi mi sono accorta che quel fidanzato, che era così geloso, non mi amava e quindi l’ho lasciato. Le amicizie erano importanti, però facevano sempre le stesse cose, tutti i pomeriggi erano uguali.

A me mancavano l’adrenalina, lo sport e il superare i miei limiti: da lì ho capito che era una mia scelta, un bisogno, una mia voglia e non ho più smesso.

Senti, io mi ricordo le Olimpiadi del 2012 a Londra e mi ricordo che voi tre sembravate invincibili, tu, Valentina Vezzali e Arianna Errigo. Tre donne, un podio interamente italiano, cosa mai vista prima. Tu che cosa ti ricordi di quei giorni? 

Io mi ricordo il grande tifo, il palazzetto che era pieno di italiani che intonavano delle canzoni, con gli striscioni, con la bandiera dell’Italia. Mi ricordo la forte vicinanza e l’emozione che queste persone provavano nel vedere le nostre gesta. E poi, certo, a livello individuale, ricordo la grande spensieratezza mista a paura, perché stavo affrontando la mia prima Olimpiade. Per quanto avessi 29 anni, per me era tutto nuovo. Io sono arrivata tardi alle competizioni importanti, perché appunto ho smesso di fare scherma per più di un anno.

Ricordo una gara emozionante, bellissima, stupenda, resa ancora più bella dal podio tutto italiano e dalla mia vittoria. 

Che cosa ha significato all’epoca per te e cosa significa nella scherma il lavoro di squadra?

La scherma è uno sport particolare, perché ci vede l’una contro l’altra in una giornata, e poi il giorno dopo c’è la gara a squadre. Quindi tu puoi aver perso da una tua compagna o puoi aver battuto una tua compagna di squadra, e il giorno dopo te la ritrovi lì alleata per la conquista di una medaglia importante. È un meccanismo al quale ti devi abituare, sicuramente molto duro, ma io lo paragono alla vita di tutti i giorni: sei sola con le tue paure, con le tue emozioni, con la tua voglia di superare chiunque, ma allo stesso tempo sei in squadra e quindi cooperi con gli altri. 

Quindi c’è una competizione ma alla fine l’obiettivo è comune

È una sana competizione perché nel momento in cui abbassi la maschera vuoi vincere, vuoi che tutto il tuo lavoro e il tuo sudore vengano ripagati, senza nulla togliere all’altra.

Io poi sono una che adora la correttezza, la giustizia e non infierisco mai negli assalti, è sempre importante vincere, far valere le proprie forze, i propri sacrifici, ma senza mai offendere o infierire.

Forse questo nella scherma si vede ancora di più perché, come dicevi tu, è uno sport nobile che trasmette un certo tipo di valori

Beh sì, dovrebbe farlo – ride, ndr – ma non per tutti è così. Però, come in tutti gli ambienti, ci sono persone che ce l’hanno dentro e altre no. Poi magari quelle che non ce l’hanno vincono anche di più.

Però sicuramente il valore atletico e umano si percepisce

Sì, per me va oltre! Prima siamo persone.

Il 2020 per voi atleti, ma per tutto il mondo è stato un anno di rinunce. Tu, nello specifico, hai dovuto rinunciare ai prossimi Giochi Olimpici

Di fronte a queste Olimpiadi rimandate ci sono inizialmente rimasta male, mi è dispiaciuto, ma non perché non si dovesse fare, andavano rimandate, ma perché, a livello egoistico, avevo fatto mille sacrifici, sono rientrata con Ettore – suo figlio, ndr -, l’ho portato a tutte le gare e a tutti i ritiri.
Volevo finire e chiudere un cerchio, coronare un sogno, far vedere a Ettore che la mamma era riuscita a fare le Olimpiadi insieme a lui. Poi però mi sono detta, va bene, questa è una causa di forza maggiore, reinventiamoci. Che cosa faccio? Aspetto? Perché poi io e mio marito avevamo voglia di allargare la famiglia. Alla fine ha prevalso la scelta familiare, che comunque è sempre stata più importante rispetto alla voglia di raggiungere e voler fare a tutti i costi. Va bene il lavoro, va bene la propria passione, ma se metti al mondo dei figli, se scegli di costruire una famiglia, bisogna portare avanti in egual modo anche quella.

Ma al di là del fatto che ovviamente non potevi fare la preparazione atletica, pensi che le due cose siano inconciliabili? 

Assolutamente no, si può fare tutto, ci vuole organizzazione. Io l’ho fatto e lo farò quando nascerà questo secondo figlio, Brando. Però in quello specifico momento, mentre gli altri miei compagni stavano facendo ritiri, senza gare, io avrei dovuto lasciare mio figlio per un futuro che fondamentalmente ancora oggi (l’intervista è stata realizzata a gennaio 2021, ndr) è incerto. 

Elisa Di Francisca sul set per lo spot di Parmigiano Reggiano

Quindi è tutto ancora possibile

Le Olimpiadi sono un momento di riscatto, ci vuole un po’ di speranza, di benessere per i tifosi, per chi le fa, ma anche per chi le guarda. Però è tutto molto incerto. Io avevo voglia di dedicare un po’ di tempo alla famiglia. 

Quali progetti hai per il futuro? Proseguirai nella carriera atletica o…

Guarda, credimi, io sono aperta a tutto, soprattutto sono aperta alla gavetta, all’imparare, al cimentarmi in nuove sfide. Quindi quello che sarà, che mi verrà e mi capiterà, o che io stessa farò capitare, sarà il benvenuto, purché si tratti di lavoro e non di cose che mi vengono offerte perché ho una bella faccia e ho vinto le Olimpiadi.

Vorrei sempre impegnarmi nelle cose, perché la conquista ha un altro sapore. 

Se dovessi dare un consiglio alla Elisa del passato quale sarebbe?

Un consiglio che le darei è “fai le cose per te stessa”, non devi dimostrare niente a nessuno, solo a te stessa.

Ci sono arrivata un po’ tardi, ho dovuto passare anche per i meandri dell’auto-distruzione, del farmi del male. E certe cose forse me le sarei risparmiate, ecco, non è tutto vero quando si dice “io non potrei essere quella che sono se non avessi fatto questo e quest’altro”. Insomma il consiglio che le potrei dare è pensa più a te stessa, un po’ di sano egoismo! 

E invece, se dovessi dare un consiglio a una ragazza o un ragazzo che decide adesso di dedicarsi alla carriera sportiva, anche visto il momento storico, che consiglio daresti? 

Beh sicuramente tutti i tipi di sport fanno bene, soprattutto in questo periodo. Mai come ora c’è bisogno di fare sport, non per arrivare ad essere chissà chi. Fate sport per divertimento, per la mente, per il corpo, perché fa bene, e per puro piacere. L’importante è farlo non pensando oddio devo guadagnare, devo fare, devo arrivare, sempre con questo “devo, devo”, no. Le cose arriveranno piano piano. Ma più che ai ragazzi questo consiglio lo do ai genitori. 

© Foto courtesy of Consorzio del Parmigiano Reggiano e Elisa di Francisca

Leggende

Da sempre il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano sostiene lo sport e gli atleti italiani. Lo facciamo come sponsor ma lo facciamo, soprattutto, producendo un alimento fondamentale per la dieta degli sportivi. Un piccolo ma grande aiuto per raggiungere insieme traguardi importanti.

In questi ultimi due anni gli atleti di tutto il mondo hanno messo in pausa le proprie attività, si sono – come tutti – dovuti fermare. Scaglie, nell’attesa delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ha incontrato alcuni degli sportivi italiani più importanti del nostro secolo. 

La prima leggenda di questo capitolo è Elisa Di Francisca, schermitrice e campionessa olimpica, considerata una delle più forti italiane di sempre. Elisa ci ha raccontato del suo percorso e dei sacrifici che l’hanno portata a raggiungere traguardi immensi fino a conquistare l’oro olimpico a Londra, nel 2012. Con lei abbiamo parlato anche della sua scelta difficile e coraggiosa di non partecipare ai prossimi Giochi Olimpici (Tokyo, 2021) per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Ora, Elisa ha lo sguardo volto al futuro – ricco di progetti e ambizioni – pronta più che mai ad affrontare nuove sfide.

Dal fioretto siamo passati alle due ruote, andando a scoprire la grande passione di Loris Capirossi – ex pilota motociclistico e Campione Mondiale. Siamo partiti con lui sulla moto dei ricordi, ripercorrendo i passi che l’hanno portato dai primi giri in sella con la famiglia fino al primo Mondiale vinto, stabilendo il record d’età a soli 17 anni. Una carriera costellata da podi e traguardi ma anche da cadute e infortuni, dai quali lui, però, si è sempre rialzato a testa alta senza mai mollare.

Siamo poi sfrecciati via dai circuiti per arrivare sui campi di pallavolo, dove un tempo giganteggiava Luca Cantagalli con le sue potenti schiacciate, valse il soprannome di “Bazooka”. Nel suggestivo Palazzo dello Sport di Modena, casa del Modena Volley, Luca ci ha parlato delle emozioni vissute, dei tortelli della mamma, e della sua “Generazione dei Fenomeni” – ovvero il team della Nazionale Italiana che negli anni ’90 dominò le vette della pallavolo mondiale.

Abbiamo incontrato questi eroi popolari per scoprire cosa li ha resi delle leggende. Quello che abbiamo capito è che non sono stati i successi e le vittorie a temprarli ma le sconfitte, le delusioni e i sacrifici. 

Sul fronte del gusto

Compasso d’oro, menzione d’onore alla medaglia d’oro dell’architettura italiana, Premio Inarch, tra i “cento Studi meglio al mondo” secondo Domus International 2019: sono innumerevoli i riconoscimenti che Guido Canali ha ottenuto nella sua lunga carriera di architetto. Eppure, con i suoi modi pacati e la sua grande serenità conquista con grazia, eleganza e pacatezza gli interlocutori, con cui ha una naturale capacità di apertura, dialogo, relazione. Le stesso doti che dimostra in tutti i suoi lavori, intrisi di accuratezza e di leggerezza, di rigore e di ossessione viscerale per l’efficacia condivisa.

Un dialogo costante con la natura e una grande capacità analitica gli hanno permesso negli anni di diventare un vero e proprio punto di riferimento nel settore, che guida con lieve maestria.

Non solo in Emilia, ma un po’ in tutt’Italia ed anche in Europa, ha svolto la sua carriera. Sul territorio emiliano, però, hanno avuto origine due progetti memorabili dedicati al Parmigiano Reggiano. Ce li siamo fatti raccontare.

A che cosa serve l’architettura?

L’architettura ben fatta è un investimento: se spendi male i soldi, sono sciupati. Vorrei che tutti capissero che l’architettura è un pregio irrinunciabile. Perché puoi comprare un quadro brutto e quando ti stufi lo metti in solaio, ma se costruisci una casa brutta o sbagliata non la puoi distruggere, perché ti costerebbe troppo, e hai fatto un danno.

Bisogna investire in qualità architettonica.

Ma non c’entra anche il gusto?

Il gusto c’entra: tra gli architetti ci sono quelli bravini e i negati, bisogna anche saper scegliere. Solo quello bravo ti aiuta veramente. Il gusto è educazione, impegno, un atteggiamento etico. Il gusto è non accontentarsi come principio. Essere esigenti con se stessi è davvero fondamentale e quando hai finito un progetto e pensi che potresti fare di più, ti viene voglia di buttare via tutto e rifarlo. L’energia per ricominciare ogni volta la si trova nella passione per quello che facciamo: quando sei convinto che quello che fai può essere utile agli altri, magari anche per le loro vite future, allora non ti accontenti.

Quanto di sé deve a questo territorio?

A parte il periodo di quando ero bambino, a cui devo la mia affezione verso la natura, abitare le nostre città emiliane è sicuramente stato determinante ed un reale privilegio. Puoi vivere nella città murata medievale, estremamente affascinante, che nei microambienti, in taluni casi in modo inaspettato ed affascinante, si apre in giardini segreti. Ma al di fuori della città murata c’è subito la campagna, e questo è un rapporto importantissimo che avresti con difficoltà se vivessi nelle grandi città.

Vivere in Emilia è un privilegio: abbiamo città d’arte bellissime, qualunque paese offre spazi e situazioni fantastiche.

Modena, Parma, Ferrara sono luoghi rilassanti, di grande equilibrio. Si vive bene. Vivendo qui uno ha già un po’ imparato come deve progettare.

E sul fronte del gusto?

Beh… sono un grande goloso di Parmigiano Reggiano: devo stare molto attento perché per me è una droga. Per fortuna non ho mai provato le droghe vere ma ne conosco altre, gastronomiche: il Parmigiano Reggiano e i funghi trifolati sono tra queste.

La sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano, © courtesy of Guido Canali

Come è nata la sua collaborazione con il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano?

Il progetto del Consorzio è nato dalla mia amicizia con il presidente, che all’epoca era l’avvocato Mora, un parmigiano, un intellettuale che come hobby collezionava disegni del Parmigianino. Ci conoscevamo e dopo aver visto un po’ di cose che avevamo fatto ci ha incaricato di questo progetto, andato avanti per alcuni anni. Negli anni successivi abbiamo fatto cose abbastanza importanti in campo industriale, per esempio per Prada vicino ad Arezzo HQ abbiamo realizzato la sede principale del settore produttivo dell’azienda.

E tutte derivano dallo spunto di allora, la nostra linea guida filosofico-concettuale è di essere molto attenti alle condizioni di chi lavorerà nel luogo. Questo risultato non è così facile da ottenere e occorre anche l’intelligenza dei committenti. Ma per noi è fondamentale preoccuparci di creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità. Quando un operaio sta una giornata chino sui vari pezzi che gli passano davanti sulla catena di trasmissione poter alzare gli occhi e vedere il verde che entra nella fabbrica, avere moltissima luce e spazio è un aiuto alla fatica.

È l’esatto opposto di lavorare in un ambiente chiuso, cupo, senza vista sull’esterno: come quegli scatoloni industriali, quelle situazioni introverse, ancor oggi di moda dovuta a criteri di super economicità nella realizzazione degli involucri, con massimizzazione della funzionalità per ottenere solo il massimo profitto.

A Reggio c’erano già in luce queste attenzioni e abbiamo cercato anche di trasmettere, pur nella severità e semplicità geometrica del blocco, un racconto fantastico, un giardino che entra lungo una passerella con pendenza minima, utile anche ai disabili, perché l’accesso al complesso diventi passeggiata gioiosa, e nel progetto affiorino anche elementi quasi ludici.

La sede del Consorzio ha funzioni multiple: una zona che assomiglia a un caseificio, la sala prova del Parmigiano Reggiano, l’auditorium e poi gli uffici e gli ambienti per gli incontri. Il montaggio in sequenza di parti con funzioni diverse è tutto inserito in un volume che fuori è omogeneo, salvo la variazione delle finestre, per evocare la sobrietà dell’architettura casearia del passato. È vero che nella tradizione più antica si annoverano anche dei piccoli caseifici pensati come gazebi ottagonali col doppio fondo sul fuoco nel baricentro, ma spesso i caseifici nella composizione del nucleo rurale erano elementi molto sobri, asciutti e senza orpelli, e a quelli ci siamo ispirati.

Ho un rimpianto per la funzione della passerella, che nell’idea iniziale avrebbe dovuto valicare la via Emilia collegando il complesso a un parco, quasi un invito a full immersion nella natura. Ma anche questa idea, pensata per quel luogo, e rimasta purtroppo nella penna, l’abbiamo sviluppata dopo. Doveva essere un luogo aperto alla città: la passerella è un telaio che al piano terra avrebbe dovuto offrire spazi per una comunicazione visiva, una specie di mostra sul territorio di produzione del prestigioso formaggio. Queste erano le buone intenzioni, poi come in ogni progetto alcuni elementi devono essere sacrificati, però noi continuiamo a sognare.

Per me l’architettura deve partire dall’idea di fare qualcosa che gratifica la gente che ci vive e che quindi non solo ha un pensiero di riconoscenza verso chi ha creato quel luogo, ma l’entusiasmo a ritornarci: è questo il compenso più grande del nostro mestiere. Se rimane questa soddisfazione di aver fatto qualcosa che interessa, che suscita qualche emozione, che intriga chi poi deve usare l’edificio.

In tempi più recenti ha immaginato un nuovo caseificio.

Il caseificio di Montecoppe, certo: in quell’area c’era già un edificio degli anni ’50, obsoleto, in attesa di un intervento importante. E c’è ancora un piccolo caseificio della metà dell’800, una delle primissime realizzazioni neogotica in Emilia, quando il neoclassicismo va scemando come novità modaiola.

Questo era una delle prime realizzazioni a Parma: mattoni, finestre con ogiva appuntita, decorazioni in mattoni che formano cornici echeggianti quelle quattrocentesche. L’abbiamo restaurato ed è diventato lo spaccio dove oggi si vendono i prodotti del nuovo caseificio.

Questo l’ho progettato per un’importante e colta famiglia di industriali per cui avevo già fornito i disegni della Smeg a Guastalla.

D’accordo con i Committenti, Volevo fare un edificio non troppo alto, anche se il blocco magazzino di stagionatura, dovendosi all’interno modulare sull’automazione del trasporto delle forme, prevedeva un’altezza significativa, fino a 8 metri. Per annullare quest’altezza eccessiva in rapporto all’edificazione tradizionale del contesto agricolo, davanti al caseificio abbiamo rialzato un terrapieno, una specie di pianoro verde.

Visto in pianta è una elle: un braccio è dove si produce, l’altro è il magazzino. E per ridurre al minimo l’impatto tutto l’edificio è stato completamente coperto di verde, e si ambienta molto bene con i dintorni.

Anche questo piccolo complesso è un luogo d’incontro dove è piacevole andare: abbiamo posto le premesse perché si potesse realizzare anche un punto di ristoro che fosse occasione conviviale per la gente. È quasi una mia fissa: che l’architettura si apra e diventi un luogo frequentato e allegro, che costituisca il collante di una socialità partecipe.

Il caseificio di Montecoppe © courtesy of Guido Canali

E oggi, in un momento così chiuso, come si concretizza un’architettura di condivisione?

Adesso si progetta per quando si apriranno ancora i cancelli: per essere di nuovo pronti a realizzare, specie l’edilizia sociale e pubblica, che deve essere fatta bene, con amore e con cura.

In questo senso abbiamo una grandissima responsabilità: quanti quattrini sono stati buttati nelle periferie squallide con condomini brutti, pieni di famiglie? Questo è proprio un danno, soprattutto per i bambini, perché l’influenza dell’ambiente in età giovanile è fondamentale. Una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle sollecitazioni che percepisce.

Penso che il mio instancabile amore per la natura ed i reiterati tentativi di porla al centro, fisico e simbolico, di quel che costruiamo dipenda dal fatto che negli anni della guerra, da piccolo, ero in campagna con la famiglia sfollata, e lì abbiamo vissuto qualche anno. Ricordo ancora in technicolor le scorribande nei campi, e lungo le golene dei torrenti, le ghiaie che d’estate biancheggiano tra i pioppeti: un’esperienza che mi ha segnato.

Ritratti © Stefano Marzoli / Scaglie / LUZ

Il trucco c’è

“Toni al matt” (Antonio il matto, in dialetto reggiano) così era chiamato a Gualtieri Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento. Dell’artista si contano centinaia di autoritratti, così noi per capire meglio la sua figura abbiamo parlato con chi ha dovuto studiare ogni sua ruga.

Lorenzo Tamburini è un truccatore italiano specializzato in prosthetic make-up, che ha permesso la metamorfosi di Elio Germano nel film Volevo Nascondermi (2020) di Giorgio Diritti. Da una professione poco riconosciuta alla funzionalità narrativa delle protesi, il trucco c’è e ci permette di vedere ed entrare nel personaggio di Ligabue.

Hai lavorato e lavori con registi, sceneggiatori e produttori di fama internazionale. Quand’è che ti sei interessato al trucco e come hai iniziato?

Credo di aver avuto, fin da bambino, una grandissima attrazione per l’estetica e l’armonia delle cose. Mi piacevano la tv e i movimenti dei piedi dei pugili, ma principalmente ero affascinato dai mostri come Frankenstein e Dracula. Ho sempre visto il cinema come qualcosa di guardare e non da fare, pensavo non potesse essere un lavoro. Vivevo in Trentino, frequentavo un liceo scientifico e guardavo film neorealisti, non avevo idea di che cosa fosse il trucco, non c’era neanche Internet all’epoca, nessun sito o tutorial che potesse illuminarmi. Poi sono andato negli Stati Uniti, a Seattle e a Los Angeles, dove ho scoperto l’esistenza delle scuole di trucco.

Verso la fine degli anni Novanta ho iniziato a lavorare sui set pubblicitari, poi in tv – dal programma di Celentano a Mai dire Gol, fino ad arrivare al grande cinema con Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro. È stata la prima volta in cui ho potuto lavorare con “gli effetti veri”, quelli che fino ad allora potevo solo guardare nei making of dei DVD.

Domanda per i non-cultori dell’argomento: tu come ti definisci, “truccatore”? Qual è la differenza tra un make-up artist e un prosthetic make-up designer?

La differenza fondamentalmente sta nella specializzazione in un ramo o in un altro del trucco. Quando ho iniziato ho fatto anche dei trucchi beauty, per shooting e sfilate o film italiani, quelli che chiameremmo trucchi “normali”.

Il prosthetic subentra quando con il trucco non riesci a ottenere determinati risultati e ad accontentare le richieste e le esigenze del regista. È a questo punto che si usano le protesi in gel di silicone, il che richiede un’altra preparazione: c’è dietro un lavoro di laboratorio di scultura, di stampi e creazione delle protesi da applicare. Di sicuro sono contento di aver avuto modo di approfondire un po’ tutto, perché mi ha permesso di avere una visione d’insieme di tutte le possibilità del trucco, anche quello pittorico e teatrale. Ma ora tendo a lavorare principalmente su trucchi speciali, specie con l’uso delle protesi. 

Con il lavoro che hai svolto per Dogman (2018, Garrone) hai vinto premi per il miglior trucco e come miglior truccatore (EFA, David di Donatello). Credi che in Italia ci sia il giusto riconoscimento di questa professione?

No, assolutamente, è come se non esistesse. In realtà non c’è ancora nessun riconoscimento della professione, ma un po’ in tutto il mondo, forse l’unica eccezione sono i BAFTA, British Academy Film Award. In Italia non si parla spesso del truccatore speciale, neanche a livello sindacale, risultiamo come “truccatori”, senza nessun’altra differenza. Con Dogman, però, devo dire che qualcosa è cambiato, perché agli European Film Awards hanno candidato sia la truccatrice, Dalia Colli, che me. Non molti conoscevano l’attore Edoardo Pesce, e non tutti quindi avevano capito il mio tipo di intervento – ma lui ha avuto sia la fronte che il naso finti per tutto il film. Fino a qualche anno fa probabilmente avrebbe vinto solo Dalia, che non si era occupata dell’intervento su Pesce. Ma oggi qualcosa sta – lentamente – cambiando, a partire dai David di Donatello, in cui è stata inserita la voce “trucco speciale” nelle schede di valutazione. Se l’intervento prostetico è presente sul protagonista dalla prima scena fino alla fine del film, è giusto che venga riconosciuto alla mia categoria.

E parlando di protesi applicate dalla prima all’ultima scena, che tipologia di trucco preferisci realizzare? Meglio i mostri che amavi da bambino, come alieni e zombie, o personaggi storici?

Ancora adesso i mostri mi piacciono molto, ma quando li fanno gli altri. I film che faccio fatica a rifiutare sono quelli che richiedono un intervento prostetico, per un invecchiamento o per un trucco naturale. La reputo un’altra tipologia di sfida, perché è complesso rendere reale un viso e le sue espressioni. Siamo abituati a vedere ogni tipologia di volto, e se il trucco speciale non è fatto bene l’occhio non lo inganni, lo spettatore se ne accorge e risulta tutto finto.

Uno zombie, ad esempio, puoi sporcarlo un po’ con il sangue o con la sabbia, oppure se pensiamo a un alieno, nessuno l’ha mai visto, quindi se anche ci fosse qualcosa nella struttura anatomica che non è perfetta comunque ci passi sopra con più leggerezza.

Mettiamo che io debba lavorare per un film in cui un’attrice deve interpretare la biografia di un’altra attrice, magari devo applicarle un mento e sopra un trucco beauty, sarei decisamente teso, soprattutto per mantenerlo tutto il giorno tra i tempi morti, le luci, il sudore e così via.

L’anno scorso è uscito Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti, un film che racconta la storia di Antonio Ligabue, pittore e scultore dalla vita piuttosto travagliata. Immagino che tu abbia dovuto studiare approfonditamente la sua figura per trasformare Elio Germano. Che ricerca hai svolto? 

Di solito quando mi capitano questo tipo di lavori la mia domanda è sempre la stessa: quanto dev’essere somigliante?

Aspetto la risposta del regista e da lì iniziamo un po’ a discuterne. Nel caso di Volevo Nascondermi, abbiamo concordato di lasciare qualcosa dell’attore, di Elio, senza cercare la somiglianza precisa e maniacale – se no infatti avrei dovuto allargare la fronte, la forma della testa, le proporzioni. Ho iniziato studiando i materiali della sua vecchiaia, non c’era tantissimo. Le poche foto erano in bianco e nero, non troppo definite, spesso in espressione, poi ho trovato qualche filmato di quando sono andati a intervistarlo a casa sua per girare un documentario. E da lì ho usato principalmente quelli per tirar fuori le sue caratteristiche fisiche principali.

Quali sono gli step che hai seguito per effettuare questa metamorfosi?

Dopo essere entrato in sintonia con i lineamenti di Ligabue ho studiato e modellato il viso di Elio, secondo quello che in base ai cedimenti della pelle potrebbe essere proprio il suo invecchiamento. Questo per rendere il trucco più naturale e far sì che seguisse anche meglio la sua mimica facciale, poi su questa base ho aggiunto alcuni volumi che richiamavano di più i tratti di Antonio Ligabue: il mento, il labbro inferiore, anche aiutato dai denti storti, le orecchie più grandi e a sventola, i bargigli ai lati della bocca più spessi e, ovviamente, il naso. 

Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così.

Di solito come reagiscono gli attori alle protesi?

La maggior parte ne è terrorizzata. Immaginate di aver studiato per anni ogni singola micro-espressione, poi ti viene incollato tutto il viso e hai paura di non riuscire a muovere la faccia, e che le protesi nascondano l’espressività. Una volta visto che non è così l’approccio in linea di massima diventa abbastanza positivo. Certo, dev’essere anche pesante, perché per queste operazioni bisogna arrivare molto presto sul set, tenere il trucco tutto il giorno e impiegare almeno un’ora per rimuoverlo.

Elio, in particolare, è stato molto collaborativo, tranquillo e preciso, per niente drama queen

Le protesi hanno un colore tipo manichino, più traslucido, ma ovviamente senza macchie né colore, quindi mentre le applicavo Elio vedeva questi pezzi di gomma chiari che non gli permettevano di capire bene il risultato finale. Poi, dopo aver colorato tutto e avergli appoggiato la parrucca, è arrivato il momento in cui ho provato più soddisfazione: ho visto Elio guardarsi allo specchio ed entrare nel suo personaggio. Dalla perplessità iniziale gli occhi si sono trasformati in espressione, e credo che il trucco sia d’aiuto in questo processo.

Per l’interpretazione Elio Germano ha ricevuto l’Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino. Che ruolo gioca il trucco prostetico nella resa di un personaggio storico?

Dipende, sia dal film che dallo scopo del trucco. Per esempio in Tutti per 1 – 1 per tutti (2020, Veronesi) ho messo un naso da Cyrano de Bergerac a Guido Caprino, ma non era determinante per il racconto del personaggio, era più un vezzo estetico. Invece ne Il traditore (2019, Bellocchio), abbiamo scelto di raccontare gli interventi di chirurgia estetica a cui si era sottoposto Tommaso Buscetta negli anni e, in questo caso, l’adozione delle protesi su Pierfrancesco Favino era funzionale al racconto della psicologia del personaggio. Il trucco delle volte può avere una certa importanza narrativa, permette di documentare determinate fasi, o aiutare gli attori a entrare meglio nel personaggio.

Elio Germano ha detto che ha potuto dimenticarsi di controllare molte cose, perché già solo il trucco faceva molto, ma credo sia importante considerarlo sempre un lavoro corale.

Se si vuole raccontare un invecchiamento o una malattia, il trucco prostetico è l’unica via percorribile, ma sta tanto anche all’attore che lo indossa, lo interpreta, e che gli dà vita.

E così ha preso vita anche Antonio Ligabue. Tu che idea ti sei fatto dell’artista?

Sono innamorato di Ligabue. Mi ricordo di aver visto da bambino lo sceneggiato Rai su Ligabue (1977, Nocita), mi aveva abbastanza scioccato. Mi era rimasto piuttosto impresso come personaggio, poi crescendo onestamente me lo sono dimenticato. Una volta arrivata la proposta del film ho approfondito la sua storia e sul set ho incontrato diversi anziani che conoscevano Ligabue. Essendo morto nel 1965, non troppi anni fa insomma, ho sentito tantissimi aneddoti su di lui, era straordinario. Del suo lavoro d’artista amo molto le sculture e, in quanto personaggio ammiro la sua rivincita professionale, se così la possiamo definire, su chi lo trattava come un reietto. Mi sembra ci fosse un barbiere che lo mandava sempre via e, dopo aver guadagnato riconoscimento, fama e ricchezza, chiedeva al suo autista di passare con la macchina davanti a quel negozio, avanti e indietro ripetutamente, per mostrargli il suo successo. Era una rivalsa. E mi piace in particolare il fatto che abbia sempre fatto arte per sé, secondo i suoi interessi.

È sempre rimasto fedele ai suoi interessi. Mi viene in mente una scena del film in cui mostra un quadro in cui i cavalli sono imbizzarriti a causa di un fulmine, durante un temporale. Gli viene chiesto perché non piovesse sui cavalli, e lui risponde che piove dietro i cavalli, perché lui rispetta i cavalli!

Sì, era fantastico, una volta arrivato in Emilia, dalla Svizzera, ha passato molto tempo nel bosco con loro, una sorta di Tarzan; amava gli animali e ci teneva a rispettarli anche nell’arte. E lui ha sempre fatto quello che si sentiva, poi certo sperava anche di vendere qualche quadro o barattarlo per qualcosa da mangiare o da vestire, però non si preoccupava né si è mai piegato a ciò che richiedesse il mercato di Guastalla in quel periodo. Fa ridere detta così, ma tante volte avrebbe potuto adattarsi alle richieste, anche per evitare gli scherni, ma lui è andato dritto per la sua strada a fare ciò che gli piaceva e, di tanto in tanto, distruggeva anche quello che creava. Mi è rimasto dentro.

Foto © Chico De Luigi

Connessioni

arte e architettura nel territorio del Parmigiano Reggiano

Da sempre il nostro territorio si è contraddistinto per le sue sperimentazioni artistiche e i suoi risultati culturali. Pensiamo ai Carracci, al Duomo di Modena o a Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese che cantò Ludovico Ariosto.

Nel nuovo capitolo di Scaglie vogliamo cantare l’arte e l’architettura che si sono stratificate nella storia dei nostri luoghi, e che sono riconosciute in tutto il mondo.

L’Italia, infatti, conta 55 siti UNESCO ed è il Paese con il maggior numero di riconoscimenti nella lista dei patrimoni dell’umanità – in prima posizione con la Cina. Tra questi ben nove siti sono emiliani e quest’anno si discuterà anche della candidatura dei Portici di Bologna.

È così che abbiamo esplorato una parte dell’arte e dell’architettura nella terra del Parmigiano Reggiano, per raccontare come l’Emilia Romagna continua a ispirare pittori, scultori e architetti.

Siamo partiti dall’arte naïf di Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento, e abbiamo conosciuto un nuovo tipo di arte: quella del trucco prostetico, con cui il truccatore speciale Lorenzo Tamburini ha trasformato Elio Germano in Ligabue nel film Volevo Nascondermi (2020, Giorgio Diritti). Pennelli, pazienza e protesi in gel di silicone ci hanno permesso di immergerci nella vita travagliata di questo artista, tra la tenerezza che ha dimostrato e le incomprensioni che ha sofferto. Il pluripremiato prosthetic make-up designer ci ha parlato delle difficoltà della sua professione, e ci ha riportato anche qualche aneddoto sulla figura di Ligabue:

“Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così”.

Poi ci siamo persi, o forse ci siamo ritrovati, nel Labirinto della Masone per mostrare attraverso un video-racconto il più grande labirinto del mondo, dove il direttore Edoardo Pepino ci ha spiegato come arte e architettura si intersecano in un dialogo continuo tra il nostro territorio e il turismo internazionale. La storia del labirinto nasce con un viaggio in Provenza, che ha portato Franco Maria Ricci a scegliere 200mila piante di bambù per dare vita a un luogo che è anche topos letterario, da Minosse a Jorge Luis Borges.

Infine ci siamo meravigliati della bellezza e della funzionalità dell’architettura di condivisione, ascoltando Guido Canali, architetto vincitore – tra i numerosi premi – del Compasso d’oro, del Premio Inarch e di una Menzione d’onore alla Medaglia d’Oro dell’Architettura italiana. Nell’intervista Canali ha raccontato anche della collaborazione con il nostro Consorzio volta a “creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità”. I suoi sono progetti che dimostrano l’essenza dell’architettura, dall’estetica all’ergonomia, una disciplina coltivata nel parmigiano che ribadisce l’importanza dei luoghi.

Concludo prendendo in prestito le parole di Canali: una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle possibilità che ha. Per questo mi auguro che in questi tempi incerti il mondo del turismo possa rivolgersi alle nostre aree, perché il nostro è un territorio ricco con una cultura artistica tutta da scoprire e da cui rimanere affascinati, ogni volta.

Guarda e impara – il Museo della Figurina 

Da prodotto di marketing nato per promuovere marchi a progetto educativo divertente: la figurina è un mezzo unico per raccontare la storia d’Italia e portarci alla scoperta del mondo in modo leggero e immediato.

L’abbiamo conosciuta meglio insieme a Francesca Fontana, andando con lei nell’unico museo che la preserva a la cataloga, la racconta e la spiega e permette a tutti gli appassionati e ai semplici curiosi di addentrarsi in un universo fatto di dettagli, di ricerca e di un rapporto visuale con la storia e l’umanità. 

Con i ricordi personali sempre pronti a fare capolino, tra un calciatore e un cartone animato. 500.000 figurine, di cui circa 2500 esposte, 2 o 3 mostre annuali, tutte arricchite da un’ampia offerta di laboratori didattici e di eventi: il Museo della Figurina di Modena è un luogo da esplorare.

Come è nato e come si è sviluppato il Museo?

All’origine di questa raccolta – una delle più consistenti e significative esistenti al mondo – c’è la passione collezionistica di Giuseppe Panini, fondatore, insieme ai fratelli, delle omonime Edizioni Panini di Modena. Sin dagli inizi della sua attività imprenditoriale, Panini raccolse piccole stampe a colori provenienti da tutto il mondo con lo scopo di documentare la storia della figurina precedentemente alla nascita dell’azienda da lui fondata: oggetti affini alle figurine per tecnica esecutiva, temi trattati o formato. Il patrimonio di questa raccolta si ampliò a tal punto da diventare, nel 1986, un museo interno all’azienda stessa; nel 1992 fu donato alla città di Modena, capitale mondiale della figurina. Il museo è aperto al pubblico dal 2006, nella suggestiva sede di Palazzo Santa Margherita, e dal 2017 fa parte di Fondazione Modena Arti Visive. La raccolta viene incrementata costantemente attraverso donazioni o acquisti mirati.

Come è stata selezionata e catalogata la collezione? 

La collezione raccolta da Giuseppe Panini constava di oltre 500.000 pezzi: dopo la donazione al Comune di Modena è stato avviato un intenso lavoro – durato oltre dieci anni – di studio e riorganizzazione dei materiali. Il patrimonio è stato poi inventariato dalla soprintendenza per i Beni Storico e Artistici di Modena e Reggio Emilia; l’inventario è depositato presso il Ministero per i Beni Culturali.

Nel 1996 è stata avviata una catalogazione e predisposta un’apposita scheda con il contributo e la collaborazione dell’IBACN. Tale catalogazione ha portato alla compilazione di circa 30.000 schede.

Successivamente è stato predisposto il progetto museografico, a cui ha collaborato anche la storica dell’illustrazione Paola Pallottino: per la sala espositiva sono stati selezionati circa 2500 pezzi. Mettere a punto un percorso espositivo non è stato semplice, sia per la varietà dei materiali, sia per le dimensioni degli oggetti che, oltre ad essere piccoli, recano una grande quantità di dettagli.

Qual è il senso di un museo come questo? 

Questo è l’unico museo pubblico al mondo interamente dedicato alla storia della figurina e della piccola pubblicità, di conseguenza riveste una grande importanza e il suo compito è quello di conservare e valorizzare materiali che sono stati per lo più oggetto di collezionismo e che forniscono informazioni sulla storia del costume, della società, delle abitudini, della pubblicità e che offrono testimonianza dei cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli.

La potenzialità del museo risiede soprattutto nell’infinita varietà di soggetti trattati dalle figurine: si può parlare di una vera e propria enciclopedia per immagini. Grazie a ciò, è possibile realizzare mostre sempre nuove e legate alle tematiche più varie, collaborare con studiosi di ambiti differenti (storici dell’arte, antropologi, sociologi…), e mettere a punto una vasta gamma di laboratori didattici.

Ci sono delle figurine che raccontano il mondo del cibo? 

Moltissime! Nel 2015 sono state realizzate due mostre dedicate proprio a questo tema. Oltre alle figurine che illustrano piatti, prodotti o ricette, il museo conserva altri materiali legati al mondo del cibo, come menù, segnaposti, sottobicchieri. Inoltre bisogna ricordare che le figurine nascono come un prodotto prettamente pubblicitario, poiché venivano stampate dalle ditte per sponsorizzare la propria attività: molti di questi marchi erano legati all’industria alimentare e producevano cioccolata, caffè, estratto di carne (è il caso della famosa Liebig, azienda che più di ogni altra ha legato il proprio nome alle figurine), tapioca, cicoria… Il Museo della Figurina fa parte di Menù Associati, associazione culturale di collezionisti e istituzioni dedicata alla storia dei menù.

Chi sono i vostri utenti tipo? 

Non esiste un utente tipo, in quanto i materiali conservati in museo attraggono varie tipologie di pubblico, dai 3 ai 100 anni. I bambini, le scuole e le famiglie partecipano sempre con entusiasmo ai nostri laboratori didattici, poi ci sono le persone che vengono soprattutto per ritrovare gli album della propria infanzia (come gli anime giapponesi, o le figurine dei calciatori e dei ciclisti), ma anche tanti studiosi e collezionisti. Essendo unico al mondo, il museo attira molti visitatori provenienti dall’estero. 

Come avete affrontato il momento contingente? 

Durante i periodi di chiusura al pubblico abbiamo dovuto reinventarci e potenziare le attività a distanza. Sono stati realizzati laboratori per bambini e famiglie, videoconferenze tenute dai curatori, incontri con esperti.

In occasione della riapertura dei musei, a maggio, il pubblico ha da subito ricominciato le visite in presenza: in un momento come questo, ci siamo accorti che c’è molta voglia di fruire di prodotti culturali.

Che valore ha un museo così particolare, oggi?

La figurina, fin dalla sua origine, si propone di educare in maniera divertente: attraverso le immagini possiamo conoscere i pesci degli abissi o gli alberi più strani del mondo, viaggiare in Paesi lontani o scoprire come si produce lo zucchero.

Certamente le collezioni del Museo della Figurina sono in grado di evocare nei visitatori una serie di ricordi personali attraverso un percorso che si sviluppa in senso emozionale; accanto all’entusiasmo nel rivedere gli album dell’infanzia e le serie di figurine preferite o introvabili, vi è però anche la sorpresa di scoprire un mondo ben più ricco e complesso di quanto ci si immagini.

Il Museo è inoltre uno scrigno prezioso per studiosi e ricercatori che vogliano approfondire temi specifici; infine, conserva una parte importante di storia della grafica: non dimentichiamo che alle figurine e materiali affini hanno lavorato disegnatori di fama internazionale, come Peter Behrens, Leonetto Cappiello, Duilio Cambellotti, Fortunato Depero, Mercello Dudovich e Florence Edel, per fare solo qualche nome.

Il luogo nel quale sorge il museo ha influenzato la sua ideazione o il suo presente? 

Il Museo ha sede in un’unica e ampia sala di Palazzo Santa Margherita, un bellissimo edificio storico situato in centro città. L’allestimento attuale presenta una sezione permanente costituita da sei grandi armadi espositori, dotati di sportelli estraibili che consentono di ampliare la superficie espositiva: il visitatore può “sfogliarli” come se fossero degli album, approfondendo i vari temi proposti.

Accanto, c’è una zona dedicata alle mostre temporanee. Il prossimo autunno avvieremo il nuovo format espositivo MuFi Digital, che chiamerà artisti, disegnatori, designer e curatori a interpretare la collezione con una chiave narrativa inedita basata sull’uso delle tecnologie digitali, come anticipazione del futuro riassetto multimediale del Museo presso AGO Modena Fabbriche Culturali.

Foto © Francesca Tilio /Scaglie / LUZ

Scoprire favole nel bosco con una castellana

È qui che inizia la rinascita del Castello di Gropparello, oggi punto di riferimento per l’esperienza immersiva in una realtà medievale, tra Toscana e Emilia, con grande attenzione al realismo e alla capacità di ispirare piccoli e grandi in un contesto fatato. 

Abbiamo intervistato una delle castellane, Chiara Gibelli, che insieme alla sorella Rita gestisce oggi il sogno di famiglia. 

Partiamo dalla storia: come siete finite ad abitare in un castello? 

La storia inizia a Milano, nella casa dei nonni, dove vivevo con la mia famiglia, i miei genitori e una sorella. La mamma, che veniva da Viterbo con il padre di Montepulciano, si sentiva soffocare dal cemento e voleva cambiare aria. Dopo dieci anni di lotte e insistenze, nonostante una brillante carriera nel campo della musica antica che appagava il suo bisogno di storicità, riesce finalmente a convincere nel ’94 il papà a modificare l’assetto familiare.

Proprio grazie al suo lavoro, a un’asta dove era andata per acquistare un clavicembalo, ha sentito parlare di un castello nel piacentino. Quando insieme al papà arrivarono lì trovarono questo castello antichissimo, incastonato su uno sperone di offiolite verde, con le mura, le torri merlate, il ponte levatoio in legno, una struttura che si fondeva con la roccia e una terrazza con vista sul torrente in mezzo alle colline, un meraviglioso scorcio della pianura a nord. Il desiderio di venire a vivere qui è stato istantaneo e ardente. E nel giro di un anno la famiglia si è trasferita. 

Chissà che meraviglia per una bambina ritrovarsi principessa del castello!

Appena arrivati in realtà ci siamo scontrati con la dura realtà: la mamma si trovò senza lavoro, senza nulla, con un castello da pagare e due bambine piccole. Ma per fortuna lei è sempre stata una imprenditrice con una visione e un’energia vitale che le hanno permesso di vedere le potenzialità del luogo sul lungo periodo.

Allora questo era un territorio un po’ inesplorato turisticamente, era complicato farne una realtà turistica dal niente. Ma scoprendo i dintorni entrò subito in contatto con altri castellani, e nacque il circuito dei castelli del ducato di Parma e Piacenza, che fu il primo passaggio di un percorso ampio di riqualificazione di questa zona. Era iniziato il suo progetto di rendere questo castello il fulcro della nostra famiglia. E da qui scaturì poi il progetto ludico didattico, per far provare a famiglie e scuole a toccare con mano questo mondo antico, fatto di bosco e castello. E nacque il bosco delle fiabe: un percorso che non vuole essere Gardaland ma vuole essere una vera rievocazione del tempo passato, con attori in costume che interpretano personaggi delle fiabe, archetipi. In questo modo il bambino entra nel bosco, può affrontare le sue paure, affronta l’orco e con l’aiuto delle fate può uscirne più maturo. 

Dal 1996 questo progetto è cresciuto, e in pochi anni il castello è diventato il più visitato dell’Emilia Romagna ospitando fino a 500/600 bambini al giorno. E noi siamo cresciute con lui: nel 2000 abbiamo costruito i bagni, sistemato il giardino, creato il ristorante, il bar, la biglietteria.

Avevamo le nostre emozioni da condividere con i turisti: il lavoro ci prosciugava, ma era una carica vitale incredibile, un enorme scambio continuo con le persone. 

E il ristorante è stato un altro grande sogno realizzato… 

Sul ristorante la mamma ha investito molto, e quindi sono iniziati ad arrivare anche i banchetti per i matrimoni e questa vera e propria taverna medioevale con piatti a tema e illuminazione solo con candele è diventata parte del progetto. Perché con la cucina si completa il concetto di realtà immersiva, che ti permette di calarti nell’atmosfera con emozioni vere e reali. Cameriere in costume rinascimentale realizzati su misura da una sarta servivano grandi vassoi di piatti con prodotti tipici, mescolando un po’ di cucina storica che mia madre rielaborava, con i prodotti del territorio. Il suo lattonzolo al vino con mandorle e prugne è una perfetta esperienza gastronomica toscana e medievale, un suo succulento cavallo di battaglia. E poi la zuppa di farro, il paté di fegato: c’è una vera ricerca di una tipicità storica che lavora con il prodotto locale. 

Chi sono i vostri ospiti? 

Ospitiamo bimbi dalla materna, che scoprono le loro emozioni, devono acquisire fiducia e superare la soglia del brivido, fino a ragazzi della terza media che invece si confrontano dal vivo con quello che hanno studiato. E se i social stanno uniformando il linguaggio, vediamo tanto la differenza tra chi cresce in città e chi in un paese. Il bambino di paese rimane un bambino che ha voglia di esplorare, mentre il bambino di città vuole giocare però ti sfida, ha un vocabolario provocatorio. Il nostro ruolo in ogni caso rimane complementare e parallelo rispetto alla scuola: il lavoro di educatore è riportare il bambino all’esplorazione di uno spazio fisico in un contesto sano. Qui il bimbo non reagisce a YouTube, ma a un animatore colto che gioca con lui che lo mette difronte a provocazioni intelligenti, e rinsalda il gruppo preservando l’identità del singolo. 

Ma come vive e come si sente una bambina di città che diventa castellana? 

Ero una bambina timida, e anche con mia sorella. Rispetto alle nostre compagne, non frequentavamo molto gli altri bambini. Vivevamo molto nella casa dei nonni a Milano, piena di libri e immersa in un mondo novecentesco. Mi affascinava tantissimo questo lato della mia famiglia e ho conosciuto i nonni tramite gli oggetti della loro casa. Quindi quando ci siamo trasferite non ho patito la separazione dagli amichetti o dalle attività. 

Sono stata catapultata in un luogo che amplificava il contatto con il passato attraverso gli oggetti, e questo mi ha permesso di sviluppare il mio lato romantico. Per me il mondo del castello era il mondo ideale dove ritrovare la mia infanzia. Da più grande ho dovuto lavorare per ampliare l’orizzonte umano, anche perché per gli altri ero sempre “quella del castello”. Ma grazie a questo scenario ho potuto vivere dei rapporti di amicizia molto forti, un’adolescenza un po’ bohémienne con gli amici del liceo artistico. Il castello come sfondo è stato molto importante perché il lavoro si sviluppava nel frattempo, conoscevo persone più grandi che mi hanno formata culturalmente. Alla fine non sono una viaggiatrice ma è il mondo che viene qui da noi. 

E come si vive il lockdown tra le mura di un castello? 

Il continuo scambio, in questo luogo così particolare, mi ha dato la capacità di entrare in contatto con le persone, e i bellissimi rapporti di amicizia vera costruiti nel tempo si sono fortificati con il lockdown.

Ad un tratto siamo piombati nel silenzio: eravamo da soli nel castello, e non era mai successo. È stato strano non doversi più preparare per accogliere le persone, il castello è tornato tutto nostro. Ma siccome c’erano i social ci siamo sforzati di entrare in questo canale per noi ostico, perché siamo abituati a emozioni fisiche. Ho cominciato a fare dirette e ho scoperto in chi ci seguiva una risposta emotiva molto forte. All’inizio ho proposto le prime visite guidate online con un timore forte, avevo una grandissima paura di essere rifiutata. Invece poi ho ingranato e entro in una narrazione che è quasi un monologo, spostandomi in tutto il castello. Abbiamo sperimentato che questa visita online è complementare a quella in presenza: ti do i miei occhi e la mia conoscenza e ti porto a vedere questo luogo nel mio sentire, nel mio vissuto e nella mia formazione culturale. E man mano mi rinfrancavo, ho convinto la mamma a fare qualche lezione di cucina, e da una grande timidezza ci siamo esaltate: lei prepara le ricette di famiglia, come il pasticcio di Borso d’Este, un timballo di pasta frolla con maccheroni, ragù tartufi fegatini, besciamella e funghi, una sinfonia perfetta di sapori di cui ci siamo innamorate e che ha rallegrato anche le tante persone che hanno voluto provare a prepararlo con noi in questo corso online.

Non ci saranno anche i fantasmi…

Ma certo. Molti sensitivi ci hanno detto che qui c’è un’energia pazzesca, e noi nel tempo abbiamo visto, sentito e fotografato tante cose.

La leggenda narra che nel ‘300 uno dei proprietari di questo castello, tornato dalla guerra, scoprì per colpa di una serva che la moglie l’aveva tradito. Lui per gelosia murò viva la giovane sposa, ma si tormentò per sempre dal rimorso. Nel tempo noi abbiamo amato questa anima sofferente, e abbiamo provato a capire i suoi motivi, la circostanza che l’ha spinto a questo gesto, ma soprattutto il suo pentimento. Continuo a pensare che, forse, siamo arrivati qui perché dovevamo riportare questa storia in vita e rendere giustizia a questa anima in pena.

Foto © Francesca Tilio /Scaglie / LUZ

La forma dei sogni

Da questo grande progetto sociale, iniziato nella seconda metà dell’800, nacque poi l’intuizione del pedagogista Loris Malaguzzi, il quale disse: “Ogni bambino è soggetto di diritti. Ogni bambino, individualmente e nella relazione con il gruppo, è costruttore di esperienze a cui è capace di attribuire senso e significato”.

Da qui nacque – alla fine degli anni ’60 – il Reggio Emilia Approach, oggi diventato uno delle filosofie educative più apprezzate e riconosciute al mondo. 

Si tratta di un approccio educativo che libera il bambino da una scolarizzazione basata su metodologie standard e si modella a seconda del soggetto esaltandone il talento, le capacità e le varie forme d’intelligenza. 

Abbiamo incontrato la dottoressa Claudia Giudici presidentessa del Reggio Children, per farci raccontare il Reggio Emilia Approach, il contesto in cui è nato e come sta formando i cittadini del futuro. 

© courtesy of Reggio Children

Lei come si è avvicinata o come è entrata in contatto con il Reggio Emilia Approach?

Io sono una bambina che ha frequentato i nidi e le scuole per l’infanzia di Reggio Emilia, ho frequentato il primo nido comunale che aprì nel 1971. All’università ho poi studiato psicologia clinica, ma nella scelta della mia tesi di laurea sono tornata al mondo dell’educazione e da lì ho seguito progetti di ricerca e di formazione. Sono stata, infine, conquistata dalla pedagogia e ho iniziato a partecipare ai progetti di ricerca del Reggio Children di cui sono presidentessa dal 2016.

In che maniera la città di Reggio Emilia, secondo lei, ha influenzato lo sviluppo di questo metodo educativo. Sarebbe potuto nascere in un altro territorio?

Io ritengo che l’esperienza educativa di Reggio, conosciuto nel mondo come Reggio Emilia Approach, vede nel contesto territoriale in cui è nato delle radici molto profonde e identitarie. La caratteristica di base, di coniugare una grande capacità di visione con una grandissima concretezza è fortemente reggiana. Le grandi visioni ma anche la voglia di realizzarle concretamente, la tenacia, l’artigianalità sono peculiarità identificative sia nell’approccio educativo che nella comunità di Reggio Emilia.

Per spiegare l’unione fra teoria e prassi, Loris Malaguzzi usava una metafora molto “reggiana”, diceva che era come andare in bicicletta, un pedale è la pratica e l’altro è la teoria, se non li muovi insieme la bici non va avanti. 

Poi c’è l’aspetto della comunità, fondamentale per voi emiliani

Sì esatto, la dimensione della collettività è fondamentale: il Reggio Emilia Approach nasce dalla città ed è sentito da tutta la comunità, si tratta di una esperienza corale. Sicuramente alcune figure come quella di Loris Malaguzzi – che ha avuto una grande intuizione – fanno sì che sia nato qui, ma non ci sarebbe stato questo approccio se non ci fosse stato l’appoggio della collettività. Le scuole del Reggio Emilia Approach sono scuole della città. 

Parliamo dei cento linguaggi, mi racconta che significato ha questa teoria e, curiosità, perché proprio cento?

Cento è il numero che tende all’infinito ma è anche facilmente nominabile dai bambini, per i quali dire “cento” è come visualizzare qualcosa di enorme. È molto narrabile e facile da pronunciare. La teoria dei cento linguaggi nasce dall’idea che l’apprendimento non avvenga solo attraverso il linguaggio verbale, ma per costruire la conoscenza e i processi di apprendimento sono importanti anche altri linguaggi: quello pittorico, quello classico, quello musicale, quello poetico o del corpo, ecc.. e sono tutti ugualmente importanti.

Questo vuole dire che la conoscenza che viene consentita ai bambini è più ricca, più articolata e più umana perché corrisponde meglio a quello che è naturalmente il modo di apprendere dell’essere umano. Le strutture scolastiche riconfigurano questa modalità ma il modo che hanno i bambini di conoscere è naturalmente plurale, polisensoriale, non separano le discipline ma tengono tutto strettamente in connessione. 

Per noi è molto importante offrire ai bambini accessi plurimi al modo di conoscere, e consentire loro di esprimere quello che stanno scoprendo attraverso diversi media e sistemi simbolici. Il cento è il manifesto, per noi, del modo di conoscere dei bambini, che spesso vengono privati della pluralità. 

Non privandoli di queste sfaccettature la creatività esplode e si libera in tutti. Per noi la creatività è una caratteristica del pensiero che appartiene a tutti i bambini, è responsabilità della scuola consentire a questa qualità di esprimersi, di allenarsi, di crescere e di evolvere.

© courtesy of Reggio Children

Un bambino che si forma con il Reggio Emilia Approach che tipo di risorse sviluppa per affrontare il futuro e per essere in grado di affrontare anche situazione come quella attuale?

Noi cerchiamo di allenare i bambini a avere fiducia nelle proprie competenze e nelle proprie risorse educative e affettive.

Il fatto che si riconosca che tutti i bambini sono intelligenti – come diceva il professor Malaguzzi – significa riconoscere che le intelligenze possono essere diverse e che tutti sono potenzialmente competenti. È responsabilità della scuola consentire a ogni bambino di esprimere queste competenze, in modi diversi. L’altro aspetto da sottolineare, in un periodo come quello attuale, dove l’identità di ognuno di noi è stata messa a dura prova, è che il Reggio Emilia Approach cerca di dare ai bambini degli strumenti per avere fiducia in loro stessi e in chi li circonda. Noi crediamo molto nel lavoro di gruppo, nella collaborazione, in una dimensione in cui si è sempre soggetti in relazione ad altri soggetti. 

La conoscenza nasce da una circolarità di saperi, da uno scambio, dal confronto e dal dialogo: si tratta di competenze preziose per vivere nei contesti sociali e per affrontare momenti complessi. Costruire nei bambini le competenze per ricercare le proprie soluzioni, e non dar loro risposte “corrette” ma lavorare sul processo di strategia, perché trovare delle soluzioni significa alimentare curiosità e capacità di evolversi. I famosi cento linguaggi sono un patrimonio prezioso per poter esplorare ciò che circonda il bambino e le sue relazione. 

Quando a Malaguzzi veniva chiesto cosa ci fosse di diverso nei bambini del Reggio Emilia Approach, lui diceva che l’obiettivo principale del metodo era costruire dei buoni cittadini. Questa cosa fu ripresa dal professor Howard Gardner di Harvard – teorico delle intelligenze multiple – che analizzò come alla base della coesione della comunità di Reggio Emilia ci fosse proprio l’educazione offerta dai nidi e dalle sue scuole per l’infanzia del territorio.

La cura degli ambienti e degli spazi è uno dei valori del Reggio Emilia Approach. Questa estate, ma ancora oggi, viviamo l’inadeguatezza delle scuole italiane nell’ospitare in sicurezza gli studenti. In che modo ciò che circonda bambini e ragazzi influenza il loro benessere scolastico?

Il professor Malaguzzi ha considerato da sempre l’ambiente educativo parte della relazione educativa, così come l’insegnante. Tant’è che è nata la metafora del terzo educatore. Siccome l’ambiente è parte della relazione educativa va curato come curiamo la formazione degli insegnanti e come curiamo le proposte didattiche. Ecco perché prestiamo molta attenzione alla progettazione degli spazi, degli arredi e alla ricerca dei materiali che utilizziamo.

E quando l’ambiente non c’è? Quando i bambini e gli studenti sono relegati alla DAD?

Ecco questo apre il dibattito sulle case che hanno potuto e dovuto abitare i nostri figli. Quello che è accaduto ha evidenziato un aspetto importante: gli ambienti delle scuole che siano servizi educativi per l’infanzia, scuole primarie, ecc… sono luoghi di comunità, consentono le relazioni sociali, la collegialità e le relazioni familiari. Quando ci siamo trovati nella condizione di non poterle frequentare – e quindi di non avere un luogo dove vivere quelle relazioni – è venuta a galla la consapevolezza di quanto quegli spazi fossero necessari ma inadeguati. 

Abbiamo capito quanto è importante la cura degli ambienti e la loro bellezza: le scuole in Italia sono brutte, così come quasi tutti i luoghi pubblici, perché si vive nella concezione che la cosa pubblica è di tutti e di nessuno, quindi nessuno si prende la responsabilità di curarla. Invece bisognerebbe assumere la consapevolezza che nei luoghi di lavoro e nelle scuole si passa la maggior parte del proprio tempo, quindi paradossalmente dovrebbero essere quasi più curati e accoglienti di casa propria. 

Questo ci porta a capire che l’ambiente non è un semplice contenitore neutro rispetto alle nostre relazioni di vita, ma è vita stessa. I colori delle pareti, le sedute previste, i materiali da usare sono importanti ed è necessario studiarli con attenzione perché generano benessere nei bambini e negli adulti che devono viverci. 

Voi come avete gestito la riapertura?

Quando i bambini sono tornati avevamo molti vincoli per i protocolli sanitari da seguire. Abbiamo deciso, però, di studiare con i bambini un modo per non violare le regole. 

Si sono interfacciati con gli insegnanti, gli atelieristi e insieme, hanno elaborato una vita scolastica nuova, adatta ai tempi che stiamo vivendo. 

Questo dovrebbe essere l’approccio con cui vivere i luoghi pubblici e le scuole perché è un diritto dei bambini e dei ragazzi frequentarli, forse se avessimo assunto questa consapevolezza – al netto del problema dei trasporti e degli spostamenti – e avessimo reso gli studenti partecipi, le scuole potevano riaprire prima. 

I protocolli sanitari vanno rispettati ma vanno anche adattati: nel rispetto dei diritti dei bambini, degli insegnanti e dei genitori di avere un’educazione adeguata. Per esempio se i bambini devono utilizzare dei materiali, ma ho il problema della sanificazione, non eliminerò tutto perché è più facile, ma troverò delle risorse diverse. 

I bambini hanno il diritto di continuare a vivere un’esperienza educativa adeguata.

Foto © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ

Raccontare il cibo in tv, il pioniere Mario Soldati

Attraverso un viaggio dal Monviso alla foce del fiume Po, il primo divulgatore enogastronomico televisivo, agli albori della televisione di Stato, racconta attraverso i suoi artigiani un’Italia forse più contemporanea di quella attuale. Fatta di storie, di tradizioni, di sapori e di saperi. E di autenticità.

“Ho avuto l’idea di questo viaggio molto semplicemente pensando al fiume che attraversa la città dove sono nato, Torino. Quando il tempo è bello, il paesaggio intorno alla città è meraviglioso. Si vede tutta la cerchia delle Alpi, ma una montagna spicca fra tutte, specialmente al tramonto; si vede molto bene in controluce, non perché sia la più alta ma è perché è isolata, il Monviso. Il Po nasce dal Monviso. Il nostro fiume più lungo, più bello, più caro. Viaggiare è conoscere luoghi, genti e paesi. (…) E qual è il modo più semplice e più elementare di viaggiare? Mangiare e praticare la cucina di un Paese dove si viaggia, nella cucina c’è tutto, la natura del luogo, il clima, quindi l’agricoltura, la pastorizia, la caccia, la pesca. E nel modo di cucinare c’è la storia, la civiltà di un popolo. L’uomo come ha avuto la prima idea di viaggiare? Ma l’ha avuta molto probabilmente mentre lui stava fermo e guardava qualcosa che si muoveva, che viaggiava, che andava, per esempio le nuvole del cielo, gli uccelli che migrano, un fiume che scorreva”.

Così il primo divulgatore enogastronomico italiano, Mario Soldati, presenta la sua trasmissione televisiva più famosa, che segna in qualche modo l’avvento della cucina in tv. Un programma che ha davvero fatto la storia e ha aperto la strada a tutto quello che è venuto dopo. 

È il 3 dicembre 1957 quando va in onda per la prima volta Viaggio nella valle del Po, il suo programma televisivo in 12 puntate.

Una trasmissione già in sé decisamente all’avanguardia, ricca di contenuti e di quello che oggi chiameremmo storytelling, e piena di volti, storie, persone, prodotti che hanno iniziato ad essere conosciuti da un numero sempre maggiore di persone, in qualche modo portando alla ribalta nazionale quel territorio così poco conosciuto e fino ad allora così poco seducente. 

Perché se in quegli anni la costiera amalfitana era il luogo delle star, tanto amato e frequentato dal bel mondo, Roma era la culla della Dolce Vita, la valle del Po era per la maggior parte degli italiani un luogo sconosciuto e privo di appeal. Grazie a questo documentario raccontato, a questo modo controcorrente di divulgare le tradizioni enogastronomiche, Soldati ha dato lustro a cotechini e Parmigiano Reggiano, a riso e pesci di fiume, rivelando alla nazione quanto questo angolo italiano avesse da dare dal punto di vista paesaggistico e culinario. 

L’abilità di Sodati non era semplicemente quella di scovare ingredienti, ma di raccontare storie di persone, dialogando con contadini e pescatori, ristoratori e artigiani con semplicità, mettendosi al livello dello spettatore curioso, fingendo di non sapere, per rendere il gioco ancora più intrigante. 

Da uomo colto, ha saputo portare ad un livello comprensibile a tutti argomenti fino ad allora mai presi in considerazione dalla cultura: forse è stato il primo a comprendere davvero il valore intrinseco, sociale e culturale appunto, di ciò che scegliamo di mangiare. 

Una visione totalmente controcorrente: perché questa retorica del chilometro zero e dell’agricoltura, oggi tanto di moda, scomparve in sostanza negli anni ’60, lasciando il posto a surgelati e merendine, a piatti trasversali e universali, idealizzati in quanto contemporanei, lontani dalle tradizioni e dal già visto. 

Un documentario attualissimo, in grado anche oggi di offrirci spunti e riflessioni: una narrazione fraterna e popolare di genti, usanze, prodotti, ricette e riti di un’Italia rurale ricca di tradizioni culinarie.

“Viaggiare è conoscere, è il modo più facile, più diretto, di arrivare a conoscere un paese è praticare la cucina della gente che lo abita. Nei cibi e nella maniera di cucinarli c’è tutto”: c’è qualcosa di più autenticamente contemporaneo in questa sua visione del mondo? 

Tra specialità dell’Emilia Romagna e saline del delta del fiume, si passa a pesce e cardi, vino, riso, vini e Vermut, arrivando anche al Panettone. 

Col suo tono semplice e didascalico il primo divulgatore enogastronomico riporta l’evocazione classica del bello che fino allora era stata esclusivo appannaggio delle città d’arte a un ambiente rurale e contadino, con il vino al posto delle calli veneziane e la salama da sugo al posto del campanile di Giotto. Paragoni azzardati? Forse, ma di sicuro autentica volontà di mettere in luce uno degli aspetti culturali fondanti della grande tradizione artigianale italiana.  

In un’Italia che vedeva nella crescita e nel progresso, anche nel campo del cibo, una possibile rinascita internazionale, Soldati era invece per la riscoperta del territorio e delle sue peculiarità. In anticipo di 60 anni. Quel pay off – alla ricerca dei cibi genuini – era una dichiarazione d’intenti all’avanguardia, in un’epoca che stava invece cercando industria e globalizzazione, sinonimi al tempo di ricchezza e apertura al nuovo. 

Qualcuno, nel 2017, sessant’anni dopo l’originale, ha provato a ripercorrere quel viaggio, per rendere omaggio all’autore ma anche per capire quanto quel mondo fosse cambiato da allora. 

È rimasta valida la domanda che Soldati si pose: “Perché rifare un viaggio già fatto?”. Lui rispose che gli erano rimaste delle curiosità. I giovani in cerca d’autore che hanno seguito la sua scia hanno trovato risposte diverse, ma sempre inseguendo la tendenza dell’uomo a migliorare e imparare hanno trovato più consapevolezza, ma anche maggiori e più pressanti problemi ambientali.  

Mario Soldati è stato anche tanto altro: è considerato uno dei maestri del cinema italiano moderno, un intellettuale regista, definito dallo storico del cinema Mario Verdone un formalista, al pari di Alberto Lattuada.

Ma è di sicuro con questo documentario raccontato che ha avuto la sua vera celebrazione e il ricordo perenne di chi ha amato il suo modo familiare di narrare una pagina di piccola storia italiana, che in realtà riflette e dà lustro alla storia più grande.

“Mario Soldati è stato un dispensatore d’allegria. Nel senso dell’allegria vera, quella che qualche essere raro riesce a diffondere intorno a sé. Lo scrittore torinese aveva infatti il potere di alleggerirti lo spirito. Non era fatuo. Era alacre e inquieto”. Così lo ricorda Nello Ajello in Racconto d’una vita allegra, e così vogliamo celebrarlo anche noi, riportando alla luce attraverso il nostro percorso una narrazione che in qualche modo si ispira alla sua. Pacata, riflessiva, chiara, in grado di mettere in luce le peculiarità e le storie di un territorio che merita di essere conosciuto. 

Foto: © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ

Foto di copertina © Antonio Sorrentino