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Sul fronte del gusto

Compasso d’oro, menzione d’onore alla medaglia d’oro dell’architettura italiana, Premio Inarch, tra i “cento Studi meglio al mondo” secondo Domus International 2019: sono innumerevoli i riconoscimenti che Guido Canali ha ottenuto nella sua lunga carriera di architetto. Eppure, con i suoi modi pacati e la sua grande serenità conquista con grazia, eleganza e pacatezza gli interlocutori, con cui ha una naturale capacità di apertura, dialogo, relazione. Le stesso doti che dimostra in tutti i suoi lavori, intrisi di accuratezza e di leggerezza, di rigore e di ossessione viscerale per l’efficacia condivisa.

Un dialogo costante con la natura e una grande capacità analitica gli hanno permesso negli anni di diventare un vero e proprio punto di riferimento nel settore, che guida con lieve maestria.

Non solo in Emilia, ma un po’ in tutt’Italia ed anche in Europa, ha svolto la sua carriera. Sul territorio emiliano, però, hanno avuto origine due progetti memorabili dedicati al Parmigiano Reggiano. Ce li siamo fatti raccontare.

A che cosa serve l’architettura?

L’architettura ben fatta è un investimento: se spendi male i soldi, sono sciupati. Vorrei che tutti capissero che l’architettura è un pregio irrinunciabile. Perché puoi comprare un quadro brutto e quando ti stufi lo metti in solaio, ma se costruisci una casa brutta o sbagliata non la puoi distruggere, perché ti costerebbe troppo, e hai fatto un danno.

Bisogna investire in qualità architettonica.

Ma non c’entra anche il gusto?

Il gusto c’entra: tra gli architetti ci sono quelli bravini e i negati, bisogna anche saper scegliere. Solo quello bravo ti aiuta veramente. Il gusto è educazione, impegno, un atteggiamento etico. Il gusto è non accontentarsi come principio. Essere esigenti con se stessi è davvero fondamentale e quando hai finito un progetto e pensi che potresti fare di più, ti viene voglia di buttare via tutto e rifarlo. L’energia per ricominciare ogni volta la si trova nella passione per quello che facciamo: quando sei convinto che quello che fai può essere utile agli altri, magari anche per le loro vite future, allora non ti accontenti.

Quanto di sé deve a questo territorio?

A parte il periodo di quando ero bambino, a cui devo la mia affezione verso la natura, abitare le nostre città emiliane è sicuramente stato determinante ed un reale privilegio. Puoi vivere nella città murata medievale, estremamente affascinante, che nei microambienti, in taluni casi in modo inaspettato ed affascinante, si apre in giardini segreti. Ma al di fuori della città murata c’è subito la campagna, e questo è un rapporto importantissimo che avresti con difficoltà se vivessi nelle grandi città.

Vivere in Emilia è un privilegio: abbiamo città d’arte bellissime, qualunque paese offre spazi e situazioni fantastiche.

Modena, Parma, Ferrara sono luoghi rilassanti, di grande equilibrio. Si vive bene. Vivendo qui uno ha già un po’ imparato come deve progettare.

E sul fronte del gusto?

Beh… sono un grande goloso di Parmigiano Reggiano: devo stare molto attento perché per me è una droga. Per fortuna non ho mai provato le droghe vere ma ne conosco altre, gastronomiche: il Parmigiano Reggiano e i funghi trifolati sono tra queste.

La sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano, © courtesy of Guido Canali

Come è nata la sua collaborazione con il Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano?

Il progetto del Consorzio è nato dalla mia amicizia con il presidente, che all’epoca era l’avvocato Mora, un parmigiano, un intellettuale che come hobby collezionava disegni del Parmigianino. Ci conoscevamo e dopo aver visto un po’ di cose che avevamo fatto ci ha incaricato di questo progetto, andato avanti per alcuni anni. Negli anni successivi abbiamo fatto cose abbastanza importanti in campo industriale, per esempio per Prada vicino ad Arezzo HQ abbiamo realizzato la sede principale del settore produttivo dell’azienda.

E tutte derivano dallo spunto di allora, la nostra linea guida filosofico-concettuale è di essere molto attenti alle condizioni di chi lavorerà nel luogo. Questo risultato non è così facile da ottenere e occorre anche l’intelligenza dei committenti. Ma per noi è fondamentale preoccuparci di creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità. Quando un operaio sta una giornata chino sui vari pezzi che gli passano davanti sulla catena di trasmissione poter alzare gli occhi e vedere il verde che entra nella fabbrica, avere moltissima luce e spazio è un aiuto alla fatica.

È l’esatto opposto di lavorare in un ambiente chiuso, cupo, senza vista sull’esterno: come quegli scatoloni industriali, quelle situazioni introverse, ancor oggi di moda dovuta a criteri di super economicità nella realizzazione degli involucri, con massimizzazione della funzionalità per ottenere solo il massimo profitto.

A Reggio c’erano già in luce queste attenzioni e abbiamo cercato anche di trasmettere, pur nella severità e semplicità geometrica del blocco, un racconto fantastico, un giardino che entra lungo una passerella con pendenza minima, utile anche ai disabili, perché l’accesso al complesso diventi passeggiata gioiosa, e nel progetto affiorino anche elementi quasi ludici.

La sede del Consorzio ha funzioni multiple: una zona che assomiglia a un caseificio, la sala prova del Parmigiano Reggiano, l’auditorium e poi gli uffici e gli ambienti per gli incontri. Il montaggio in sequenza di parti con funzioni diverse è tutto inserito in un volume che fuori è omogeneo, salvo la variazione delle finestre, per evocare la sobrietà dell’architettura casearia del passato. È vero che nella tradizione più antica si annoverano anche dei piccoli caseifici pensati come gazebi ottagonali col doppio fondo sul fuoco nel baricentro, ma spesso i caseifici nella composizione del nucleo rurale erano elementi molto sobri, asciutti e senza orpelli, e a quelli ci siamo ispirati.

Ho un rimpianto per la funzione della passerella, che nell’idea iniziale avrebbe dovuto valicare la via Emilia collegando il complesso a un parco, quasi un invito a full immersion nella natura. Ma anche questa idea, pensata per quel luogo, e rimasta purtroppo nella penna, l’abbiamo sviluppata dopo. Doveva essere un luogo aperto alla città: la passerella è un telaio che al piano terra avrebbe dovuto offrire spazi per una comunicazione visiva, una specie di mostra sul territorio di produzione del prestigioso formaggio. Queste erano le buone intenzioni, poi come in ogni progetto alcuni elementi devono essere sacrificati, però noi continuiamo a sognare.

Per me l’architettura deve partire dall’idea di fare qualcosa che gratifica la gente che ci vive e che quindi non solo ha un pensiero di riconoscenza verso chi ha creato quel luogo, ma l’entusiasmo a ritornarci: è questo il compenso più grande del nostro mestiere. Se rimane questa soddisfazione di aver fatto qualcosa che interessa, che suscita qualche emozione, che intriga chi poi deve usare l’edificio.

In tempi più recenti ha immaginato un nuovo caseificio.

Il caseificio di Montecoppe, certo: in quell’area c’era già un edificio degli anni ’50, obsoleto, in attesa di un intervento importante. E c’è ancora un piccolo caseificio della metà dell’800, una delle primissime realizzazioni neogotica in Emilia, quando il neoclassicismo va scemando come novità modaiola.

Questo era una delle prime realizzazioni a Parma: mattoni, finestre con ogiva appuntita, decorazioni in mattoni che formano cornici echeggianti quelle quattrocentesche. L’abbiamo restaurato ed è diventato lo spaccio dove oggi si vendono i prodotti del nuovo caseificio.

Questo l’ho progettato per un’importante e colta famiglia di industriali per cui avevo già fornito i disegni della Smeg a Guastalla.

D’accordo con i Committenti, Volevo fare un edificio non troppo alto, anche se il blocco magazzino di stagionatura, dovendosi all’interno modulare sull’automazione del trasporto delle forme, prevedeva un’altezza significativa, fino a 8 metri. Per annullare quest’altezza eccessiva in rapporto all’edificazione tradizionale del contesto agricolo, davanti al caseificio abbiamo rialzato un terrapieno, una specie di pianoro verde.

Visto in pianta è una elle: un braccio è dove si produce, l’altro è il magazzino. E per ridurre al minimo l’impatto tutto l’edificio è stato completamente coperto di verde, e si ambienta molto bene con i dintorni.

Anche questo piccolo complesso è un luogo d’incontro dove è piacevole andare: abbiamo posto le premesse perché si potesse realizzare anche un punto di ristoro che fosse occasione conviviale per la gente. È quasi una mia fissa: che l’architettura si apra e diventi un luogo frequentato e allegro, che costituisca il collante di una socialità partecipe.

Il caseificio di Montecoppe © courtesy of Guido Canali

E oggi, in un momento così chiuso, come si concretizza un’architettura di condivisione?

Adesso si progetta per quando si apriranno ancora i cancelli: per essere di nuovo pronti a realizzare, specie l’edilizia sociale e pubblica, che deve essere fatta bene, con amore e con cura.

In questo senso abbiamo una grandissima responsabilità: quanti quattrini sono stati buttati nelle periferie squallide con condomini brutti, pieni di famiglie? Questo è proprio un danno, soprattutto per i bambini, perché l’influenza dell’ambiente in età giovanile è fondamentale. Una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle sollecitazioni che percepisce.

Penso che il mio instancabile amore per la natura ed i reiterati tentativi di porla al centro, fisico e simbolico, di quel che costruiamo dipenda dal fatto che negli anni della guerra, da piccolo, ero in campagna con la famiglia sfollata, e lì abbiamo vissuto qualche anno. Ricordo ancora in technicolor le scorribande nei campi, e lungo le golene dei torrenti, le ghiaie che d’estate biancheggiano tra i pioppeti: un’esperienza che mi ha segnato.

Ritratti © Stefano Marzoli / Scaglie / LUZ

Il trucco c’è

“Toni al matt” (Antonio il matto, in dialetto reggiano) così era chiamato a Gualtieri Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento. Dell’artista si contano centinaia di autoritratti, così noi per capire meglio la sua figura abbiamo parlato con chi ha dovuto studiare ogni sua ruga.

Lorenzo Tamburini è un truccatore italiano specializzato in prosthetic make-up, che ha permesso la metamorfosi di Elio Germano nel film Volevo Nascondermi (2020) di Giorgio Diritti. Da una professione poco riconosciuta alla funzionalità narrativa delle protesi, il trucco c’è e ci permette di vedere ed entrare nel personaggio di Ligabue.

Hai lavorato e lavori con registi, sceneggiatori e produttori di fama internazionale. Quand’è che ti sei interessato al trucco e come hai iniziato?

Credo di aver avuto, fin da bambino, una grandissima attrazione per l’estetica e l’armonia delle cose. Mi piacevano la tv e i movimenti dei piedi dei pugili, ma principalmente ero affascinato dai mostri come Frankenstein e Dracula. Ho sempre visto il cinema come qualcosa di guardare e non da fare, pensavo non potesse essere un lavoro. Vivevo in Trentino, frequentavo un liceo scientifico e guardavo film neorealisti, non avevo idea di che cosa fosse il trucco, non c’era neanche Internet all’epoca, nessun sito o tutorial che potesse illuminarmi. Poi sono andato negli Stati Uniti, a Seattle e a Los Angeles, dove ho scoperto l’esistenza delle scuole di trucco.

Verso la fine degli anni Novanta ho iniziato a lavorare sui set pubblicitari, poi in tv – dal programma di Celentano a Mai dire Gol, fino ad arrivare al grande cinema con Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro. È stata la prima volta in cui ho potuto lavorare con “gli effetti veri”, quelli che fino ad allora potevo solo guardare nei making of dei DVD.

Domanda per i non-cultori dell’argomento: tu come ti definisci, “truccatore”? Qual è la differenza tra un make-up artist e un prosthetic make-up designer?

La differenza fondamentalmente sta nella specializzazione in un ramo o in un altro del trucco. Quando ho iniziato ho fatto anche dei trucchi beauty, per shooting e sfilate o film italiani, quelli che chiameremmo trucchi “normali”.

Il prosthetic subentra quando con il trucco non riesci a ottenere determinati risultati e ad accontentare le richieste e le esigenze del regista. È a questo punto che si usano le protesi in gel di silicone, il che richiede un’altra preparazione: c’è dietro un lavoro di laboratorio di scultura, di stampi e creazione delle protesi da applicare. Di sicuro sono contento di aver avuto modo di approfondire un po’ tutto, perché mi ha permesso di avere una visione d’insieme di tutte le possibilità del trucco, anche quello pittorico e teatrale. Ma ora tendo a lavorare principalmente su trucchi speciali, specie con l’uso delle protesi. 

Con il lavoro che hai svolto per Dogman (2018, Garrone) hai vinto premi per il miglior trucco e come miglior truccatore (EFA, David di Donatello). Credi che in Italia ci sia il giusto riconoscimento di questa professione?

No, assolutamente, è come se non esistesse. In realtà non c’è ancora nessun riconoscimento della professione, ma un po’ in tutto il mondo, forse l’unica eccezione sono i BAFTA, British Academy Film Award. In Italia non si parla spesso del truccatore speciale, neanche a livello sindacale, risultiamo come “truccatori”, senza nessun’altra differenza. Con Dogman, però, devo dire che qualcosa è cambiato, perché agli European Film Awards hanno candidato sia la truccatrice, Dalia Colli, che me. Non molti conoscevano l’attore Edoardo Pesce, e non tutti quindi avevano capito il mio tipo di intervento – ma lui ha avuto sia la fronte che il naso finti per tutto il film. Fino a qualche anno fa probabilmente avrebbe vinto solo Dalia, che non si era occupata dell’intervento su Pesce. Ma oggi qualcosa sta – lentamente – cambiando, a partire dai David di Donatello, in cui è stata inserita la voce “trucco speciale” nelle schede di valutazione. Se l’intervento prostetico è presente sul protagonista dalla prima scena fino alla fine del film, è giusto che venga riconosciuto alla mia categoria.

E parlando di protesi applicate dalla prima all’ultima scena, che tipologia di trucco preferisci realizzare? Meglio i mostri che amavi da bambino, come alieni e zombie, o personaggi storici?

Ancora adesso i mostri mi piacciono molto, ma quando li fanno gli altri. I film che faccio fatica a rifiutare sono quelli che richiedono un intervento prostetico, per un invecchiamento o per un trucco naturale. La reputo un’altra tipologia di sfida, perché è complesso rendere reale un viso e le sue espressioni. Siamo abituati a vedere ogni tipologia di volto, e se il trucco speciale non è fatto bene l’occhio non lo inganni, lo spettatore se ne accorge e risulta tutto finto.

Uno zombie, ad esempio, puoi sporcarlo un po’ con il sangue o con la sabbia, oppure se pensiamo a un alieno, nessuno l’ha mai visto, quindi se anche ci fosse qualcosa nella struttura anatomica che non è perfetta comunque ci passi sopra con più leggerezza.

Mettiamo che io debba lavorare per un film in cui un’attrice deve interpretare la biografia di un’altra attrice, magari devo applicarle un mento e sopra un trucco beauty, sarei decisamente teso, soprattutto per mantenerlo tutto il giorno tra i tempi morti, le luci, il sudore e così via.

L’anno scorso è uscito Volevo Nascondermi di Giorgio Diritti, un film che racconta la storia di Antonio Ligabue, pittore e scultore dalla vita piuttosto travagliata. Immagino che tu abbia dovuto studiare approfonditamente la sua figura per trasformare Elio Germano. Che ricerca hai svolto? 

Di solito quando mi capitano questo tipo di lavori la mia domanda è sempre la stessa: quanto dev’essere somigliante?

Aspetto la risposta del regista e da lì iniziamo un po’ a discuterne. Nel caso di Volevo Nascondermi, abbiamo concordato di lasciare qualcosa dell’attore, di Elio, senza cercare la somiglianza precisa e maniacale – se no infatti avrei dovuto allargare la fronte, la forma della testa, le proporzioni. Ho iniziato studiando i materiali della sua vecchiaia, non c’era tantissimo. Le poche foto erano in bianco e nero, non troppo definite, spesso in espressione, poi ho trovato qualche filmato di quando sono andati a intervistarlo a casa sua per girare un documentario. E da lì ho usato principalmente quelli per tirar fuori le sue caratteristiche fisiche principali.

Quali sono gli step che hai seguito per effettuare questa metamorfosi?

Dopo essere entrato in sintonia con i lineamenti di Ligabue ho studiato e modellato il viso di Elio, secondo quello che in base ai cedimenti della pelle potrebbe essere proprio il suo invecchiamento. Questo per rendere il trucco più naturale e far sì che seguisse anche meglio la sua mimica facciale, poi su questa base ho aggiunto alcuni volumi che richiamavano di più i tratti di Antonio Ligabue: il mento, il labbro inferiore, anche aiutato dai denti storti, le orecchie più grandi e a sventola, i bargigli ai lati della bocca più spessi e, ovviamente, il naso. 

Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così.

Di solito come reagiscono gli attori alle protesi?

La maggior parte ne è terrorizzata. Immaginate di aver studiato per anni ogni singola micro-espressione, poi ti viene incollato tutto il viso e hai paura di non riuscire a muovere la faccia, e che le protesi nascondano l’espressività. Una volta visto che non è così l’approccio in linea di massima diventa abbastanza positivo. Certo, dev’essere anche pesante, perché per queste operazioni bisogna arrivare molto presto sul set, tenere il trucco tutto il giorno e impiegare almeno un’ora per rimuoverlo.

Elio, in particolare, è stato molto collaborativo, tranquillo e preciso, per niente drama queen

Le protesi hanno un colore tipo manichino, più traslucido, ma ovviamente senza macchie né colore, quindi mentre le applicavo Elio vedeva questi pezzi di gomma chiari che non gli permettevano di capire bene il risultato finale. Poi, dopo aver colorato tutto e avergli appoggiato la parrucca, è arrivato il momento in cui ho provato più soddisfazione: ho visto Elio guardarsi allo specchio ed entrare nel suo personaggio. Dalla perplessità iniziale gli occhi si sono trasformati in espressione, e credo che il trucco sia d’aiuto in questo processo.

Per l’interpretazione Elio Germano ha ricevuto l’Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino. Che ruolo gioca il trucco prostetico nella resa di un personaggio storico?

Dipende, sia dal film che dallo scopo del trucco. Per esempio in Tutti per 1 – 1 per tutti (2020, Veronesi) ho messo un naso da Cyrano de Bergerac a Guido Caprino, ma non era determinante per il racconto del personaggio, era più un vezzo estetico. Invece ne Il traditore (2019, Bellocchio), abbiamo scelto di raccontare gli interventi di chirurgia estetica a cui si era sottoposto Tommaso Buscetta negli anni e, in questo caso, l’adozione delle protesi su Pierfrancesco Favino era funzionale al racconto della psicologia del personaggio. Il trucco delle volte può avere una certa importanza narrativa, permette di documentare determinate fasi, o aiutare gli attori a entrare meglio nel personaggio.

Elio Germano ha detto che ha potuto dimenticarsi di controllare molte cose, perché già solo il trucco faceva molto, ma credo sia importante considerarlo sempre un lavoro corale.

Se si vuole raccontare un invecchiamento o una malattia, il trucco prostetico è l’unica via percorribile, ma sta tanto anche all’attore che lo indossa, lo interpreta, e che gli dà vita.

E così ha preso vita anche Antonio Ligabue. Tu che idea ti sei fatto dell’artista?

Sono innamorato di Ligabue. Mi ricordo di aver visto da bambino lo sceneggiato Rai su Ligabue (1977, Nocita), mi aveva abbastanza scioccato. Mi era rimasto piuttosto impresso come personaggio, poi crescendo onestamente me lo sono dimenticato. Una volta arrivata la proposta del film ho approfondito la sua storia e sul set ho incontrato diversi anziani che conoscevano Ligabue. Essendo morto nel 1965, non troppi anni fa insomma, ho sentito tantissimi aneddoti su di lui, era straordinario. Del suo lavoro d’artista amo molto le sculture e, in quanto personaggio ammiro la sua rivincita professionale, se così la possiamo definire, su chi lo trattava come un reietto. Mi sembra ci fosse un barbiere che lo mandava sempre via e, dopo aver guadagnato riconoscimento, fama e ricchezza, chiedeva al suo autista di passare con la macchina davanti a quel negozio, avanti e indietro ripetutamente, per mostrargli il suo successo. Era una rivalsa. E mi piace in particolare il fatto che abbia sempre fatto arte per sé, secondo i suoi interessi.

È sempre rimasto fedele ai suoi interessi. Mi viene in mente una scena del film in cui mostra un quadro in cui i cavalli sono imbizzarriti a causa di un fulmine, durante un temporale. Gli viene chiesto perché non piovesse sui cavalli, e lui risponde che piove dietro i cavalli, perché lui rispetta i cavalli!

Sì, era fantastico, una volta arrivato in Emilia, dalla Svizzera, ha passato molto tempo nel bosco con loro, una sorta di Tarzan; amava gli animali e ci teneva a rispettarli anche nell’arte. E lui ha sempre fatto quello che si sentiva, poi certo sperava anche di vendere qualche quadro o barattarlo per qualcosa da mangiare o da vestire, però non si preoccupava né si è mai piegato a ciò che richiedesse il mercato di Guastalla in quel periodo. Fa ridere detta così, ma tante volte avrebbe potuto adattarsi alle richieste, anche per evitare gli scherni, ma lui è andato dritto per la sua strada a fare ciò che gli piaceva e, di tanto in tanto, distruggeva anche quello che creava. Mi è rimasto dentro.

Foto © Chico De Luigi

Connessioni

arte e architettura nel territorio del Parmigiano Reggiano

Da sempre il nostro territorio si è contraddistinto per le sue sperimentazioni artistiche e i suoi risultati culturali. Pensiamo ai Carracci, al Duomo di Modena o a Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese che cantò Ludovico Ariosto.

Nel nuovo capitolo di Scaglie vogliamo cantare l’arte e l’architettura che si sono stratificate nella storia dei nostri luoghi, e che sono riconosciute in tutto il mondo.

L’Italia, infatti, conta 55 siti UNESCO ed è il Paese con il maggior numero di riconoscimenti nella lista dei patrimoni dell’umanità – in prima posizione con la Cina. Tra questi ben nove siti sono emiliani e quest’anno si discuterà anche della candidatura dei Portici di Bologna.

È così che abbiamo esplorato una parte dell’arte e dell’architettura nella terra del Parmigiano Reggiano, per raccontare come l’Emilia Romagna continua a ispirare pittori, scultori e architetti.

Siamo partiti dall’arte naïf di Antonio Ligabue, pittore e scultore del Novecento, e abbiamo conosciuto un nuovo tipo di arte: quella del trucco prostetico, con cui il truccatore speciale Lorenzo Tamburini ha trasformato Elio Germano in Ligabue nel film Volevo Nascondermi (2020, Giorgio Diritti). Pennelli, pazienza e protesi in gel di silicone ci hanno permesso di immergerci nella vita travagliata di questo artista, tra la tenerezza che ha dimostrato e le incomprensioni che ha sofferto. Il pluripremiato prosthetic make-up designer ci ha parlato delle difficoltà della sua professione, e ci ha riportato anche qualche aneddoto sulla figura di Ligabue:

“Ligabue si dava un sacco di botte sul naso, perché riteneva che le persone più intelligenti avessero il naso più grosso, aquilino come quello di Dante, e allora voleva deformarlo per farlo diventare così”.

Poi ci siamo persi, o forse ci siamo ritrovati, nel Labirinto della Masone per mostrare attraverso un video-racconto il più grande labirinto del mondo, dove il direttore Edoardo Pepino ci ha spiegato come arte e architettura si intersecano in un dialogo continuo tra il nostro territorio e il turismo internazionale. La storia del labirinto nasce con un viaggio in Provenza, che ha portato Franco Maria Ricci a scegliere 200mila piante di bambù per dare vita a un luogo che è anche topos letterario, da Minosse a Jorge Luis Borges.

Infine ci siamo meravigliati della bellezza e della funzionalità dell’architettura di condivisione, ascoltando Guido Canali, architetto vincitore – tra i numerosi premi – del Compasso d’oro, del Premio Inarch e di una Menzione d’onore alla Medaglia d’Oro dell’Architettura italiana. Nell’intervista Canali ha raccontato anche della collaborazione con il nostro Consorzio volta a “creare delle condizioni ambientali, psicologiche, fisiche e utilizzare dei materiali che aiutino la serenità”. I suoi sono progetti che dimostrano l’essenza dell’architettura, dall’estetica all’ergonomia, una disciplina coltivata nel parmigiano che ribadisce l’importanza dei luoghi.

Concludo prendendo in prestito le parole di Canali: una persona viene plasmata da come vive, dall’ambiente in cui cresce, dalle possibilità che ha. Per questo mi auguro che in questi tempi incerti il mondo del turismo possa rivolgersi alle nostre aree, perché il nostro è un territorio ricco con una cultura artistica tutta da scoprire e da cui rimanere affascinati, ogni volta.

Guarda e impara – il Museo della Figurina 

Da prodotto di marketing nato per promuovere marchi a progetto educativo divertente: la figurina è un mezzo unico per raccontare la storia d’Italia e portarci alla scoperta del mondo in modo leggero e immediato.

L’abbiamo conosciuta meglio insieme a Francesca Fontana, andando con lei nell’unico museo che la preserva a la cataloga, la racconta e la spiega e permette a tutti gli appassionati e ai semplici curiosi di addentrarsi in un universo fatto di dettagli, di ricerca e di un rapporto visuale con la storia e l’umanità. 

Con i ricordi personali sempre pronti a fare capolino, tra un calciatore e un cartone animato. 500.000 figurine, di cui circa 2500 esposte, 2 o 3 mostre annuali, tutte arricchite da un’ampia offerta di laboratori didattici e di eventi: il Museo della Figurina di Modena è un luogo da esplorare.

Come è nato e come si è sviluppato il Museo?

All’origine di questa raccolta – una delle più consistenti e significative esistenti al mondo – c’è la passione collezionistica di Giuseppe Panini, fondatore, insieme ai fratelli, delle omonime Edizioni Panini di Modena. Sin dagli inizi della sua attività imprenditoriale, Panini raccolse piccole stampe a colori provenienti da tutto il mondo con lo scopo di documentare la storia della figurina precedentemente alla nascita dell’azienda da lui fondata: oggetti affini alle figurine per tecnica esecutiva, temi trattati o formato. Il patrimonio di questa raccolta si ampliò a tal punto da diventare, nel 1986, un museo interno all’azienda stessa; nel 1992 fu donato alla città di Modena, capitale mondiale della figurina. Il museo è aperto al pubblico dal 2006, nella suggestiva sede di Palazzo Santa Margherita, e dal 2017 fa parte di Fondazione Modena Arti Visive. La raccolta viene incrementata costantemente attraverso donazioni o acquisti mirati.

Come è stata selezionata e catalogata la collezione? 

La collezione raccolta da Giuseppe Panini constava di oltre 500.000 pezzi: dopo la donazione al Comune di Modena è stato avviato un intenso lavoro – durato oltre dieci anni – di studio e riorganizzazione dei materiali. Il patrimonio è stato poi inventariato dalla soprintendenza per i Beni Storico e Artistici di Modena e Reggio Emilia; l’inventario è depositato presso il Ministero per i Beni Culturali.

Nel 1996 è stata avviata una catalogazione e predisposta un’apposita scheda con il contributo e la collaborazione dell’IBACN. Tale catalogazione ha portato alla compilazione di circa 30.000 schede.

Successivamente è stato predisposto il progetto museografico, a cui ha collaborato anche la storica dell’illustrazione Paola Pallottino: per la sala espositiva sono stati selezionati circa 2500 pezzi. Mettere a punto un percorso espositivo non è stato semplice, sia per la varietà dei materiali, sia per le dimensioni degli oggetti che, oltre ad essere piccoli, recano una grande quantità di dettagli.

Qual è il senso di un museo come questo? 

Questo è l’unico museo pubblico al mondo interamente dedicato alla storia della figurina e della piccola pubblicità, di conseguenza riveste una grande importanza e il suo compito è quello di conservare e valorizzare materiali che sono stati per lo più oggetto di collezionismo e che forniscono informazioni sulla storia del costume, della società, delle abitudini, della pubblicità e che offrono testimonianza dei cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli.

La potenzialità del museo risiede soprattutto nell’infinita varietà di soggetti trattati dalle figurine: si può parlare di una vera e propria enciclopedia per immagini. Grazie a ciò, è possibile realizzare mostre sempre nuove e legate alle tematiche più varie, collaborare con studiosi di ambiti differenti (storici dell’arte, antropologi, sociologi…), e mettere a punto una vasta gamma di laboratori didattici.

Ci sono delle figurine che raccontano il mondo del cibo? 

Moltissime! Nel 2015 sono state realizzate due mostre dedicate proprio a questo tema. Oltre alle figurine che illustrano piatti, prodotti o ricette, il museo conserva altri materiali legati al mondo del cibo, come menù, segnaposti, sottobicchieri. Inoltre bisogna ricordare che le figurine nascono come un prodotto prettamente pubblicitario, poiché venivano stampate dalle ditte per sponsorizzare la propria attività: molti di questi marchi erano legati all’industria alimentare e producevano cioccolata, caffè, estratto di carne (è il caso della famosa Liebig, azienda che più di ogni altra ha legato il proprio nome alle figurine), tapioca, cicoria… Il Museo della Figurina fa parte di Menù Associati, associazione culturale di collezionisti e istituzioni dedicata alla storia dei menù.

Chi sono i vostri utenti tipo? 

Non esiste un utente tipo, in quanto i materiali conservati in museo attraggono varie tipologie di pubblico, dai 3 ai 100 anni. I bambini, le scuole e le famiglie partecipano sempre con entusiasmo ai nostri laboratori didattici, poi ci sono le persone che vengono soprattutto per ritrovare gli album della propria infanzia (come gli anime giapponesi, o le figurine dei calciatori e dei ciclisti), ma anche tanti studiosi e collezionisti. Essendo unico al mondo, il museo attira molti visitatori provenienti dall’estero. 

Come avete affrontato il momento contingente? 

Durante i periodi di chiusura al pubblico abbiamo dovuto reinventarci e potenziare le attività a distanza. Sono stati realizzati laboratori per bambini e famiglie, videoconferenze tenute dai curatori, incontri con esperti.

In occasione della riapertura dei musei, a maggio, il pubblico ha da subito ricominciato le visite in presenza: in un momento come questo, ci siamo accorti che c’è molta voglia di fruire di prodotti culturali.

Che valore ha un museo così particolare, oggi?

La figurina, fin dalla sua origine, si propone di educare in maniera divertente: attraverso le immagini possiamo conoscere i pesci degli abissi o gli alberi più strani del mondo, viaggiare in Paesi lontani o scoprire come si produce lo zucchero.

Certamente le collezioni del Museo della Figurina sono in grado di evocare nei visitatori una serie di ricordi personali attraverso un percorso che si sviluppa in senso emozionale; accanto all’entusiasmo nel rivedere gli album dell’infanzia e le serie di figurine preferite o introvabili, vi è però anche la sorpresa di scoprire un mondo ben più ricco e complesso di quanto ci si immagini.

Il Museo è inoltre uno scrigno prezioso per studiosi e ricercatori che vogliano approfondire temi specifici; infine, conserva una parte importante di storia della grafica: non dimentichiamo che alle figurine e materiali affini hanno lavorato disegnatori di fama internazionale, come Peter Behrens, Leonetto Cappiello, Duilio Cambellotti, Fortunato Depero, Mercello Dudovich e Florence Edel, per fare solo qualche nome.

Il luogo nel quale sorge il museo ha influenzato la sua ideazione o il suo presente? 

Il Museo ha sede in un’unica e ampia sala di Palazzo Santa Margherita, un bellissimo edificio storico situato in centro città. L’allestimento attuale presenta una sezione permanente costituita da sei grandi armadi espositori, dotati di sportelli estraibili che consentono di ampliare la superficie espositiva: il visitatore può “sfogliarli” come se fossero degli album, approfondendo i vari temi proposti.

Accanto, c’è una zona dedicata alle mostre temporanee. Il prossimo autunno avvieremo il nuovo format espositivo MuFi Digital, che chiamerà artisti, disegnatori, designer e curatori a interpretare la collezione con una chiave narrativa inedita basata sull’uso delle tecnologie digitali, come anticipazione del futuro riassetto multimediale del Museo presso AGO Modena Fabbriche Culturali.

Foto © Francesca Tilio /Scaglie / LUZ

Scoprire favole nel bosco con una castellana

È qui che inizia la rinascita del Castello di Gropparello, oggi punto di riferimento per l’esperienza immersiva in una realtà medievale, tra Toscana e Emilia, con grande attenzione al realismo e alla capacità di ispirare piccoli e grandi in un contesto fatato. 

Abbiamo intervistato una delle castellane, Chiara Gibelli, che insieme alla sorella Rita gestisce oggi il sogno di famiglia. 

Partiamo dalla storia: come siete finite ad abitare in un castello? 

La storia inizia a Milano, nella casa dei nonni, dove vivevo con la mia famiglia, i miei genitori e una sorella. La mamma, che veniva da Viterbo con il padre di Montepulciano, si sentiva soffocare dal cemento e voleva cambiare aria. Dopo dieci anni di lotte e insistenze, nonostante una brillante carriera nel campo della musica antica che appagava il suo bisogno di storicità, riesce finalmente a convincere nel ’94 il papà a modificare l’assetto familiare.

Proprio grazie al suo lavoro, a un’asta dove era andata per acquistare un clavicembalo, ha sentito parlare di un castello nel piacentino. Quando insieme al papà arrivarono lì trovarono questo castello antichissimo, incastonato su uno sperone di offiolite verde, con le mura, le torri merlate, il ponte levatoio in legno, una struttura che si fondeva con la roccia e una terrazza con vista sul torrente in mezzo alle colline, un meraviglioso scorcio della pianura a nord. Il desiderio di venire a vivere qui è stato istantaneo e ardente. E nel giro di un anno la famiglia si è trasferita. 

Chissà che meraviglia per una bambina ritrovarsi principessa del castello!

Appena arrivati in realtà ci siamo scontrati con la dura realtà: la mamma si trovò senza lavoro, senza nulla, con un castello da pagare e due bambine piccole. Ma per fortuna lei è sempre stata una imprenditrice con una visione e un’energia vitale che le hanno permesso di vedere le potenzialità del luogo sul lungo periodo.

Allora questo era un territorio un po’ inesplorato turisticamente, era complicato farne una realtà turistica dal niente. Ma scoprendo i dintorni entrò subito in contatto con altri castellani, e nacque il circuito dei castelli del ducato di Parma e Piacenza, che fu il primo passaggio di un percorso ampio di riqualificazione di questa zona. Era iniziato il suo progetto di rendere questo castello il fulcro della nostra famiglia. E da qui scaturì poi il progetto ludico didattico, per far provare a famiglie e scuole a toccare con mano questo mondo antico, fatto di bosco e castello. E nacque il bosco delle fiabe: un percorso che non vuole essere Gardaland ma vuole essere una vera rievocazione del tempo passato, con attori in costume che interpretano personaggi delle fiabe, archetipi. In questo modo il bambino entra nel bosco, può affrontare le sue paure, affronta l’orco e con l’aiuto delle fate può uscirne più maturo. 

Dal 1996 questo progetto è cresciuto, e in pochi anni il castello è diventato il più visitato dell’Emilia Romagna ospitando fino a 500/600 bambini al giorno. E noi siamo cresciute con lui: nel 2000 abbiamo costruito i bagni, sistemato il giardino, creato il ristorante, il bar, la biglietteria.

Avevamo le nostre emozioni da condividere con i turisti: il lavoro ci prosciugava, ma era una carica vitale incredibile, un enorme scambio continuo con le persone. 

E il ristorante è stato un altro grande sogno realizzato… 

Sul ristorante la mamma ha investito molto, e quindi sono iniziati ad arrivare anche i banchetti per i matrimoni e questa vera e propria taverna medioevale con piatti a tema e illuminazione solo con candele è diventata parte del progetto. Perché con la cucina si completa il concetto di realtà immersiva, che ti permette di calarti nell’atmosfera con emozioni vere e reali. Cameriere in costume rinascimentale realizzati su misura da una sarta servivano grandi vassoi di piatti con prodotti tipici, mescolando un po’ di cucina storica che mia madre rielaborava, con i prodotti del territorio. Il suo lattonzolo al vino con mandorle e prugne è una perfetta esperienza gastronomica toscana e medievale, un suo succulento cavallo di battaglia. E poi la zuppa di farro, il paté di fegato: c’è una vera ricerca di una tipicità storica che lavora con il prodotto locale. 

Chi sono i vostri ospiti? 

Ospitiamo bimbi dalla materna, che scoprono le loro emozioni, devono acquisire fiducia e superare la soglia del brivido, fino a ragazzi della terza media che invece si confrontano dal vivo con quello che hanno studiato. E se i social stanno uniformando il linguaggio, vediamo tanto la differenza tra chi cresce in città e chi in un paese. Il bambino di paese rimane un bambino che ha voglia di esplorare, mentre il bambino di città vuole giocare però ti sfida, ha un vocabolario provocatorio. Il nostro ruolo in ogni caso rimane complementare e parallelo rispetto alla scuola: il lavoro di educatore è riportare il bambino all’esplorazione di uno spazio fisico in un contesto sano. Qui il bimbo non reagisce a YouTube, ma a un animatore colto che gioca con lui che lo mette difronte a provocazioni intelligenti, e rinsalda il gruppo preservando l’identità del singolo. 

Ma come vive e come si sente una bambina di città che diventa castellana? 

Ero una bambina timida, e anche con mia sorella. Rispetto alle nostre compagne, non frequentavamo molto gli altri bambini. Vivevamo molto nella casa dei nonni a Milano, piena di libri e immersa in un mondo novecentesco. Mi affascinava tantissimo questo lato della mia famiglia e ho conosciuto i nonni tramite gli oggetti della loro casa. Quindi quando ci siamo trasferite non ho patito la separazione dagli amichetti o dalle attività. 

Sono stata catapultata in un luogo che amplificava il contatto con il passato attraverso gli oggetti, e questo mi ha permesso di sviluppare il mio lato romantico. Per me il mondo del castello era il mondo ideale dove ritrovare la mia infanzia. Da più grande ho dovuto lavorare per ampliare l’orizzonte umano, anche perché per gli altri ero sempre “quella del castello”. Ma grazie a questo scenario ho potuto vivere dei rapporti di amicizia molto forti, un’adolescenza un po’ bohémienne con gli amici del liceo artistico. Il castello come sfondo è stato molto importante perché il lavoro si sviluppava nel frattempo, conoscevo persone più grandi che mi hanno formata culturalmente. Alla fine non sono una viaggiatrice ma è il mondo che viene qui da noi. 

E come si vive il lockdown tra le mura di un castello? 

Il continuo scambio, in questo luogo così particolare, mi ha dato la capacità di entrare in contatto con le persone, e i bellissimi rapporti di amicizia vera costruiti nel tempo si sono fortificati con il lockdown.

Ad un tratto siamo piombati nel silenzio: eravamo da soli nel castello, e non era mai successo. È stato strano non doversi più preparare per accogliere le persone, il castello è tornato tutto nostro. Ma siccome c’erano i social ci siamo sforzati di entrare in questo canale per noi ostico, perché siamo abituati a emozioni fisiche. Ho cominciato a fare dirette e ho scoperto in chi ci seguiva una risposta emotiva molto forte. All’inizio ho proposto le prime visite guidate online con un timore forte, avevo una grandissima paura di essere rifiutata. Invece poi ho ingranato e entro in una narrazione che è quasi un monologo, spostandomi in tutto il castello. Abbiamo sperimentato che questa visita online è complementare a quella in presenza: ti do i miei occhi e la mia conoscenza e ti porto a vedere questo luogo nel mio sentire, nel mio vissuto e nella mia formazione culturale. E man mano mi rinfrancavo, ho convinto la mamma a fare qualche lezione di cucina, e da una grande timidezza ci siamo esaltate: lei prepara le ricette di famiglia, come il pasticcio di Borso d’Este, un timballo di pasta frolla con maccheroni, ragù tartufi fegatini, besciamella e funghi, una sinfonia perfetta di sapori di cui ci siamo innamorate e che ha rallegrato anche le tante persone che hanno voluto provare a prepararlo con noi in questo corso online.

Non ci saranno anche i fantasmi…

Ma certo. Molti sensitivi ci hanno detto che qui c’è un’energia pazzesca, e noi nel tempo abbiamo visto, sentito e fotografato tante cose.

La leggenda narra che nel ‘300 uno dei proprietari di questo castello, tornato dalla guerra, scoprì per colpa di una serva che la moglie l’aveva tradito. Lui per gelosia murò viva la giovane sposa, ma si tormentò per sempre dal rimorso. Nel tempo noi abbiamo amato questa anima sofferente, e abbiamo provato a capire i suoi motivi, la circostanza che l’ha spinto a questo gesto, ma soprattutto il suo pentimento. Continuo a pensare che, forse, siamo arrivati qui perché dovevamo riportare questa storia in vita e rendere giustizia a questa anima in pena.

Foto © Francesca Tilio /Scaglie / LUZ

La forma dei sogni

Da questo grande progetto sociale, iniziato nella seconda metà dell’800, nacque poi l’intuizione del pedagogista Loris Malaguzzi, il quale disse: “Ogni bambino è soggetto di diritti. Ogni bambino, individualmente e nella relazione con il gruppo, è costruttore di esperienze a cui è capace di attribuire senso e significato”.

Da qui nacque – alla fine degli anni ’60 – il Reggio Emilia Approach, oggi diventato uno delle filosofie educative più apprezzate e riconosciute al mondo. 

Si tratta di un approccio educativo che libera il bambino da una scolarizzazione basata su metodologie standard e si modella a seconda del soggetto esaltandone il talento, le capacità e le varie forme d’intelligenza. 

Abbiamo incontrato la dottoressa Claudia Giudici presidentessa del Reggio Children, per farci raccontare il Reggio Emilia Approach, il contesto in cui è nato e come sta formando i cittadini del futuro. 

© courtesy of Reggio Children

Lei come si è avvicinata o come è entrata in contatto con il Reggio Emilia Approach?

Io sono una bambina che ha frequentato i nidi e le scuole per l’infanzia di Reggio Emilia, ho frequentato il primo nido comunale che aprì nel 1971. All’università ho poi studiato psicologia clinica, ma nella scelta della mia tesi di laurea sono tornata al mondo dell’educazione e da lì ho seguito progetti di ricerca e di formazione. Sono stata, infine, conquistata dalla pedagogia e ho iniziato a partecipare ai progetti di ricerca del Reggio Children di cui sono presidentessa dal 2016.

In che maniera la città di Reggio Emilia, secondo lei, ha influenzato lo sviluppo di questo metodo educativo. Sarebbe potuto nascere in un altro territorio?

Io ritengo che l’esperienza educativa di Reggio, conosciuto nel mondo come Reggio Emilia Approach, vede nel contesto territoriale in cui è nato delle radici molto profonde e identitarie. La caratteristica di base, di coniugare una grande capacità di visione con una grandissima concretezza è fortemente reggiana. Le grandi visioni ma anche la voglia di realizzarle concretamente, la tenacia, l’artigianalità sono peculiarità identificative sia nell’approccio educativo che nella comunità di Reggio Emilia.

Per spiegare l’unione fra teoria e prassi, Loris Malaguzzi usava una metafora molto “reggiana”, diceva che era come andare in bicicletta, un pedale è la pratica e l’altro è la teoria, se non li muovi insieme la bici non va avanti. 

Poi c’è l’aspetto della comunità, fondamentale per voi emiliani

Sì esatto, la dimensione della collettività è fondamentale: il Reggio Emilia Approach nasce dalla città ed è sentito da tutta la comunità, si tratta di una esperienza corale. Sicuramente alcune figure come quella di Loris Malaguzzi – che ha avuto una grande intuizione – fanno sì che sia nato qui, ma non ci sarebbe stato questo approccio se non ci fosse stato l’appoggio della collettività. Le scuole del Reggio Emilia Approach sono scuole della città. 

Parliamo dei cento linguaggi, mi racconta che significato ha questa teoria e, curiosità, perché proprio cento?

Cento è il numero che tende all’infinito ma è anche facilmente nominabile dai bambini, per i quali dire “cento” è come visualizzare qualcosa di enorme. È molto narrabile e facile da pronunciare. La teoria dei cento linguaggi nasce dall’idea che l’apprendimento non avvenga solo attraverso il linguaggio verbale, ma per costruire la conoscenza e i processi di apprendimento sono importanti anche altri linguaggi: quello pittorico, quello classico, quello musicale, quello poetico o del corpo, ecc.. e sono tutti ugualmente importanti.

Questo vuole dire che la conoscenza che viene consentita ai bambini è più ricca, più articolata e più umana perché corrisponde meglio a quello che è naturalmente il modo di apprendere dell’essere umano. Le strutture scolastiche riconfigurano questa modalità ma il modo che hanno i bambini di conoscere è naturalmente plurale, polisensoriale, non separano le discipline ma tengono tutto strettamente in connessione. 

Per noi è molto importante offrire ai bambini accessi plurimi al modo di conoscere, e consentire loro di esprimere quello che stanno scoprendo attraverso diversi media e sistemi simbolici. Il cento è il manifesto, per noi, del modo di conoscere dei bambini, che spesso vengono privati della pluralità. 

Non privandoli di queste sfaccettature la creatività esplode e si libera in tutti. Per noi la creatività è una caratteristica del pensiero che appartiene a tutti i bambini, è responsabilità della scuola consentire a questa qualità di esprimersi, di allenarsi, di crescere e di evolvere.

© courtesy of Reggio Children

Un bambino che si forma con il Reggio Emilia Approach che tipo di risorse sviluppa per affrontare il futuro e per essere in grado di affrontare anche situazione come quella attuale?

Noi cerchiamo di allenare i bambini a avere fiducia nelle proprie competenze e nelle proprie risorse educative e affettive.

Il fatto che si riconosca che tutti i bambini sono intelligenti – come diceva il professor Malaguzzi – significa riconoscere che le intelligenze possono essere diverse e che tutti sono potenzialmente competenti. È responsabilità della scuola consentire a ogni bambino di esprimere queste competenze, in modi diversi. L’altro aspetto da sottolineare, in un periodo come quello attuale, dove l’identità di ognuno di noi è stata messa a dura prova, è che il Reggio Emilia Approach cerca di dare ai bambini degli strumenti per avere fiducia in loro stessi e in chi li circonda. Noi crediamo molto nel lavoro di gruppo, nella collaborazione, in una dimensione in cui si è sempre soggetti in relazione ad altri soggetti. 

La conoscenza nasce da una circolarità di saperi, da uno scambio, dal confronto e dal dialogo: si tratta di competenze preziose per vivere nei contesti sociali e per affrontare momenti complessi. Costruire nei bambini le competenze per ricercare le proprie soluzioni, e non dar loro risposte “corrette” ma lavorare sul processo di strategia, perché trovare delle soluzioni significa alimentare curiosità e capacità di evolversi. I famosi cento linguaggi sono un patrimonio prezioso per poter esplorare ciò che circonda il bambino e le sue relazione. 

Quando a Malaguzzi veniva chiesto cosa ci fosse di diverso nei bambini del Reggio Emilia Approach, lui diceva che l’obiettivo principale del metodo era costruire dei buoni cittadini. Questa cosa fu ripresa dal professor Howard Gardner di Harvard – teorico delle intelligenze multiple – che analizzò come alla base della coesione della comunità di Reggio Emilia ci fosse proprio l’educazione offerta dai nidi e dalle sue scuole per l’infanzia del territorio.

La cura degli ambienti e degli spazi è uno dei valori del Reggio Emilia Approach. Questa estate, ma ancora oggi, viviamo l’inadeguatezza delle scuole italiane nell’ospitare in sicurezza gli studenti. In che modo ciò che circonda bambini e ragazzi influenza il loro benessere scolastico?

Il professor Malaguzzi ha considerato da sempre l’ambiente educativo parte della relazione educativa, così come l’insegnante. Tant’è che è nata la metafora del terzo educatore. Siccome l’ambiente è parte della relazione educativa va curato come curiamo la formazione degli insegnanti e come curiamo le proposte didattiche. Ecco perché prestiamo molta attenzione alla progettazione degli spazi, degli arredi e alla ricerca dei materiali che utilizziamo.

E quando l’ambiente non c’è? Quando i bambini e gli studenti sono relegati alla DAD?

Ecco questo apre il dibattito sulle case che hanno potuto e dovuto abitare i nostri figli. Quello che è accaduto ha evidenziato un aspetto importante: gli ambienti delle scuole che siano servizi educativi per l’infanzia, scuole primarie, ecc… sono luoghi di comunità, consentono le relazioni sociali, la collegialità e le relazioni familiari. Quando ci siamo trovati nella condizione di non poterle frequentare – e quindi di non avere un luogo dove vivere quelle relazioni – è venuta a galla la consapevolezza di quanto quegli spazi fossero necessari ma inadeguati. 

Abbiamo capito quanto è importante la cura degli ambienti e la loro bellezza: le scuole in Italia sono brutte, così come quasi tutti i luoghi pubblici, perché si vive nella concezione che la cosa pubblica è di tutti e di nessuno, quindi nessuno si prende la responsabilità di curarla. Invece bisognerebbe assumere la consapevolezza che nei luoghi di lavoro e nelle scuole si passa la maggior parte del proprio tempo, quindi paradossalmente dovrebbero essere quasi più curati e accoglienti di casa propria. 

Questo ci porta a capire che l’ambiente non è un semplice contenitore neutro rispetto alle nostre relazioni di vita, ma è vita stessa. I colori delle pareti, le sedute previste, i materiali da usare sono importanti ed è necessario studiarli con attenzione perché generano benessere nei bambini e negli adulti che devono viverci. 

Voi come avete gestito la riapertura?

Quando i bambini sono tornati avevamo molti vincoli per i protocolli sanitari da seguire. Abbiamo deciso, però, di studiare con i bambini un modo per non violare le regole. 

Si sono interfacciati con gli insegnanti, gli atelieristi e insieme, hanno elaborato una vita scolastica nuova, adatta ai tempi che stiamo vivendo. 

Questo dovrebbe essere l’approccio con cui vivere i luoghi pubblici e le scuole perché è un diritto dei bambini e dei ragazzi frequentarli, forse se avessimo assunto questa consapevolezza – al netto del problema dei trasporti e degli spostamenti – e avessimo reso gli studenti partecipi, le scuole potevano riaprire prima. 

I protocolli sanitari vanno rispettati ma vanno anche adattati: nel rispetto dei diritti dei bambini, degli insegnanti e dei genitori di avere un’educazione adeguata. Per esempio se i bambini devono utilizzare dei materiali, ma ho il problema della sanificazione, non eliminerò tutto perché è più facile, ma troverò delle risorse diverse. 

I bambini hanno il diritto di continuare a vivere un’esperienza educativa adeguata.

Foto © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ

Raccontare il cibo in tv, il pioniere Mario Soldati

Attraverso un viaggio dal Monviso alla foce del fiume Po, il primo divulgatore enogastronomico televisivo, agli albori della televisione di Stato, racconta attraverso i suoi artigiani un’Italia forse più contemporanea di quella attuale. Fatta di storie, di tradizioni, di sapori e di saperi. E di autenticità.

“Ho avuto l’idea di questo viaggio molto semplicemente pensando al fiume che attraversa la città dove sono nato, Torino. Quando il tempo è bello, il paesaggio intorno alla città è meraviglioso. Si vede tutta la cerchia delle Alpi, ma una montagna spicca fra tutte, specialmente al tramonto; si vede molto bene in controluce, non perché sia la più alta ma è perché è isolata, il Monviso. Il Po nasce dal Monviso. Il nostro fiume più lungo, più bello, più caro. Viaggiare è conoscere luoghi, genti e paesi. (…) E qual è il modo più semplice e più elementare di viaggiare? Mangiare e praticare la cucina di un Paese dove si viaggia, nella cucina c’è tutto, la natura del luogo, il clima, quindi l’agricoltura, la pastorizia, la caccia, la pesca. E nel modo di cucinare c’è la storia, la civiltà di un popolo. L’uomo come ha avuto la prima idea di viaggiare? Ma l’ha avuta molto probabilmente mentre lui stava fermo e guardava qualcosa che si muoveva, che viaggiava, che andava, per esempio le nuvole del cielo, gli uccelli che migrano, un fiume che scorreva”.

Così il primo divulgatore enogastronomico italiano, Mario Soldati, presenta la sua trasmissione televisiva più famosa, che segna in qualche modo l’avvento della cucina in tv. Un programma che ha davvero fatto la storia e ha aperto la strada a tutto quello che è venuto dopo. 

È il 3 dicembre 1957 quando va in onda per la prima volta Viaggio nella valle del Po, il suo programma televisivo in 12 puntate.

Una trasmissione già in sé decisamente all’avanguardia, ricca di contenuti e di quello che oggi chiameremmo storytelling, e piena di volti, storie, persone, prodotti che hanno iniziato ad essere conosciuti da un numero sempre maggiore di persone, in qualche modo portando alla ribalta nazionale quel territorio così poco conosciuto e fino ad allora così poco seducente. 

Perché se in quegli anni la costiera amalfitana era il luogo delle star, tanto amato e frequentato dal bel mondo, Roma era la culla della Dolce Vita, la valle del Po era per la maggior parte degli italiani un luogo sconosciuto e privo di appeal. Grazie a questo documentario raccontato, a questo modo controcorrente di divulgare le tradizioni enogastronomiche, Soldati ha dato lustro a cotechini e Parmigiano Reggiano, a riso e pesci di fiume, rivelando alla nazione quanto questo angolo italiano avesse da dare dal punto di vista paesaggistico e culinario. 

L’abilità di Sodati non era semplicemente quella di scovare ingredienti, ma di raccontare storie di persone, dialogando con contadini e pescatori, ristoratori e artigiani con semplicità, mettendosi al livello dello spettatore curioso, fingendo di non sapere, per rendere il gioco ancora più intrigante. 

Da uomo colto, ha saputo portare ad un livello comprensibile a tutti argomenti fino ad allora mai presi in considerazione dalla cultura: forse è stato il primo a comprendere davvero il valore intrinseco, sociale e culturale appunto, di ciò che scegliamo di mangiare. 

Una visione totalmente controcorrente: perché questa retorica del chilometro zero e dell’agricoltura, oggi tanto di moda, scomparve in sostanza negli anni ’60, lasciando il posto a surgelati e merendine, a piatti trasversali e universali, idealizzati in quanto contemporanei, lontani dalle tradizioni e dal già visto. 

Un documentario attualissimo, in grado anche oggi di offrirci spunti e riflessioni: una narrazione fraterna e popolare di genti, usanze, prodotti, ricette e riti di un’Italia rurale ricca di tradizioni culinarie.

“Viaggiare è conoscere, è il modo più facile, più diretto, di arrivare a conoscere un paese è praticare la cucina della gente che lo abita. Nei cibi e nella maniera di cucinarli c’è tutto”: c’è qualcosa di più autenticamente contemporaneo in questa sua visione del mondo? 

Tra specialità dell’Emilia Romagna e saline del delta del fiume, si passa a pesce e cardi, vino, riso, vini e Vermut, arrivando anche al Panettone. 

Col suo tono semplice e didascalico il primo divulgatore enogastronomico riporta l’evocazione classica del bello che fino allora era stata esclusivo appannaggio delle città d’arte a un ambiente rurale e contadino, con il vino al posto delle calli veneziane e la salama da sugo al posto del campanile di Giotto. Paragoni azzardati? Forse, ma di sicuro autentica volontà di mettere in luce uno degli aspetti culturali fondanti della grande tradizione artigianale italiana.  

In un’Italia che vedeva nella crescita e nel progresso, anche nel campo del cibo, una possibile rinascita internazionale, Soldati era invece per la riscoperta del territorio e delle sue peculiarità. In anticipo di 60 anni. Quel pay off – alla ricerca dei cibi genuini – era una dichiarazione d’intenti all’avanguardia, in un’epoca che stava invece cercando industria e globalizzazione, sinonimi al tempo di ricchezza e apertura al nuovo. 

Qualcuno, nel 2017, sessant’anni dopo l’originale, ha provato a ripercorrere quel viaggio, per rendere omaggio all’autore ma anche per capire quanto quel mondo fosse cambiato da allora. 

È rimasta valida la domanda che Soldati si pose: “Perché rifare un viaggio già fatto?”. Lui rispose che gli erano rimaste delle curiosità. I giovani in cerca d’autore che hanno seguito la sua scia hanno trovato risposte diverse, ma sempre inseguendo la tendenza dell’uomo a migliorare e imparare hanno trovato più consapevolezza, ma anche maggiori e più pressanti problemi ambientali.  

Mario Soldati è stato anche tanto altro: è considerato uno dei maestri del cinema italiano moderno, un intellettuale regista, definito dallo storico del cinema Mario Verdone un formalista, al pari di Alberto Lattuada.

Ma è di sicuro con questo documentario raccontato che ha avuto la sua vera celebrazione e il ricordo perenne di chi ha amato il suo modo familiare di narrare una pagina di piccola storia italiana, che in realtà riflette e dà lustro alla storia più grande.

“Mario Soldati è stato un dispensatore d’allegria. Nel senso dell’allegria vera, quella che qualche essere raro riesce a diffondere intorno a sé. Lo scrittore torinese aveva infatti il potere di alleggerirti lo spirito. Non era fatuo. Era alacre e inquieto”. Così lo ricorda Nello Ajello in Racconto d’una vita allegra, e così vogliamo celebrarlo anche noi, riportando alla luce attraverso il nostro percorso una narrazione che in qualche modo si ispira alla sua. Pacata, riflessiva, chiara, in grado di mettere in luce le peculiarità e le storie di un territorio che merita di essere conosciuto. 

Foto: © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ

Foto di copertina © Antonio Sorrentino

Il cibo nella TV e nel cinema dagli anni ‘50 ad oggi

A partire dalla sua nascita nel gennaio del 1954, il rapporto tra tv e cibo è mutato passando attraverso linguaggi e racconti diversi che sono confluiti in un sempre maggiore interesse, come dimostrano i palinsesti televisivi e i cartelloni cinematografici degli ultimi 15-20 anni. Ma è sempre stato così? Come si è evoluta questa relazione? E come è stato raccontato il Parmigiano Reggiano sul piccolo e sul grande schermo?

Ne abbiamo parlato con la professoressa Cristina Bragaglia dell’Università di Bologna e autrice di Sequenze di gola, un saggio che analizza proprio il rapporto tra cibo e cinema.

Professoressa Bragaglia, come nasce questa relazione e come muta nel tempo?

La funzione del cibo è cambiata molto nel corso degli anni sia nel cinema che nella tv.

Non parlo delle ricette che ci ossessionano in tv, parlo proprio della funzione che il cibo ha all’interno della narrazione.

Per quanto riguarda il cinema, bisogna distinguere tra le varie cinematografie. Fino agli anni ‘50 il cinema italiano considera molto trash parlare di cibo e quindi ci sono pochissime tracce di questa relazione, che in genere serve più che altro a descrivere le condizioni di vita dei personaggi e gli ambienti modesti in cui vivono. In questo senso costituisce un’eccezione un film del 1937 Felicita Colombo, tratto da una pièce teatrale di Giuseppe Adami, dove la protagonista è la padrona di una grande salumeria nel centro di Milano: il film è stato girato all’interno della nota gastronomia Peck, che allora si trovava in piazza Duomo. Come dicevo, il cibo viene usato per raccontare una differenza di classe: la figlia della salumiera si innamora di un conte squattrinato. È interessante notare che la pellicola mostra per lo più cibo di élite.

Negli anni 50 il cinema invece inizia a raccontare un Paese che deve ricostruire dopo la guerra. Cosa accade dopo gli anni 50?

A partire dagli anni ‘50 qualcosa cambia: anche se il cibo non è ancora al centro delle trame. Da un lato il momento del pranzo o della cena viene utilizzato nei film come momento di incontro tra i personaggi, come già accadeva nei romanzi dell’800, dall’altro sottolinea un’identità di classe indicativa di un certo tipo di consumo.

Ma è dagli anni ‘70 che le cose iniziano a cambiare realmente: per la prima volta vediamo i primi film dedicati a un nuovo racconto del cibo italiano, iniziando a mettere in discussione la narrazione che fino a quel momento vedeva la prevalenza della sola cucina francese. Un esempio su tutti è La grande abbuffata di Marco Ferreri in cui i piatti sono ancora principalmente appartenenti alla cucina d’oltralpe, essendo il film ambientato a Parigi, ma appaiono dei cibi italiani. Ed è anche significativo che il prodotto gastronomico che contribuisce a questa rinascita del rapporto cucina-cinema sia proprio il Parmigiano Reggiano. Nel film infatti c’è una sequenza che considererei archetipica di questa presenza: Marcello Mastroianni interpreta un pilota d’aereo che, arrivato a Parigi, va in prima classe a recuperare delle forme di Parmigiano Reggiano che porterà in dono a questo convegno gastronomico tra amici che si tiene alle porte della capitale. La presenza del formaggio italiano in prima classe è particolarmente significativo perché dimostra che il cibo italiano, e in particolare il Parmigiano Reggiano, meritano un posto d’onore.

Nel film c’è anche un grande Ugo Tognazzi. Ed è proprio grazie a lui che il Parmigiano Reggiano è ancora protagonista, dapprima nel 1964 nel film collettivo Alta infedeltà in cui l’attore cremonese interpreta un produttore di formaggio nell’episodio intitolato Gente moderna diretto da Monicelli, e poi ne La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci del 1981 in cui Tognazzi paragona le forme a dei lingotti d’oro.

Arriviamo agli anni 80 e il cibo inizia quindi a essere rappresentato anche per il suo valore economico.

Esatto. Ma c’è anche da sottolineare che è proprio grazie a Bernardo Bertolucci che il cibo italiano viene definitivamente sdoganato nel cinema, soprattutto grazie al fatto che si tratta di un autore di caratura internazionale.

Non dimentichiamo che in passato il regista emiliano aveva reso immortali alcuni prodotti artigianali come il culatello nel film La strategia del ragno: fu una delle prime sequenze in cui ci si sofferma sul valore del prodotto locale al pari di ciò che era stato fatto dai francesi fino ad allora.

Quindi possiamo dire che alla fine degli anni ‘70, inizi anni ‘80 finalmente la cucina italiana acquisisce la consapevolezza di essere quantomeno alla pari di quella francese.

E questo anche grazie alla tv che dopo un primo periodo in cui non dà grande importanza al cibo – se si eccettua il bellissimo reportage giornalistico di Mario Soldati, Alla ricerca dei cibi genuini – Viaggio nella valle del Po – ha un risveglio importante.

Negli anni ‘70 la tv italiana conosce un nuovo modo di raccontare la cucina, soprattutto grazie a Luigi Veronelli che con Ave Ninchi conduce A tavola alle sette che è un tipo di intrattenimento nazional popolare anche se ancora molto colto, in cui c’è spazio per approfondimenti anche importanti. Il programma ospitava anche alcuni attori che si cimentavano ai fornelli, un po’ un antenato dei nostri cooking show. Mi ricordo la puntata con Paolo Ferrari che era notissimo per aver interpretato Nero Wolf: era comunque una tv che citava se stessa.

Credo però che in quegli anni la più grande influenza della tv sulla cultura gastronomica provenga in realtà dalla pubblicità: a partire dagli anni ‘50, diciamo dopo il 1956 quando la tv si diffonde in modo piuttosto capillare, la pubblicità diventa il vero momento di conoscenza soprattutto del cibo industriale, grazie ad alcuni brand italiani noti in tutto il mondo.

La tv invece cambia totalmente negli anni 2000 quando il cuoco diventa una vera e propria star.

In realtà il primo che ha avuto un’importanza televisiva, ancor prima di arrivare ai nostri anni, è stato Gianfranco Vissani, che era ospite in varie trasmissioni già negli anni ‘90. Il cibo era disseminato in programmi sia culturali che sportivi come Quelli che il calcio. Tra i momenti più memorabili di quel tipo di tv non possiamo non citare quello della preparazione del risotto da parte di Massimo D’Alema ospite a Porta a Porta, con Vissani appunto.

Poi ci sono stati anche gli sceneggiati tv, e più recentemente le serie tv a diffondere determinati cibi e tradizioni.

In questo senso non esistono ancora grandi studi e purtroppo una parte di materiale è andata persa perché la tv non ha saputo organizzare i suoi archivi. Ma possiamo certamente citare alcune sitcom straniere come Alice, spin off del film Alice non abita più qui di Scorsese, che negli anni ‘70 ha contribuito a diffondere la conoscenza del chili. Poi non dimenticherei la mania per le torte di ciliegie causata da Twin Peaks di David Lynch o ancora i vari cocktail e la mania del brunch diffusa da Sex and the city negli anni ’90.

Arriviamo ai giorni nostri in cui lestetica del cibo sembra aver pareggiato o addirittura soppiantato la bontà degli ingredienti.

Io ritengo che i social media abbiano influenzato soprattutto una fascia di pubblico giovane. Credo che in realtà questa tendenza dell’esasperazione estetica del cibo parta da molto lontano, ancora una volta dalla pubblicità che negli ultimi vent’anni si è fatta molto più sofisticata e visivamente accattivante.

Cosa dobbiamo aspettarci negli anni a venire?

Personalmente penso che già da qualche anno stiamo assistendo a un minore interesse sul cibo: dopo la grande esplosione del 2015 con l’Expo, la tv ma soprattutto il cinema si sono fatti un po’ da parte. Io dirigo il festival cinematografico Sequenze di gola che prima aveva grande facilità nel trovare film dedicati alla cucina. Negli ultimi anni, invece, è molto più difficile. Nonostante tutti cucinino, come si evince proprio dai social media.

Foto: © Francesca Tilio / Scaglie / LUZ

Amarcord

Masterchef, Masterchef Junior, Cotto e Mangiato, Quattro Ristoranti, Gusto, Chef per un giorno… ogni rete televisiva ha o ha avuto il proprio programma dedicato alla cucina. Le formule ideate sono molte: gara tra semplici appassionati, sfida tra esperti, VIP per la prima volta alle prese con i fornelli, giornaliste che preparano piatti semplici e gustosi utilizzando ingredienti surgelati, chef che propongono grandi classici rivisitati. Eppure un filo rosso che accomuna tutti questi format gastronomici c’è: la necessità di adattarsi alle regole attuali della TV. Non si può non notare che questo comporta una mediazione dal punto di vista della genuinità del prodotto. La cucina, stretta tra montaggio, personaggi dal carattere forte e pubblicità, fatica a rimanere la protagonista e spesso è costretta giocoforza a diventare mero pretesto, ingrediente di contorno. 

È successo con il programma di cucina per eccellenza, quel Masterchef che segna un po’ il punto di non ritorno della spettacolarizzazione del cibo in tv, con la narrazione che diventa preponderante rispetto al prodotto, e il ruolo dei protagonisti che trascende la loro professione. 

Basta rivedere l’intervista barbarica di Daria Bignardi a Carlo Cracco, per capirlo: il loro dialogo è da star, e la cucina è uno dei dettagli, uno strumento della narrazione ma non la parte centrale della descrizione del nostro chef più amato.

Italian chef and TV personality © Vito Maria Grattacaso / LUZ

Da chef a personaggio, la sua trasformazione ha seguito precisi schemi anche fisici, con un’evoluzione che l’ha visto da serioso cuoco in giacca bianca immacolata con i capelli corti e il viso serio a modello trendy con ciuffo ribelle e abiti di tendenza.

Lo conferma anche lui: “Questo successo è quasi tutto cercato: sono 35 anni che faccio il cuoco. Ma la grande popolarità è una svolta”. E senza la televisione e il successo della trasmissione non ci sarebbe stata. Con il suo fare ironico e sornione alla domanda provocatoria “ti piace la tv?” risponde come da copione, con una delle sue frasi che lasciano lo spettatore senza parole: “Sì, come oggetto è molto bello”.

Perché l’alone di mistero e superiorità serve a completare il personaggio. Perché nel suo caso, ma è lo stesso per i suoi colleghi Bastianich e Barbieri, la tv ha sublimato la prima professione, che è ormai quasi un dettaglio. Per tutti quelli che lo guardano dallo schermo, naturalmente, ma non per lui.

“Solo in cucina sono davvero me stesso” lo afferma lui stesso, nell’introduzione di Cracco Confidential il documentario sul trasferimento dal ristorante dal seminterrato di Victor Hugo al maestoso palazzo in Galleria Vittorio Emanuele. 

Perché quella celebrità è stata il viatico per un progetto che – forse – il nostro aveva dentro da sempre, e che si è concretizzato anche grazie alla popolarità raggiunta da una trasmissione televisiva che è senza dubbio un must del genere. 

Se infatti prima di Masterchef la cucina in tv era un prodotto comunque di nicchia, confinato al successo social e alle trasmissioni dei canali per abbonati, con questo vero colosso della produzione televisiva, con innumerevoli serie in 33 Paesi diversi, sono nati i primi starchef nostrani, personaggi prima che cuochi. 

Ma quali sono i segreti di questo successo? Di sicuro i personaggi scelti, Cracco in primis, che ha saputo diventare anche un talent e ha dato al formato la notorietà che aveva già negli altri Paesi nei quali era trasmesso. Ma anche l’uso professionale del mezzo, che prescinde dal cibo: la drammaturgia televisiva, al di là del cibo come contenuto, diventa la motivazione principale di creazione di una narrazione, in cui l’espressione di un giudice e la reazione sincera di un concorrente ad una critica o ad un apprezzamento diventano il vero succo del racconto televisivo, al di là del prodotto o della materia prima gastronomica che è solo apparentemente protagonista, ma è in realtà un pretesto narrativo.

Italian chef and TV personality © Vito Maria Grattacaso / LUZ

La domanda da porsi è se esiste ancora un pubblico per la cucina in TV.

Dopo aver colonizzato tutti i palinsesti e aver generato un esercito di piccoli emuli di Carlo Cracco negli istituti alberghieri, il cibo in televisione è oggi vero protagonista o è solo una comparsa tra montaggio e colonna sonora? È stato in grado di creare consapevolezza e cultura gastronomica nel pubblico o forse è stato solo una spettacolarizzazione di un tema molto amato? Un dato incontestabile c’è: l’importanza delle community, insiemi identitari di pubblico grazie ai quali i programmi televisivi diventano risorse crossmediali fuori dallo stretto universo televisivo. In fondo, spesso una espressione davanti a un piatto, un accenno benevolo, in televisione sono efficaci più di molte parole.

Da qualche anno si è infatti sviluppato il fenomeno del “second screen”, il secondo schermo del telefonino che la maggior parte di noi utilizza anche mentre sta guardando la televisione per commentare in diretta sui social o via chat la trasmissione. Masterchef e prodotti simili non sono programmi di cucina, sono fiction. Al di là del meccanismo dei personaggi che si odiano e litigano e di come viene elaborata la ricetta, Masterchef è un programma che punta sullo spettacolo. E che gode della sua seconda vita sui social network, amplificando così la sua popolarità e diventando virale in quanto contenuto, a prescindere dal mezzo. 

Le caratteristiche, i formati, i ritmi della televisione sono imprescindibili. Primo fra tutti, il linguaggio. Perché si deve creare intrattenimento in TV, bisogna raccontare l’aneddoto per riempire un tempo, per esempio. Quando si prepara un piatto, bisogna già pensare all’estetica che avrà una volta finito. Intrattenimento ed estetica, certo, ma senza dimenticare che rimane importante anche spiegare le ricette e insegnare a cucinare. Masterchef in questo senso, è uno show fatto molto bene, ma non insegna niente e da cui non si impara niente: perché non è questo il suo scopo. Il montaggio fa la maggior parte, crea una trama avvincente. A chi interessa davvero il cibo resta sempre una parziale insoddisfazione, perché non offre molto dal punto di vista culinario. Nemmeno partecipare aiuta ad apprendere qualcosa di nuovo: il programma può essere un trampolino, un’occasione di visibilità, ma non certo occasione formativa. Del resto, è uno show e come tale va visto e vissuto. 

Con trasmissioni come questa abbiamo assistito a una sorta di processo di “spersonalizzazione” del cibo, che invece dovrebbe nuovamente essere visualizzato per le sue caratteristiche di sostentamento e fonte di piacere gustativo, diventando un mezzo di racconto, quasi sociologico e psicologico: la TV non si può far sfuggire le potenzialità di un argomento così importante e “viscerale” per l’essere umano. 

E per il futuro? Data anche la situazione attuale, si sente sempre di più l’esigenza di sentire e percepire il cibo “vero” e non soltanto vederlo intermediato: la limitazione televisiva che trasforma il cibo in altro da sé ormai necessita di una sorta di “liberazione”. Un ritorno ad un salutare e sacrale rispetto del cibo, in contrapposizione al metacibo, al food, che riempie le menti, le discussioni, le serate sul divano, ma senza gusto e forse senza ponderarne l’importanza.

I contenuti rimangono la cosa più importante, tenendo ben presenti i diversi pubblici a cui ci si rivolge uno show televisivo e maturando la consapevolezza che lo spettacolo, la televisione e la cucina possono essere alleati, ma nel rispetto reciproco.

Foto © Vito Maria Grattacaso / Scaglie / LUZ

Il coraggio di partire

Roberto Bonzio, giornalista, veneto doc e sostenitore della creatività eccentrica. Lui è l’inventore di “Italiani di Frontiera”, un esperimento di giornalismo creativo dove ha raccolto le storie di decine di italiani semi-sconosciuti che stanno e hanno cambiato il mondo.

Tutto nasce nella culla dell’innovazione per eccellenza, la Silicon Valley, dove Bonzio, nel lontano 2008, ha vissuto per sei mesi con la famiglia. Lì è rimasto folgorato dalle storie dei tanti scienziati, imprenditori e ricercatori italiani che ha incontrato. La domanda che si è posto è semplice: “Perché questi talenti se ne sono dovuti andare dall’Italia?” 

Lo abbiamo incontrato per farci dare una risposta e per ascoltare le storie incredibili dei suoi italiani di frontiera.

Ti definisci “giornalista curioso”, ma la curiosità non dovrebbe essere la caratteristica base dei giornalisti?

Ovviamente è una definizione provocatoria. Si dovrebbe sempre essere curiosi da giornalisti, avere quel pizzico di scetticismo che ti porta a voler verificare sempre come sono esattamente le cose, non fidarti semplicemente di una fonte è la regola base ma trovo che nel giornalismo di oggi sia molto più diffuso il cinismo, un atteggiamento a volte spregiudicato e sprezzante. Io ritengo sia importante procedere con disordine, senza seguire per forza un percorso preciso.

Quando penso al mio metodo d’indagine mi vengono in mente due storie, una di fantasia e una vera. La prima è una favola persiana, la storia de I tre prìncipi di Serendippo, che narra le avventure di questi tre prìncipi dell’antico Sri Lanka che facevano scoperte straordinarie e fantastiche che non cercavano, ma che mai avrebbero trovato se non si fossero messi alla ricerca. Loro sono curiosi e per questo trovano continuamente cose nuove, anche se non sono quelle che si aspettano.

Tre secoli dopo, un pioniere del Romanticismo lo scrittore Horace Walpole coglie quello spirito e conia il termine “serendipity”: la capacità di trovare cose inaspettatamente, guidati dalla curiosità della ricerca. Un concetto che dovremmo tenere sempre a mente, perché si trova alla base del progresso, delle scoperte scientifiche, di quelle geografiche, ecc…

Il rischio di oggi è che, avendo internet, siamo sommersi dalle informazioni e abbiamo l’illusione di avere a disposizione tutta la conoscenza possibile, in realtà la finestra sul mondo che ci aprono i social e il web è una fessura, regolata da un algoritmo che ci fa vedere sempre e solo quello che a noi già piace e già conosciamo. Dobbiamo esserne consapevoli, non è necessario chiudere tutto, però dobbiamo sapere che quella è un’illusione. Non hai veramente una finestra sul mondo, hai solo una fessura. Si parla tanto di contaminazione, ecco la contaminazione dovrebbe essere proprio il prendere spunto da cose che non c’entrano nulla con quello che fai tu.

La seconda storia invece qual è?

L’altra storia è quella di tre prìncipi, stavolta veri, hawaiani che nel 1885 da San Francisco andarono nella spiaggia di Santa Cruz dove trovarono le stesse onde delle loro isole, si fecero intagliare le tavole e fecero quello che nessuno aveva mai visto fare, il surf.

Questo gesto ebbe un impatto enorme sull’immaginario della California: l’idea di cavalcare delle onde, qualcosa che non si può controllare, fu fortissimo e divenne un simbolo di quello Stato. Questa è la metafora della nostra situazione secondo me, le informazioni che abbiamo sono talmente tante che sembrano un’onda che ci travolge tutti i giorni. In tutto ciò è impossibile trovare una sintesi o cercare di capire andando con ordine.

Noi abbiamo la possibilità di stupirci, di prendere quell’onda di traverso e raccogliere tutta quella conoscenza per trovare dei collegamenti in quel mare di informazioni. Il così detto pensiero laterale, l’unico in grado di catturare un significato in quella complessità che sfugge al pensiero lineare. 

Che è un po’ il concetto che sta alla base delle storie di “Italiani di frontiera”

Esatto, “Italiani di frontiera” racconta un po’ come il punto di forza degli italiani che vanno all’estero, che vedono esplodere le loro capacità e il loro talento, si basa proprio su questo: avere competenze diverse e sapere combinare conoscenze diverse. Questa caratteristica ha un valore inestimabile. Il punto di forza degli italiani è proprio questo, e su ciò dovremmo ricostruire la nostra identità.


Il progetto di Italiani di frontiera è nato nella Silicon Valley in California, dove ti sei trasferito per sei mesi con la tua famiglia. Come ha spinto te e tua moglie a fare questa scelta?

L’abbiamo fatta come scommessa per i figli. Nel 2008 con mia moglie abbiamo deciso di andare lì per far fare loro un’esperienza all’estero che potesse tornargli utile e potesse dargli delle nuove prospettive. Per me è stato un terremoto, mai mi sarei immaginato che andando lì avrei tirato su un progetto che avrebbe cambiato tutta la mia vita.

Come nasce la volontà di raccontare la storia dei tuoi italiani di frontiera?

Per cercare di capire come mai in Italia non valorizziamo il talento.

In America ho scoperto le storie di tanti pionieri e innovatori, gente che ha concretizzato le proprie idee e portato avanti scoperte tecnologiche, sociali e scientifiche importantissime. Persone che hanno cambiato il mondo perché il loro talento non è stato intralciato ma, anzi, valorizzato. Italiani di frontiera è nato per raccontare queste storie. La più grande soddisfazione, per me, è che questi racconti hanno dato agli attuali italiani di frontiera, una grande carica e conferma del loro percorso. Raccontare la storia di uno come Federico Faggin, che ha cambiato il mondo inventando il microchip, e che ha preso le stesse botte sui denti che hanno preso loro in patria, ha dato una grande forza e ispirazione a chi si è trasferito all’estero per realizzarsi.

Tu spesso parli dei talenti che rimangono nel nostro Paese e che riescono a farcela “nonostante” l’Italia. Perché qui si ha sempre l’impressione che la creatività e l’intraprendenza vengano ostacolate?

Perché tendiamo, a causa di un retaggio cattolico da un lato, e socialista/comunista dall’altro, a premiare più l’appartenenza che il merito. Questo penalizza due volte i giovani, perché non si riconosce l’importanza del talento eccentrico e perché se sei giovane non hai esperienza, non hai passato anni a dimostrare le tue capacità e quindi, non ti si dà fiducia.

Un altro motivo è quello che l’idea del successo degli altri sta portando via qualcosa a te, è una mentalità obsoleta basata sulla ricerca solo ed esclusivamente del proprio benessere.

L’idea esasperata che io ho chiamato “sindrome del palio di Siena”, cioè la volontà di realizzarsi grazie alla sconfitta dell’altro. Questa teoria è nata combinando ciò che mi ha raccontato Federico Faggin, sulla conflittualità assurda che penalizza l’Italia e su quello che il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza – colui che ha smontato ogni pretesa scientifica sul razzismo – mi ha testimoniato riguardo all’incapacità di collaborare. Lo sport che più ci rappresenta come Paese è proprio il palio di Siena, dove sono solo tre o quattro le contrade che corrono per vincere, le altre corrono per far perdere l’altro e festeggiano, non perché hanno vinto, ma perché sono riusciti ad ostacolare la vittoria della contrada avversaria. È una dinamica, purtroppo, al centro per cento italiana.

Chi sono, quindi, gli italiani di frontiera e quali sono le storie che ti sono rimaste più nel cuore?

Ogni storia ha una caratteristica che mi porto dentro e che mi ha lasciato impressionato. Quella più emblematica è quella di Amadeo Peter Giannini, fondatore di Bank of America che, tra le macerie del terremoto del 1906 a San Francisco, si mise a fare dei prestiti alla gente rimasta senza nulla. Due anni prima aveva fondato Bank of Italy prestando denaro senza alcuna garanzia materiale ai migranti italiani e agli abitati di San Francisco.

Questa operazione fu fondamentale per la ricostruzione della città e diede lavoro a centinaia di persone che non avrebbero avuto alcuna speranza. Oltre a questo finanziò i primi film di Charlie Chaplin e di Walt Disney, ebbe quindi delle intuizioni geniali. La sua idea era quella di ricostruire scommettendo sugli altri, ha dato fiducia alle persone e questa è stata la sua fortuna. Poi la storia di Federico Faggin, che dopo aver creato il primo microchip della storia inventa la tecnologia touch. Dopo decine di rifiuti incontra Steve Jobs che si rende conto della potenza innovativa della sua invenzione, la vuole acquistare in esclusiva ma Faggin non accetta, così Jobs se la produce da solo e fa la fortuna della Apple, ma anche di Faggin, perché tutti quelli che gli avevano riso in faccia corrono da lui per farsi vendere la sua tecnologia. 

Qual è lo scopo di Italiani di frontiera?

Lo scopo è questo, quando si parla di innovazione si pensa sempre che si debba insegnare qualcosa, in realtà non ci rendiamo conto di quanto inseguire l’innovazione voglia dire soprattutto abbattere barriere, rompere le consuetudini del “l’abbiamo fatto sempre così”.

Nasce per dimostrare che l’unica soluzione per andare avanti è dare fiducia ai giovani e alla creatività eccentrica degli italiani e liberare, finalmente, il loro talento.

foto © Gabriella Corrado /Scaglie / LUZ